Fermo, l’ingiusta morte di Emmanuel per difendere il suo amore dal razzismo

Fermo, l’ingiusta morte di Emmanuel per difendere il suo amore dal razzismo

La foto che ritrae Emmanuel Chidi Namdi e la sua Chinyery è toccante, commovente, di una tenerezza infinita. I loro occhi che sorridono più delle loro bocche. Certo molto probabilmente sarebbe una foto come un’altra e non susciterebbe le stesse emozioni e lo stesso coinvolgimento se non ci fosse dietro il triste epilogo della storia della coppia…

…una coppia piena di amore, progetti e sogni. Da otto mesi i due nigeriani erano ospiti a Fermo nell’ambito del progetto gestito dalla Fondazione “Caritas in veritate” guidata don Vinicio Albanesi. Erano in fuga dalla Nigeria, dove avevano perso tutti i loro familiari in uno degli attacchi alle chiese cristiane da parte di Boko Haram e per arrivare in Italia avevano superato ulteriori violenze in Libia. Al termine di una drammatica traversata la giovane, in stato di gravidanza, aveva abortito. A gennaio don Vinicio Albanesi li aveva uniti ma solo informalmente, per mancanza di documenti.

Fermo, Emmanuel colpito a morte dopo aver difeso la compagna da insulti razzisti

Il nigeriano, un richiedente asilo fuggito con la compagna 24enne dal fondamentalismo islamico di Boko Haram, lo scorso 5 luglio stava passeggiando con la compagna, quando un uomo (un 39enne italiano già noto alle forze di polizia e sottoposto a Daspo – di cui non si capiva perché all’inizio non se ne faceva nome ma erroneamente si utilizzava solo l’appellativo “ultrà”, quando semplicemente sarebbe stato più corretto “un giovane razzista di Fermo”, tanto questo è) ha iniziato a provocare la coppia, chiamando «scimmia africana» lei e insultando pesantemente anche lui. La dinamica dell’aggressione non è ancora chiara: secondo una prima ricostruzione, il 36enne avrebbe reagito agli insulti impadronendosi di un paletto della segnaletica stradale con cui avrebbe colpito il 39enne, facendolo cadere a terra. Rialzatosi, quest’ultimo lo avrebbe raggiunto con un pugno al viso, facendolo stramazzare a terra: nella caduta Emmanuel ha battuto la testa e sarebbe poi stato colpito ancora. Dopo un giorno di agonia, attaccato al respiratore, Emmanuel Chidi Nambdi è morto.

«Chinyery è distrutta, stremata, inconsolabile» aveva scritto subito dopo l’accaduto in un post drammatico su Facebook Massimo Rossi, ex presidente della provincia di Ascoli Piceno. In ospedale ha pregato per ore, in ginocchio e in lacrime. «Non è giusto che io sia così sfortunata. Cosa ho fatto di male? Perché la cattiva sorte guarda sempre me?». Guardava dalla sua parte quando le bombe degli integralisti di Boko Haram sterminarono la sua famiglia. «Della mia bambina di due anni non è rimasto niente» ha raccontato. Quello stesso giorno lei ed Emmanuel decisero la fuga. Sette mesi infernali per arrivare davanti al Mediterraneo e tentare la traversata verso l’Italia. E poi le botte, la sera in cui salirono sul barcone. «Sono arrivati in cinque. Ero incinta e noi speravamo tanto di offrire al nostro bambino tutto ciò che fino a quel momento ci era stato tolto ma quelle botte mi fecero abortire» ha ricordato ancora Chinyery.

«Erano innamoratissimi, stavano sempre insieme e avevano grandi progetti. Emmanuel era sempre sorridente, pieno d’entusiasmo e di progetti per il futuro. Sognava un lavoro, una casa e soprattutto il permesso di soggiorno per restare in Italia. Aveva imparato da subito l’italiano che parlava abbastanza bene, mentre la compagna stentava di più e usava soprattutto l’inglese». Ma ora Chinyery è rimasta sola. Nei primi momenti la disperazione ha preso il sopravvento, un mancamento e poi crisi d’isteria in cui ha detto a chi era con lei di volerla fare finita. «Lei non ha più nessuno – ha affermato don Vinicio – è arrivata sola con lui e ora che Emmanuel non c’è più non sa cosa fare. Siamo molto preoccupati per la sua sorte». Il parroco però ha promesso che le starà vicino e si prenderà cura di lei insieme alle suore.

Fermo, la prima ricostruzione

Alla base dello scontro fisico tra i due sembrerebbe quindi esserci stata un’aggressione verbale del ragazzo italiano alla moglie di Chidi Namdi che in quel momento era con lui. La donna, 24 anni, ha dichiarato di essere stata chiamata «Scimmia africana». Ora Amedeo Mancini, il fermano di 39 anni che lo ha colpito, è stato fermato con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha precisato che all’omicida è stata contestata anche l’aggravante della finalità razzista e che «la commissione competente ha concesso alla compagna del migrante ucciso a Fermo lo status di rifugiata». Inizialmente Amedeo Mancini non ha voluto parlare, mentre il suo avvocato, Francesco De Minicis, si era limitato a dire: «Non voglio entrare nel merito. Posso solo dire che si tratta di una vicenda dolorosissima e il mio assistito è distrutto. Ora l’importante è che le cose vengano chiarite nell’interesse di tutti».

Fermo, la ricostruzione dei fatti secondo le varie testimonianze

A contrapporsi al racconto della moglie della vittima che accusa Amedeo Mancini di insulti razzisti e di una brutale aggressione senza motivi apparenti, c’è la versione fornita dall’indagato, confermata poi da quattro testimoni: il giovane che era in compagnia del 39enne e tre donne che passavano di lì durante il diverbio tra i due. I quattro sono stati già sentiti separatamente dalla polizia e hanno ricostruito i fatti nello stesso modo del 39enne. Erano da poco passate le 15 quando Chidi Namdi, sua moglie e un altro uomo di colore, stavano passando nei pressi delle panchine del belvedere di viale Veneto (Fermo). In quel momento Mancini avrebbe detto qualcosa nei confronti dei rifugiati politici. Lui sostiene di averli rimbrottati perché stavano aggirandosi in modo sospetto intorno alle auto, mentre la moglie della vittima dice di essere stata chiamata scimmia senza alcun motivo. I tre hanno continuato la loro passeggiata, scendendo in direzione di piazza Ostili Ricci. Dopo circa cinque minuti Chidi Namdi e la donna sono tornati indietro. Da qui le versioni si fanno nuovamente contrastanti: Amedeo Mancini e i testimoni sostengono che la moglie della vittima abbia inveito contro il 39enne, tentando di mettergli le mani addosso e che il marito abbia spinto il suo contendente fino all’altra parte della strada, per poi imbracciare il palo della segnaletica stradale e colpirlo, facendolo cadere a terra. Mancini a quel punto si sarebbe rialzato e avrebbe sferrato un pugno al volto a Chidi Namdi, facendolo finire sull’asfalto, dove ha sbattuto la nuca. La moglie della vittima, invece, sostiene che sia stato Amedeo Mancini a colpire il nigeriano con il segnale stradale, per poi infierire insieme al suo amico. Emmanuel era subito rimasto incosciente ed era stato necessario l’intervento dei sanitari del 118 con il defibrillatore. Chidi Namdi era stato trasportato in ospedale già in coma e quindi ricoverato in rianimazione. E sta di fatto che alla fine ad avere la peggio è stato colui che ha avuto il coraggio di ribellarsi al razzismo e all’odio xenofobo e fascista. Due sono gli auspici ora: che giustizia venga fatta, davvero! E che la morte di Emmanuel ed i motivi razziali dell’omicidio non vengano dimenticati.

Fermo, Chinyery ora chiede giustizia

«Che venga fatta giustizia, giustizia nel migliore dei modi per mio marito» – implora adesso Chinyery che ha voluto parlare davanti le telecamere per raccontare la sua versione dei fatti. «Chi ha fatto tutto questo», cioè Amedeo Mancini, «Vorrei andare in carcere a trovarlo e chiedergli perché. Vorrei guardarlo negli occhi domandare: perché proprio noi? Perché tanta violenza? Non avevamo fatto niente di male. Non ci conoscevamo nemmeno…».

Da queste parole emerge tutto lo strazio che sta provando ora Chinyery, come se non fosse stato abbastanza quello che aveva già vissuto in passato. Un passato molto recente per giunta. Non si può perdere il proprio compagno così, non si può morire così. L’ignoranza è un male, rappresenta il degrado della società, genera odio, razzismo e morte. Va combattuta, fermata, senza mezze misure perché le mezze misure l’ignoranza stessa non le conosce. Ecco che allora era ancora più inaccettabile leggere “ultrà”, “il 39enne tifoso della fermana” invece del nome e cognome per intero del ragazzo italiano colpevole di aver infranto e ucciso tutti i sogni di una giovane coppia. Come se si tentasse di coprire qualcosa, in questo caso qualcuno, che in realtà è indifendibile.

Chinyery e il suo Emmanuel sognavano di ottenere lo status di rifugiati e di trovare una casa e un lavoro. Lei avrebbe finito gli studi universitari in medicina, lui — analfabeta — avrebbe frequentato una scuola italiana. Da quando sono arrivati fra le suore della Comunità di Capodarco il loro impegno è stato girare nelle parrocchie del Fermano per raccontare che si può sopravvivere anche a un dolore così grande come la perdita dei figli, anche alle atrocità di Boko Haram. «La porto sempre con me come fosse uno zainetto» scherzava sempre Emmanuel parlando della sua Chinyery. Lei leggeva per lui, gli insegnava quell’italiano incerto che ha imparato da suor Filomena in questi mesi. Mai una volta che uno dei due uscisse senza l’altro accanto. «Eravamo felici, finalmente» ricorda Chinyery, «ce la meritavamo un po’ di felicità».

Chinyery, inoltre, aveva anche disposto la donazione degli organi di Emmanuel, così da regalare quella felicità che a lei è stata brutalmente tolta a qualcun altro. Gli organi senza colore e senza razza, un gesto umano contro una violenza razzista – che però non ha potuto fare per la mancanza dei documenti necessari, ma questa è un’altra storia che ha poco a che vedere con il gesto pieno di umanità che ha avuto la giovane 24enne…nonostante tutto.

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