Il caso Roggero e la giustizia della pancia: quando il dibattito dimentica i fatti
Da giorni il caso di Mario Roggero divide l’opinione pubblica. Sui social, nei talk show e perfino nelle istituzioni il gioielliere è diventato il simbolo della legittima difesa negata. Ancora prima che molti conoscessero tutti i dettagli della vicenda si sono formati due schieramenti opposti: chi lo considera un cittadino abbandonato dallo stato e chi ritiene inevitabile la sua condanna. Il problema, però, è che una parte consistente del dibattito sembra essersi sviluppata più sulle emozioni che sui fatti.
Tra emozioni e ricostruzioni dei fatti
In molti sono a conoscenza solo di una versione estremamente semplificata della vicenda: tre rapinatori sono entrati in una gioielleria, il commerciante allora si è difeso. È normale che una narrazione del genere susciti solidarietà, chiunque immagini di trovarsi con una pistola puntata addosso tende istintivamente a identificarsi con la vittima della rapina. Ed è proprio su questa reazione immediata che è stata costruita gran parte della narrazione politica della destra.
I fatti accaduti quel 28 aprile 2021 a Cuneo, però, raccontano molto altro. Quando Roggero ha colpito a morte due dei tre rapinatori, la rapina era terminata. I tre, infatti, erano già usciti e sono stati colpiti durante la loro fuga, mentre si trovavano nel parcheggio esterno all’attività. Il gioielliere ha preso la pistola (che deteneva illegalmente) solo al termine della rapina, poi è corso in strada e li ha inseguiti, colpendoli mentre erano di spalle. Mazzarino, uno dei ladri, prova a fuggire a piedi e muore dopo che Roggero gli ha sparato alle spalle. Subito il gioielliere raggiunge il secondo ladro, Spinelli, che è a terra già ferito, e lo prende a calci. Morira poco dopo. Il terzo rapinatore, Modica, riesce a fuggire nonostante sia stato colpito ad una gamba. Il tutto è accaduto, ancora una volta, in un luogo pubblico, un parcheggio, in cui molti altri innocenti sarebbero potuti passare ignari di tutto e rimanere feriti. Questi elementi distinguono il caso Roggero da molti altri episodi di legittima difesa conclusi con un’assoluzione: non si tratta semplicemente di aver sparato durante una rapina, ma di aver proseguito l’azione quando il pericolo immediato, secondo i giudici, era ormai cessato.
Non è un caso isolato
Non si tratta del primo commerciante che ha ucciso o ferito i malviventi durante un assalto nei propri locali: pensiamo a Franco Birolo, il tabaccaio di Padova che nel 2012 ha sorpreso un ladro nel suo negozio nel cuore della notte. Durante una colluttazione ravvicinata al buio, ha sparato e lo ha ucciso. Oppure a Luigi Stabile, anche lui un gioielliere, che nel 2015 a Napoli è stato assaltato da due rapinatori armati in sella ad uno scooter subito dopo aver prelevato del denaro da una banca. Entrambi sono stati assolti al termine del processo, perché hanno reagito nel momento esatto del pericolo, all’interno dei locali o durante l’assalto armato ravvicinato. Non c’è stato alcun inseguimento in strada a minaccia conclusa, e questi due esempi smentiscono la retorica secondo cui “chi si difende finisce sempre in carcere”.
Il passato di Mario Roggero
Mario Roggero, inoltre, non è affatto un cittadino qualsiasi incensurato. Il gioielliere deteneva la pistola illegalmente: l’autorizzazione gli era stata revocata molti anni prima a causa di un gravissimo episodio di violenza privata. In una notte del 2005, Roggero si presentò molto tardi presso l’abitazione dell’allora fidanzato di una delle sue quattro figlie, dopo che il giovane aveva deciso di interrompere la relazione sentimentale con la ragazza. Una volta sul posto, l’uomo aggredì il ragazzo colpendolo violentemente con calci e pugni e, brandendo una pistola, passò alle minacce di morte non solo nei confronti del giovane, ma anche contro i genitori di quest’ultimo, intervenuti nel tentativo di placare la situazione.
Nel tentativo di ridimensionare l’accaduto sui social, i familiari di Roggero hanno successivamente sostenuto che l’uomo non fece alcuna irruzione armata e che si era limitato a citofonare per chiedere spiegazioni dopo che la figlia era rimasta a piedi per strada, e che avrebbe mostrato l’arma solo per difendersi dalle successive minacce del padre del ragazzo. La verità giudiziaria, però, smentisce la tesi della mera provocazione. Per quell’episodio, Roggero decise di patteggiare una condanna a due mesi di reclusione del 2007, successivamente convertita in una sanzione pecuniaria di 2.280 euro per i reati di ingiuria e minaccia aggravata dall’uso di armi. Ovviamente, a seguito del patteggiamento e della certificata pericolosità sociale del gesto, la Prefettura dispose l’immediata revoca del porto d’armi.
I paradossi della politica
È singolare che proprio chi ha promosso negli ultimi anni una linea politica improntata alla certezza della pena oggi invochi un intervento straordinario per evitarne gli effetti in un caso simbolo. Nel 2019, durante il governo Conte I, la Lega ottenne l’approvazione della Legge n. 36/2019 sulla legittima difesa, presentandola come una “svolta decisiva” per tutelare i cittadini onesti dalle rapine. La norma, però, tutela unicamente chi reagisce durante l’aggressione ed esige, pertanto, che il pericolo sia ancora in corso. Secondo i giudici, nel caso Roggero questo presupposto non sussisteva. Il cortocircuito, inoltre, riguarda il principio della certezza della pena: Matteo Salvini invoca da sempre il carcere senza sconti per chi viene condannato, ma oggi contesta la detenzione del gioielliere e chiede la grazia per impedirne l’esecuzione.
Molti sostenitori di Roggero, oggi, paragonano la sua condanna a pene inflitte in altri procedimenti per reati gravissimi, come gli abusi su minori (tra cui Giorgia Meloni, in un’intervista pubblicata il 19 luglio 2026). È però un confronto che rischia di essere fuorviante: le pene dipendono da fattori molto diversi (contestazioni, attenuanti, aggravanti, riti processuali, concorso di reati) e non possono essere confrontate isolatamente come se appartenessero alla stessa vicenda.
Lo Stato di diritto non è la giustizia fai-da-te
Il caso Roggero ci pone una domanda scomoda: vogliamo uno Stato di diritto o una giustizia guidata dalle emozioni del momento? È comprensibile immedesimarsi in chi subisce una rapina, ma è molto meno comprensibile ignorare i fatti accertati per trasformare un imputato in un simbolo politico. La legittima difesa tutela chi reagisce a un’aggressione attuale, non autorizza la vendetta quando il pericolo è cessato. Ed è proprio questa distinzione, per quanto difficile da accettare emotivamente, che separa uno Stato di diritto dalla legge del più forte.




