Diritti civili: senza inclusività giuridica non c’è democrazia

Diritti civili: senza inclusività giuridica non c’è democrazia

Le unioni civili sono state un traguardo, ma devono essere incluse in un processo di inclusività giuridica che uno Stato democratico dovrebbe garantire. In gioco c’è l’affermazione dei diritti.

In un articolo pubblicato nel gennaio scorso da Internazionale, la saggista e bioeticista Chiara Lalli espose e confutò – con largo anticipo – le tematiche che avrebbe caratterizzato il dibattito sulle unioni civili. L’articolo e il tema sono funzionali per comprendere quanto sia importante il processo di estensione e inclusività giuridica dei diritti civili. Partendo da un saggio di Den Otten intitolato “In difesa del matrimonio plurale”, Lalli affronta le diverse dinamiche che interdicono i cittadini dall’avere pieno esercizio dei loro diritti. La bioeticista, per esempio, espone l’impossibilità per i poliamorosi di contrarre un matrimonio – civile – riconosciuto dalla legge, sfiorando anche altri temi di cui si occupa come la maternità surrogata e la stepchild adoption.

Diritti come garanzia democratica – L’articolo di Lalli si concentra proprio su questi temi e per quanto riguarda le relazioni poliamorose – cioè quelle dove una persona puo’ amare più di un partner nella più totale consensualità, lontano da credi religiosi – l’articolo svela certe realtà che, pensando che co-esistano con uno “Stato di diritto”, fanno riflettere sul significato stesso del termine. «Chi lo ha stabilito e chi dice che non possa cambiare? – scrive Lalli nel pezzo riferendosi al matrimonio civile tra più persone – Molti comportamenti in passato erano giudicati inammissibili, molte leggi erano ritenute giustificabili e ora non è più così. “Siccome abbiamo sbagliato spesso nel passato, non dovremmo essere tanto sicuri che il nostro giudizio morale attuale sia infallibile”». Lalli è chiara, aiuta con Otten, e cerca di introdurre un discorso sottovalutato ma fondamentale: quello della presenza del tradizionalismo che rallenta l’estensione dei diritti. In ottica inclusivista è chiaro che Lalli abbia ragione: «Il matrimonio (civile) è un contratto determinato dal contesto politico e sociale, mutato e mutabile nel tempo. Non è una verità rivelata. Che ci si possa sposare tra due persone . spiega – è una convenzione e non è nemmeno universale». Vero, e per verificarlo non serve andare in lontane foreste tropicali a osservare tribù organizzate secondo modelli familiari differenti da quelli cui siamo abituati. Basta guardare più attentamente l’attuale società occidentale, ascoltandola. Il punto è che – all’interno di una democrazia – tutti dovrebbe godere dei diritti riconosciuti dalla legge, a prescindere dal giudizio personale o morale dei singoli: i diritti non sono opinioni, riguardano tutti e se non annullano altri importanti principi giuridici è giusto sancirli. Anziché vedersi circoscrivere da pensieri egocentrici che considerano, per esempio, leggi come il ddl Cirinnà l’ultimo e definitivo scalino verso l’inferno, bisognerebbe affrontare un dibattito sano volto a comprendere l’importanza del riconoscimento dei diritti a tutti i cittadini. Il discorso deve essere ampio quanto semplice, e ruotare attorno a una domanda altrettanto precisa: diritti civili per tutti – ma proprio tutti, senza discriminanti di sorta – oppure no?

Il diritto non è il tuo pensiero – «Per sostenere il divieto – continua la bioeticista romana nel suo articolo – andrebbero dimostrate le ragioni per cui sarebbe dannoso farle cadere. Non basta che a qualcuno potrebbe non piacere, che poi se non gli piace basta non sposare più di una persona, semplice. La domanda è giuridica, non morale, non religiosa, non personale. Quello che fareste voi è irrilevante, se non per voi e forse per i vostri amici. La domanda è se ci sono abbastanza ragioni giuridiche per vietare l’ampliamento numerico». E il punto è che non ci sono giustificazioni all’impedimento dell’inclusività giuridica, perché un diritto è nocivo solo se danneggia quello di un’altra persona e non le sue opinioni. In questo caso quale sarebbe il danno, ampliare semplicemente un modello? Certo che no: una visione più completa e appunto inclusiva delle diverse forme di famiglia e dei rapporti sentimentali puo’ essere solo che un vantaggio in termini sociali e collettivi, perché aiuta i membri di una comunità a conoscersi senza pensare che il mondo giri solo intorno alle proprie visioni delle cose. Da questo genere di considerazioni – ampiamente lontane dall’attualità – è chiaro che il processo di estensione giuridica è lungi dall’iniziare. All’interno del dibattito (para)politico e sociale cui si è assisto, per esempio, a ridosso della votazione in Senato del ddl Cirinnà è stata esclusa proprio questa componente: la presenza-assenza di una regolamentazione totalmente inclusiva all’interno della nostra corpus giuridico che garantisca piene tutele a ogni tipologia di unione, a ogni sfaccettatura di rapporti  e condizioni sentimentali, genitoriali e bioetiche. Le unioni civili sono state trattate – e legittimata – solo in parte.Sia per le famiglie plurali che per la mancata attuazione della stepchild adoption la legittimazione è lontana: a fare da padrona è la forma e non la sostanza. I sentimenti, non va dimenticato, sono i protagonisti centrali che dovrebbero muovere il processo di riconoscimento delle unioni tra persone nel senso più puro del termine e attualmente non sono riconosciuti nella loro diversificazione Ancora una volta, l’unico vincolo utilizzabile sul piano giuridico è valutare se l’allargamento dei diritti civili danneggi il prossimo: una volta sciolto tale nodo non deve esserci nulla tra il processo di inclusione e l’affermazione di un’uguaglianza collettiva. E non puo’ essere nemmeno tirato in ballo il discorso dei doveri che chiamano a loro volta i diritti, quasi come fossero un premio: certe concettualizzazioni girano bene, si fa per dire, nei meccanismi asettici della formazione militare o scolastica, motivo per il quale quando si assiste a un Aldovrandi picchiato a morte la maggioranza pensi che “se la sia cercata” invece di puntualizzare la violazione di diritti. Gli esempi vanno oltre le unioni civili e si potrebbe continuare all’infinito, spaziando dall’eutanasia fino al diritto di asilo.

Il diritto non puo’ avere paura – Con l’approvazione del ddl Cirinnà e i relativi malcontenti politici bipartisan, la dialettica edulcolorata dal tradizionalismo e dall’interesse (para)politico ha raggiunto livelli impressionanti. Luoghi comuni e miti metropolitani vedono in frasi del tipo “dove arriveremo mai” una delle espressioni più rappresentative del fenomeno. Ma dove arriveremo appunto? Da nessuna parte così apocalittica. Non ci sarà un mondo peggiore se a regolamentarlo saranno processi di estensione orizzontale dei diritto, che garantisca le tutele a tutti. In uno Stato che si dice laico e costituito secondo principi democratici, l’asse del discorso dovrebbe virare in maniera costruttiva sul tema, e non su espressioni paternalistiche e timorate che vanno contro la stessa partecipazione civile e politica di porzioni sociali, come i credenti nel caso del ddl Cirinnà. L’unica cosa da temere è che le tipologie di unioni tra persone, le legittimazioni di maternità surrogata e i diritti civili in generale diventino merce della sussunzione del capitalismo, reificando il valore del diritto e del riconoscimento in tendenza, in bene consumabile. La paura non fa parte del diritto, ma della mancanza di responsabilità nel mettersi in discussione. I traguardi sulle unioni civili e sui diritti in generali sono da considerasi come punto di partenza e non di arrivo in virtù del processo di estensione giuridica. Se la paura vince tale processo si ferma e vedremo sbriciolarsi – su diverse scale e tematiche – le tutele ottenute finora, rendendo impossibile qualsiasi dibattito di democrazia nel ventunesimo secolo.

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