Sulmona, i funerali per non dimenticare Fabrizia Di Lorenzo e chi le ha tolto la vita

Sulmona, i funerali per non dimenticare Fabrizia Di Lorenzo e chi le ha tolto la vita
I funerali di Fabrizia Di Lorenzo (Foto: Corriere della Sera)

Mai come ora, sento e compredo le parole della filosofa Hannah Arendt, quelle che riguardano la “banalità del male”: poiché il male più feroce e devastante è quel male che non possiede origini, che sembra nascere e provenire dal nulla. È questo il male che accumula più cadaveri, perché non sente, non vede, non comprende e non si domanda. Ieri mattina, 26 dicembre, qualcosa ha interrotto i nostri festeggiamenti natalizi, ha bloccato i ritmi delle rimpatriate tra parenti e amici per ricordarci che accanto alla nostra gioia cammina di pari passo il suo alter ego, il dolore. I funerali di Fabrizia Di Lorenzo, giovane trentunenne di Sulmona, morta nell’attentato di Berlino il 19 dicembre, hanno commosso l’Italia e non solo, poiché le vittime del terrorismo, delle guerre e di tutte le varie forme di violenza in generale riguardano tutti gli esseri umani, a prescindere dalla convenzionale collocazione geografica. Il pensiero di tutti è rivolto non solo alla giovane donna, vittima di una furia e un credo cieco, ma anche alla sua famiglia, ai suoi genitori, che aspettavano la figlia per il Natale, ma non certo dentro una bara: il feretro di Fabrizia è arrivato a Ciampino il 24 dicembre, scortato dalle auto della polizia.

Sulmona, la città di Fabrizia, l’ha accolta nella compostezza e nel silenzio dello sconcerto più assoluto di chi non comprende l’origine di un male così profondo e inabbissato, ma è costretto solo a sentirne gli aghi nello stomaco. Alle esequie hanno partecipato il capo dello Stato, Sergio Mattarella e il ministro degli Interni, Marco Minniti, ai quali probabilmente erano rivolte le parole del vescovo, Angelo Spina, che ha celebrato i funerali, quando ha parlato di Fabrizia come di una ragazza solare e piena di vita, costretta ad abbandonare la sua terra, incapace di offrire lavoro e futuro ai suoi giovani.

«La violenza è una profanazione nel nome di Dio», così il vescovo ha definito l’attentato di Berlino e il terrorismo in generale: una fede che annienta e distrugge il prossimo in nome di Dio è una vera e propria contraddizione in termini, e su questo possono convenire credenti e non. Le parole conclusive del vescovo Spina, rivolte a Fabrizia, sono un incentivo alla pace, che sia sentita una necessità da tutto il mondo, ma prima ancora dai giovani, a partire da coloro che uccido e si fanno uccidere in nome di Dio. «Prega per loro e fa loro capire quanto è prezioso il dono della vita perché tutti diventino ambasciatori di pace».

Chi è Anis Amri?

La vittima per eccellenza in questa storia è Anis Amri, l’attentatore che ha provocato la morte di 12 persone e ne ha ferite altre 56. Si, io scelgo di vederla così, scelgo di vedere in questo ventiquattrenne tunisino una vittima, ma non perché sia stato ucciso dai due agenti di polizia italiani, ma perché è vittima quella persona succube e schiava delle ambizioni altrui, quella persona che non si impegna nell’emancipazione e nell’unicità del proprio persiero, ma che al contrario subisce le congetture e la volontà di chi ha più potere. È vittima e ciò non toglie che allo stesso tempo sia carnefice, anzi nella maggior parte dei casi le due connotazioni rappresentano due facce della stessa medaglia. L’estremismo religioso e politico, compagni di viaggio che camminano sempre a braccetto, annebbiano la lucidità, la capacità razionale e ragionevole di intendere le persone con le quali conviviamo esseri identici a noi, e per questo dotati di diritti, anima e sentimenti proprio come tutti gli altri. È in questa accezione che intendo Anis Amri la prima vittima di questa strage insensata e quindi ancora più sconcertante. La sua storia in Italia, e in Europa, si conclude la mattina del 23 dicembre, quando rimane ucciso, da due poliziotti, in Piazza I Maggio a Sesto San Giovanni, Milano.

Pochi giorni prima dell’attentato a Berlino, Anis Amri aveva registrato un video, nel quale giurava fedeltà all’Isis, dichiarando di voler vendicare i musulmani uccisi nei raid. «Vi sgozzeremo come maiali» dice Amri, nella massima pacatezza e tranquillità d’animo. Con voce pacata e ferma, guardando fisso e sicuro lo schermo del cellulare, con gli auricolari alle orecchie. Un giovane ragazzo che registra un video come tanti altri. È questo il motivo destabilizzante e inquientate: la perdita di umanità, del senso di civiltà e rispetto che fa di un uomo il tratto discriminante e differenziante rispetto ad un animale predatore. In ogni caso l’animale uccide per sopravvivenza, Anis Amri uccide per disarmante convinzione.

Sbarca a Lampedusa nella primavera del 2011 e viene arrestato il 23 ottobre dello stesso anno dalla polizia nel centro di accoglienza di Belpasso, nel catenese. Aveva appiccato un incendio nel centro, insieme ad altri 4 immigrati, e aveva aggredito un operatore. La definirono una protesta contro un iter troppo lungo per ottenere lo status di rifugiato. Anis Amri fu condannato a 4 anni di reclusione, segnati da numerosi momenti critici: «era segnalato e tenuto sotto stretta osservazione come un detenuto violento e riottoso», afferma il segretario del Sappe Donato Capece. Solo nel 2014 è coinvolto in sette casi di disordini all’interno del carcere: promozione di disordini e sommosse, intimidazione e sopraffazione dei compagni, inosservanza degli ordini. Questo atteggiamento ha determinato lo spostamento di Amri da un carcere all’altro: dal Lanza di Catania al Bodenza di Enna, a Sciacca, ad Agrigento, al Paglierelli di Palermo, all’Ucciardone. Un suo compagno di cella ad Agrigento ne parlò come di «un terrorista islamista che mi terrorizza per convertirmi all’Islam», aggiungendo di essere stato minacciato di morte, perché cristiano.

Isterismo razzista

Questi episodi, purtroppo, fungono da capri espiatori per divulgare paura, isterismo, intolleranza e  razzismo. Le generalizzazioni sono il frutto di menti superficiali, che non risalgono alla fonte del problema, ma si limitano a stigmatizzare le conseguenze, dalle quali partono per proporre soluzioni demagogiche, inutili e spesso disumane, che non risolvono il problema, semplicemente lo spostano.

L’insofferenza nei confronti degli immigrati è sempre più forte e palpabile: ad ogni strage e ad ogni attentato cresce il riserbo e la distanza da tutti coloro che non hanno il nostro colore di pelle, la nostra religione o la nostra lingua. È in questo modo che la diversità diventa una colpa, una vergogna, un tipico bersaglio di bullismo, anziché ricchezza umana e culturale.

È giusto, quindi, fare dei distinguo tra i milioni di persone che lasciano il loro Paese sui barconi della morte. Infatti, tra questi la maggior parte sono rifugiati, e questo termine non è una parolaccia, ma ha un significato giuridico preciso, riconosciuto dal diritto internazionale, nella Convenzione di Ginevra, firmata nel 1951 da 145 stati membri delle Nazioni Unite. L’Italia ha accolto tale definizione nella legge 722 del 1954. La Convenzione di Ginevra defisce rifugiato, quella persona che «nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dallo Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato». Il rifugiato può essere ed è in molti casi, per alcuni periodi apolide.

I richiedenti asilo sono coloro che hanno lasciato il loro paese di origine e hanno chiesto asilo ad un terzo paese, ma sono in attesa della decisione delle autorità, riguardo al loro status di rifugiati. I profughi sono coloro che scappano e cercano scampo dalle persecuzioni. I clandestini, invece, sono gli immigrati che entrano in un Paese illegalmente e quindi si trovano in una condizione irregolare, senza le approvazioni delle autorità o contro il divieto delle leggi vigenti. Persone che non hanno ottenuto il permesso di soggiorno o è stato loro tolto.

L’importanza di conoscere il significato delle parole con cui ci riempiamo la bocca è fondamentale ed è assolutamente necessario, anche se non sufficiente, per orientare controlli e operazioni di indagine mirate, che risultano quindi più efficienti e meno costose, ma soprattutto rispettano l’identità di tutti, dei cittadini di un Paese e di chi ancora non lo è.

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