Revolut ingannata da una finta richiesta della Polizia: esposti i dati di 680 clienti

È bastata una mail inviata da un canale istituzionale italiano, apparentemente legittimo, per convincere Revolut a consegnare i dossier personali di circa 680 utenti europei. Non si è trattato di un attacco informatico ai server della banca digitale, ma di un raggiro che ha sfruttato le procedure di collaborazione previste dalla legge tra gli istituti finanziari e le forze dell’ordine.
L’inganno perfetto via PEC
Per quasi due mesi i cybercriminali si sono mossi nell’ombra, protetti dall’anonimato e accreditati dall’indirizzo di Posta Elettronica Certificata della Prefettura di Reggio Calabria, di cui avevano preso il controllo. Presentandosi come investigatori italiani impegnati in una complessa indagine internazionale, hanno tempestato l’istituto finanziario britannico di formali e pressanti richieste di accesso agli atti.
Di fronte a messaggi ufficiali, provvisti di autenticazione tecnica impeccabile e provenienti da un dominio governativo riconosciuto, gli analisti di Revolut hanno fatto esattamente ciò che la legge impone: collaborare. Risultato? I dati sensibili dei clienti -dai documenti di riconoscimento alle foto di verifica, fino allo storico delle transazioni e ai saldi in criptovalute- sono finiti direttamente nelle mani dei truffatori. Dall’azienda arrivano comunque rassicurazioni chiare sul fronte economico: i conti non sono stati violati e i risparmi degli utenti rimangono al sicuro.
Effetto domino e allarme sicurezza
Tracciata la truffa, la risposta di Revolut è stata immediata; contatti bloccati con l’indirizzo compromesso, segnalazione inviata ai regolatori e assistenza attivata per le persone colpite. Nel frattempo, la Polizia Postale ha aperto un’inchiesta per frode e accesso abusivo a sistema informatico.
La vicenda, però, travalica il singolo caso aziendale e mette a nudo una fragilità sistemica. L’Autorità Garante della Privacy ha infatti alzato il livello di guardia, chiedendo un controllo a tappeto sui sistemi di sicurezza delle banche operative in Italia e avviando verifiche con il Ministero dell’Interno per capire quante altre caselle istituzionali siano a rischio.
Sul caso si muovono anche le autorità lituane, dove risiede la sede bancaria europea di Revolut, e le associazioni dei consumatori come il Codacons, pronte ad azioni legali qualora la compromissione dei canali ufficiali avesse messo a repentaglio i dati di una platea ancora più vasta di cittadini.




