Il terrorismo casuale della jihad italiana

Il terrorismo casuale della jihad italiana

Il terrorismo islamico, in Italia, è rimasto una minaccia latente. A ricordarci del pericolo sono stati i militari armati impegnati a sorvegliare i centri delle grandi città, i luoghi di maggiore affollamento e gli snodi principali. Le piazze delle città, piccole e grandi, blindate, accessibili soltanto a piedi. Tutto a ricordarci che qualcosa sta cambiando, è già cambiato, che anche i movimenti o gli spostamenti più banali richiedono tempo e trafile di controlli. Ma finora il terrorismo non ha terrorizzato: non ha bloccato la quotidianità delle persone, non ha impedito i loro programmi, o almeno non lo ha fatto sul lungo periodo. A rimanere schiacciato dal terrore e dalla paura è chi piange la perdita dei propri affetti, rimasti vittime degli attentati terroristici in altre città europee. Per quanto possa lasciare sgomenti un attacco terroristico in un paese vicino, la sensazione di precarietà raddoppia quando i terroristi sono a pochi chilometri da te, dalla strada su cui cammini o dalla scuola che frequenti. Per questo l’uccisione di Anis Amri a Sesto San Giovanni (Milano), il 23 dicembre 2016, era stato un colpo più distinto, perché più vicino.

Dal 2001 ad oggi sono oltre 50 le vittime italiane del terrorismo islamico. Alcune di loro: dodici presenti all’attacco delle Torri Gemelle l’11 settembre del 2001, una donna coinvolta nell’attentato della metro Maelbeek, a Bruxelles. Nove altre vittime sgozzate e fatte a pezzi dai terroristi nell’assalto al ristorante Holey Artisan Bakery, a Dacca, il 1 luglio 2016. Altri sei morti nell’attentato di Nizza, il 15 giugno 2016; Valeria Solesin, dottoranda alla Sorbona, uccisa il 13 novembre 2015 nell’attacco al teatro Bataclan di Parigi, e ancora Fabrizia Di Lorenzo uccisa a Berlino il 19 dicembre 2016, da Anis Amri, la cui rete terroristica in Italia è stata scoperta negli ultimi mesi. Le ultime vittime sono i tre italiani morti nell’attentato di Barcellona, lo scorso agosto.

Gli studiosi del fondamentalismo e del terrorismo islamico parlano della ‘jihad italiana’ come di un terrorismo casuale, svincolato dalle grandi strategie politiche dello Stato islamico, e per questo una minaccia che si modifica continuamente. Il Professore Alessandro Orsini, insegnante di Sociologia all’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale dell’Università Luiss, spiega che sempre meno sono i vertici dello Stato islamico ad organizzare gli attacchi in Europa, ma che si tratta invece di piccole organizzazioni autonome, spesso lupi solitari, che partono come schegge impazzite. Che l’organizzazione sia diversa e che non tutti gli attentatori siano preparati e addestrati militarmente ad uccidere lo si evince anche dal numero decrescente di vittime prodotte da questi attacchi. È evidente che ci sia poco di positivo in questo cambiamento di rotta, per due ragioni principali. La prima riguarda l’assoluta capillarità ed imprevedibilità di questi attentati in solitaria: essere da soli o in un gruppo ristretto significa attirare meno attenzione ed essere soggetti a controlli inferiori. In secondo luogo, i primi grandi attentati terroristici avevano uno scopo politico: lo Stato islamico era intenzionato a dimostrare la sua insofferenza verso le intromissioni europee nei suoi affari. Adesso, come cani sciolti, i terroristi uccidono in nome di Allah per punire gli infedeli, rispondendo alla loro personale intolleranza nei confronti dello stile di vita occidentale. La politica c’entra poco, e questa è già di per sé un’assurdità.

La jihad è la guerra santa. Partendo dal presupposto che nessuna guerra è mai stata intrapresa in difesa di un dio, ma che tante se ne sono combattute in suo nome, è facilmente ravvisabile il precario confine fra le grandi manovre politiche del terrorismo islamico, capace di mobilitare masse di disperati e indottrinati, e la furia cieca di chi non ha la minima coscienza di essere in balia di un potere che uccide per primo chi lo abbraccia. Le prime vittime di una guerra sono coloro che la combattono.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, avverte di una “minaccia mai stata così alta”. È una jihad nata e cresciuta in questo Paese e parla la nostra lingua, ne è un esempio il caso di Foggia. Negli ultimi cinque mesi la propaganda dell’Isis si è rivolta con maggiore insistenza all’Italia, considerando la capitale come un luogo simbolico e strategico da colpire, ma è evidente l’inversione della lotta del Daesh, di cui si è detto sopra. Se originariamente i suoi soldati erano incentivati a combattere in Siria e in Iraq, ora al contrario sono spronati a seminare panico nel luogo in cui risiedono. «Nella propaganda ufficiale dello Stato islamico compaiono 432 riferimenti all’Italia e a Roma in particolare», spiega Arturo Varvelli, esperto di radicalizzazione e terrorismo all’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale).

Che la jihad che sta prendendo piede in Italia non abbia dato, per ora, prova di una vera organizzazione lo dimostrano gli avvenimenti delle ultime settimane. Quella di ieri è stata la terza operazione contro il terrorismo islamico degli ultimi giorni, dopo Foggia e Torino. L’inchiesta ha portato alla luce la rete terroristica che girava attorno a Anis Amri, l’assassino di Fabrizia Di Lorenzo. Dall’analisi dei suoi tabulati telefonici sono emersi legami in Italia, addirittura Amri prima di partire per la Germania il 2 luglio 2015 era ospitato da un suo connazionale ad Aprilia.

Il blitz della polizia, coordinato dalla procura di Roma, ha portato all’arresto di cinque terroristi distribuiti fra il Lazio e la Campania, precisamente tre tunisini fermati a Caserta e uno a Napoli, accusati di aver fatto entrare illegalmente in Italia un centinaio di migranti clandestini a cui fornivano i documenti falsi per poter proseguire verso altri paesi europei, fra questi proprio Amri. Il quinto, a Roma, è un palestinese trentottenne, Abdel Salem Napulsi, già in carcere per droga. Gli indagati dell’inchiesta sono comunque venti in totale e distribuiti nel Centro e nel Sud, tanto che le perquisizioni si sono estese nelle province di Latina, Roma, Caserta, Napoli, Matera e Viterbo.

I magistrati hanno precisato che in questo caso non si tratta di semplici lupi solitari, ma di un gruppo di radicalizzati che si stava muovendo per organizzare un attentato in Italia, sebbene non imminente, da quanto risulta dal materiale raccolto durante le perquisizioni e le indagini. Gli indagati si rifanno a “diversi livelli di radicalizzazione” – non si sa ancora chi sia veramente esperto e addestrato – ma tutti “frequentavano gli stessi ambienti”. I reati contestati sono “addestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale” e “associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti ed al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il più radicalizzato sembra essere l’attentatore palestinese, della provincia di Latina, il più vicino allo Stato islamico, molto attivo su internet con video di propaganda e, da quanto emerso dalle intercettazioni, in riferimento agli occidentali, gli infedeli, diceva di “tagliare (loro) la gola e i genitali”.

Per i giorni di Pasqua è stato predisposto un presidio rafforzato e controlli straordinari nei luoghi di maggiore concentrazione e affollamento: 10.000 agenti soltanto su Roma. La parcellizzazione casuale della jihad italiana è dimostrata dal susseguirsi degli arresti avvenuti nelle ultime settimane, che non hanno rivelato l’esistenza di un’organizzazione unica e ben diramata, ma di tanti preoccupanti nuclei autonomi.

A Viterbo, il 12 marzo, la polizia ha arrestato un ventiquattrenne italiano di origine lettone per possesso di materiale utile al confezionamento di ordigni esplosivi, di un fucile e di due pistole ad aria compressa. L’indagine è nata dalla segnalazione della F.B.I statunitense, che ha riscontrato espressioni di apprezzamento sui social da parte del ragazzo nei confronti di Sayfullo Saipov, l’estremista islamico che il 31 ottobre 2017 a New York ha provocato la morte di otto persone investendole su una pista ciclabile, con un camion.

A Foggia, pochi giorni fa, è stato invece arrestato Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, il cittadino italiano di origine egiziana cinquantanovenne, che indottrinava i bambini al martirio durante le lezioni di religione, tenute due volte a settimana nell’associazione culturale islamica “Al Dawa” di Foggia, attualmente sotto sequestro, di cui era presidente. L’uomo, che è sposato con una donna italiana di 79 anni, è accusato di terrorismo internazionale, e di aver insegnato a una decina di bambini, ora segnalati al tribunale per i minorenni, il concetto di guerra santa, spiegando loro che l’unico modo per ottenere il paradiso è la morte in battaglia. Dalle intercettazioni delle sue lezioni, registrate per alcuni mesi, si ascoltano discorsi che lasciano poco spazio a dubbi o fraintendimenti: «vi invito a combattere i miscredenti, con le vostre spade tagliate le loro teste, con le vostre cinture esplosive fate saltare in aria le loro teste. Occorre rompere i crani dei miscredenti e bere il loro sangue per ottenere la vittoria», diceva ai bambini di età compresa fra i 4 e i 10 anni.
Agli atti della magistratura barese ci sono video e documenti condivisi dal maestro, tramite Facebook, WhatsApp e Twitter, che inneggiano alla jihad, nei quali vengono fornite istruzioni su come costruire armi, ricordando “l’obbligo di distruggere le chiese e trasformarle in moschee, individuando – spiegano gli inquirenti – l’Italia come obiettivo dell’attività terroristica”. L’inchiesta “Bad Teacher” di Foggia è un caso emblematico della jihad italiana perché fra gli indagati, oltre ai due connazionali del maestro, compare anche un docente di italiano, originario di Foggia, ma residente a Ferrara, convertito all’islam e considerato una possibile cellula terroristica. È un parente della moglie di Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer.

A Torino, mercoledì scorso è stato arrestato Elmahdi Halili, ventitreenne marocchino naturalizzato italiano, che al momento dell’arresto ha dichiarato: «Sono fiero di andare in carcere in nome di Allah». Le indagini sul ragazzo sono iniziate alla fine del 2015, in occasione del patteggiamento a una condanna a due anni, con la sospensione della pena, per istigazione a delinquere con finalità di terrorismo: aveva redatto e pubblicato sul web alcuni documenti di esaltazione dello Stato islamico. Ma il suo percorso di radicalizzazione è cresciuto nel tempo: nonostante la condanna, aveva infatti intensificato la sua attività di proselitismo e indottrinamento. Tra il materiale reperito compaiono diversi video riguardanti le gesta dei mujaheddin (combattenti della guerra santa) in Siria e Iraq, le cruente esecuzioni operate nei confronti di civili e militari, le rivendicazioni e le celebrazioni degli attentati di Parigi e Bruxelles, nonché gli infervorati sermoni dei ‘predicatori dell’odio’ come Anwar Al-Awlaki, conosciuto anche come “il Bin Laden di Internet”. Nell’ambito della stessa operazione sono state eseguite tredici perquisizioni domiciliari e personali nei confronti di appartenenti agli ambienti dell’estremismo islamico in tutto il nord Italia.


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