Le 5 stelle del virtuale

Le 5 stelle del virtuale

La rete come sistema politico

Sappiamo davvero a che cosa ci riferiamo quando diciamo ‘Movimento 5 stelle’? Da tempo mi sono posto questa domanda e da altrettanto ho cercato di darmi una risposta che potesse mostrarmi, in maniera più lucida possibile, un quadro della situazione di questo fenomeno – poi l’intuizione; stavo leggendo Lector in Fabula di Umberto Eco, ed il mio occhio si ferma su una parola: «termine-ombrello». È stato curioso, perché, grazie ad un semplice lemma, capii tutto quello che avevo mente.

Che cos’è esattamente un termine-ombrello? Da un punto di vista di referenza linguistica, il termine-ombrello è un iperonimo, frequente tra i sostantivi, il cui bacino semantico è tale da poter racchiudere all’interno di sé semi differenti, che possono essere più o meno contraddittori tra di loro. Se dovessimo quindi ricorrere ad un’analogia, l’espressione sembra calzare alla perfezione, se consideriamo il fatto che l’elettorato che compone il movimento non si presenta in maniera chiara e definita, ed in quanto privo di un’identità vera e propria, sembra essere dotato dello statuto di una “quasi-cosa” fluttuante, i cui termini di significato che lo compongono dicono, però, qualcosa su di esso.

Le ultime statistiche sul passaggio elettorale tra i vari partiti mostrano che è possibile trovare all’interno dell’elettorato pentastellato un trend di provenienze politiche estremamente differenti: chi è stato deluso da una politica di un centro-sinistra ormai collassata su sé stessa (questo è un dato ineliminabile data l’ultima tragica sconfitta del PD), chi viene da una sinistra più impegnata sociale, chi da un elettorato di destra che dopo ben venti anni di Berlusconi vuole compiere una scelta radicalmente differente. Ma non è solo questo; l’elettorato pare essere composto anche da individui di provenienza ben diversa che esula totalmente dal dominio statistico della sfera elettorale; si tratta di una provenienza legata alla rete, al web e ad alcune community, che condividendo contenuti virtuali, in qualche modo si sono trovate a partecipare ad un unico grande progetto.

Se ci facciamo caso, quasi tutte le critiche rivolte al movimento si concentrano nel considerare l’elettorato come un corpo poco maturo politicamente, all’interno del quale, seppure in forma sparuta, è possibile anche trovare anti-vaccinisti, esperti di scie chimiche o, nei casi più estremi, sedicenti complottisti che combattono il nuovo ordine mondiale. Il punto qui non è tanto stabilire cosa sia vero da cosa non lo è, perché come sappiamo, navigare in rete è un po’ come girare per le strade di New York: è possibile trovare di tutto.

Piuttosto, fuori di ogni giudizio di valore, direi che qualsiasi tipo di cultura (prodotta dalle community in questo caso), anche se di rete, non esula necessariamente da una certa apertura al discorso politico. Non credo cioè, che anche solo l’esigenza di un qualsiasi elettore che provenga dalla rete sia da considerarsi necessariamente sbagliata in partenza, giacché una formazione politica può essere affinata e perfezionata attraverso la stessa pratica politica. In questi anni c’è da dire che il movimento si è certamente ridimensionato rispetto alle sue origini, mantenendo però, come scheletro invisibile nell’armadio, una certa incompetenza che nasce specialmente da un’assenza di consapevolezza diffusa del movimento circa i mezzi e i fini che indirizzano le scelte politiche. I pentastellati si sono certamente inseriti in un contesto dirigenziale che ha permesso loro di fare gavetta.

Ma questo basta per dire che si sta facendo politica?

Conosciamo bene il programma elettorale del movimento, ma la linea politica che si vuole perseguire ancora non ci è sufficientemente chiara. Eppure, sebbene non ci sia dato comprendere una linea o una direzione politica, come è accaduto in questi anni, si può riflettere insieme su quali siano gli strumenti che hanno permesso al movimento di essere – tramite una campagna elettorale completamente diversa – il primo partito d’Italia, e su ciò che da sempre ha indirizzato trasversalmente le loro decisioni: la rete.

L’obiettivo di Casaleggio (padre), infatti, sembrava essere quello di collaudare il movimento come una rete, lasciando cioè meno spazio alle decisioni del singolo come identità molecolare, per far spazio a quello che accade in ogni sistema di rete: i singoli, se pensati nei termini di relazione e connessione, riescono a perseguire i loro scopi più facilmente.Questo infatti spiega come la diversità elettorale diventi una piega inevitabile dell’evidente indecisione politica di un movimento senza identità.

La nozione di ‘corpo senza organi’, di cui parla il filosofo Gilles Deleuze, riesce ad applicarsi molto bene a quello che rappresenta la struttura di questo movimento: un corpo senza organi è una realtà fluida, plastica che esercita il proprio potere a livello inconscio, come un gioco continuo di forze interne, di traslazioni molecolari che si muovono in maniera del tutto libera, fluttuante, ma mai casuale. I corpi senza organi, dice Deleuze, non seguono delle direzioni che provengono da una gerarchia, al contrario prendono direzioni inaspettate ogni qual volta ci si trova di fronte ad una scelta.

L’idea di Casaleggio (padre) dell’interactive leader rimarca proprio questa idea: si tratta di un leader in grado di dare voce ai desideri dell’opinione pubblica ogni qual volta si presenta un problema politico più o meno rilevante.

Il potere della comunicazione in rete

Ma che cosa accade quando tutto questo inizia a riverberarsi sulla politica, e più direttamente sulle decisioni che vengono prese per il popolo? Il fatto che questa volta abbiamo a che fare con un movimento, e non con un partito nel senso politico del termine, non ci dice che non vi possano essere dei fini politici, giacché i meccanismi di riconoscimento del politico sono evidenti soltanto per chi la politica la subisce, piuttosto si tratta, nel caso del movimento, di meccanismi che vanno ben oltre il mero concetto di interesse personale – concetto che i pentastellati tengono bene a mente.

Bisogna ricordare all’elettorato di qualsiasi partito o movimento che quando si critica ogni tipo di potere politico in realtà si sta seguendo una certa linea politica e che, quando si entra in politica, ci sono sempre interessi di potere più o meno evidenti (specialmente se questi interessi non sono visibili). Come spiegava Michel Foucault già negli anni ‘60, i meccanismi di potere non si articolano esclusivamente nello Stato o in un soggetto rigido che decide le sorti di tutti; il potere è sistemico ed agisce ovunque, anche laddove pensiamo che tutto sia così puro, vergine ed illibato.

Questa volta infatti i meccanismi di potere non hanno un’identità specifica, perché riguardano l’intero corpo del movimento e non più gli individui che presi singolarmente lo compongono. Non è un problema per i pentastellati che un deputato venga giudicato colpevole o condannato. Semplicemente si pensa subito all’espulsione come soluzione.

Sebbene possa essere apparentemente più semplice stanare in anticipo quali siano i meccanismi di potere che agiscono nella mente del singolo dentro il movimento, molto più difficile, ma di gran lunga più importante, è mostrare come il potere agisca celatamente nell’intero movimento e che si intrecci più direttamente con le coscienze di quegli elettori che difendono a spada tratta ogni scelta del movimento. È difficile, ma non impossibile se si considera il dispositivo digitale come un potentissimo strumento in grado di distorcere la realtà.

Se ci pensiamo bene, è stata proprio la rete lo strumento che è riuscito a cavalcare meglio di ogni cosa la cresta dell’onda di una protesta, riverberatasi poi sul modo di pensare la politica e dunque il potere: è quanto accaduto con Obama e, prima di lui nel 2004, con Howard Dean grazie a Meetup. Grillo, nel 2007 con il V-Day, è stato sufficientemente recettivo nel captare questa esigenza e con lui Casaleggio (padre) che, in quasi tutti i suoi libri e nelle sue interviste, fornisce una visione positiva ed edulcorata della rete, anche un po’ distorta in merito ad un suo potenziale sviluppo futuro.

Non sappiamo se il progetto Gaia sia stato un’invenzione dalla mente di Casaleggio, oppure se sia l’ennesima forma di una psicosi collettiva di complottisti annoiati – ciò che risulta essere interessante è che in questo, come in altri progetti, il collante fosse la rete.

Per Casaleggio la rete infatti rappresenta l’unico luogo neutrale nel quale gli uomini possono esprimere sé stessi in quanto individui, partecipando attivamente a qualcosa di più grande, ma che, allo stesso tempo, li riguarda direttamente: gli individui possono partecipare attivamente alla politica soltanto connettendosi tra di loro; ma se, come osserva Nicoletta Cavazza, docente di Psicologia Sociale, in una comunicazione tra due interlocutori agiscono meccanismi di persuasione che si basano primariamente sul tentativo di sostituire il proprio punto di vista con quello del nostro interlocutore, questo significa che qualsiasi forma di comunicazione non è mai così neutrale come sembra, tanto più nella rete.

Infatti, in rete la comunicazione è decisamente più efficace perché è possibile interfacciarsi con una molteplicità di dispositivi digitali che ci vengono dati in dotazione, e che permettono di scomporre la realtà articolando a piacimento l’informazione e le stesse strategie di comunicazione.

Il modello di rete in dialogo con l’I.A., pensato da Casaleggio (figlio), non prevede soltanto la trasparenza dell’informazione, ma anche la ‘capacità’ di arrivare alla fonte diretta, di tagliare fuori gli intermediari inutili, e soprattutto di ridurre notevolmente i tempi di arrivo dell’informazione. Il paradosso più grande di questa innovazione comunicativa di rete è che nonostante tutto questo, sebbene le stesse informazioni diventino più trasparenti, analogamente si prestano più facilmente ad una certa ‘manipolabilità’.

È infatti possibile articolare liberamente quelli che i linguisti chiamano canali di comunicazione, o più in generale quelli che in rete sono dei semplici filtri. Mentre nei vecchi modelli digitali i canali di comunicazione erano pensati in maniera centralizzata, specialmente in campo delle telecomunicazioni (pensiamo ai modelli simplex, half-duplex, full-duplex), oggi grazie al web, i modelli di canale in rete si liberano totalmente di queste contromisure. È come se fosse il virtuale come rete, nel senso più ampio del termine, a costituire l’intima natura della stessa plasmabilità dell’informazione.

Tramite la semplice aggiunta di filtri, tavole, trame di colori e formule interattive è possibile quindi ricostruire in tempo reale il vissuto. È possibile, cioè, costruire nuove esperienze di senso, un po’ come accade in Black Mirror, in cui i personaggi che utilizzano dei dispositivi entrano in contatto con i loro istinti più reconditi. Da questo fraseggio semiotico, la comunicazione in rete vedrebbe emergere, non soltanto un modo diverso di guardare il mondo, ma anche un modo diverso di plasmare la società, e dunque la politica.

Il virtuale diventa un mondo senza confini

Se da un lato il dispositivo digitale, tramite la comunicazione può farci entrare in contatto con delle esigenze politiche diverse, nascondendo allo stesso tempo e più verosimilmente il lato oscuro del potere di cui spesso si ignora la provenienza, dall’altro il supporto digitale ha permesso la nascita di nuove forme di socialità complessivamente deterritorializzate, che a loro volta hanno consentito una genesi e un’articolazione politica in forme completamente diverse.

Ad esempio, è curioso notare che le campagne politiche più ancorate alle ideologie di vecchio stampo lavorino quasi sempre tramite metodi puramente territoriali: Casapound fa propaganda distribuendo pasta e viveri alle persone nei quartieri laddove le istituzioni sono più deboli, così come gruppi di sinistra più radicale fanno propaganda grazie al volantinaggio o al confronto più diretto possibile. Al contrario, chi oggi si fa carico di una propaganda elettorale e parte dal basso, capisce che le nuove esigenze sociali maturano in seno ad una deterritorializzazione e dunque all’approssimarsi nel virtuale di nuove forme di comunicazione differenti e più efficaci.

Pierre Levy, nel suo L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, aveva spiegato che la conoscenza – e dunque tutto ciò che da essa ne deriva, compreso il potere – non dipende da un individuo che sa tutto, ma da tanti individui che sanno qualcosa. Esistono numerosi studi sull’intelligenza collettiva che partono proprio dalle posizioni di Levy e arrivano a far coincidere rete, comunicazione ed intelligenza (nel suo carattere pratico di problem-solving). Eppure, non tutti – come Jaron Lanier ad esempio – sembrano essere così morbidi nel pensare che vi possa essere una saggezza della folla, perché il margine che va dall’ “ognuno sa qualcosa” al “nessuno sa niente” è veramente troppo labile.

Non è un caso che Davide Casaleggio sia particolarmente interessato ad investire sull’intelligenza artificiale al fine di far interagire meglio i cittadini della rete grazie alla piattaforma Rousseau. Come non è nemmeno un caso che una parte degli stipendi dei parlamentari pentastellati andranno a finanziare Rousseau: la piattaforma che servirà i cittadini e che risolverà tutti i nostri problemi. Sembra quasi un fenomeno avveniristico, ma anche un morbido e panottico asservimento ad una macchina che incuriosirebbe tutti gli amanti di letteratura fantascientifica – ma qui saremmo già troppo oltre.

Ad ogni modo, da queste riflessioni risulta difficile credere che il movimento sia un progetto esclusivamente politico, non tanto perché è il movimento ad uscire fuori dalla logica tradizionalmente politica destra-sinistra per proiettarsi oltre, ma perché, se ci limitiamo ad osservarlo dall’esterno, noteremo una serie di comportamenti stocastici di un sistema emergente che, pure nella sua paradossalità e nei suoi meccanismi di potere nascosti, cerca di spingere il reale verso virtuale.

Un esempio analogo: oggi tutti i builders di piattaforme virtuali non hanno avuto mai competitors diretti sui contenuti, se non a livello puramente professionale. Una considerazione banale e stupida si potrebbe a questo punto fare: a che cosa dovrebbero essere interessati tali sedicenti competitors? A nulla! Se i contenuti sono virtuali, questi appartengono a tutti, a meno che non si pensi il virtuale come luogo reale. Ma se il virtuale si presenta anzitutto come un non-luogo, per utilizzare un’espressione di Marc Augé, da dove possono emergere nuovi significati (pensati nel loro carattere di informazione) se non dalla rete? Il paradosso, ed il pericolo più grande del virtuale, allora, non è che esso si presenta come un luogo che non appartiene a nessuno, ma come un luogo che può diventare reale nel momento in cui sono in tanti a starci dentro. Infatti, gli investors che hanno cavalcato l’onda della rete come un sedicente luogo libero non ne hanno colto allo stesso tempo i pericoli che gli si sarebbero rivoltati contro.

Ne è un esempio eclatante il fenomeno dei Bitcoin: coloro che prima avevano anticipato un potenziale investimento sono gli stessi che adesso stanno cercando di ridimensionare la bolla, anche a costo di farla esplodere. Il motivo è semplice: non avrebbe più senso trarre profitto da qualcosa che tutti possono avere e che può rendere carta straccia ciò che loro stessi per primi vogliono, ossia il denaro. Esattamente come non ha senso dare valore a ciò che distrugge o che da una forma diversa al valore.

Per concludere: che lo vogliamo o no, questi comportamenti apparentemente inconsapevoli degli investors, di alcune tribù virtuali, o di nuovi movimenti politici che camminano lungo la direttrice della rete non nascono semplicemente per condividere dei contenuti, per trarre dei profitti, per applicare e promuovere nuove strategie comunicative o, semioticamente parlando, per produrre e rendere significativa un certo tipo di cultura, ma nascono forse da un’inconsapevole ed inarrestabile volontà del mondo di rendersi virtuale. Una volontà che, per utilizzare un’espressione di Ernesto De Martino, può essere interpretata antropologicamente come una «crisi della presenza» che genera delle risposte arbitrarie ad un’insoddisfazione ben più profonda, radicata nell’abisso del nostro presente. Per questo si cerca di scavalcare le soglie del tempo e ci si proietta il più possibile verso un futuro che ricorre al virtuale come quint’essenza mitica del nuovo. Ma è giusto e legittimo che un certo timore ci assalga, d’altronde, come dice Jonathan Gottschall, «il futuro è poco promettente per la realtà».

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