Brexit, il Regno Unito si prepara al voto: leave or remain?

Brexit, il Regno Unito si prepara al voto: leave or remain?
Brexit, referendum nel Regno Unito: leave or remain?

Il Regno Unito si sta preparando al voto in vista dello storico referendum di giovedì 23 giugno. Domani infatti gli inglesi si recheranno alle urne per decidere se lasciare (leave) o restare (remain) nell’Unione Europea e, a prescindere dall’esito, ci sarà sicuramente un’Europa del prima e una del dopo referendum. L’eventuale Brexit, ovvero l’uscita del Regno Unito dall’Ue, avrà delle conseguenze sui nostri investimenti e sulla nostra economia in quanto rappresenta una delle principali economie europee – si tratta del 25% del Pil comunitario, non proprio una sciocchezza. Dal punto di vista economico ci sono le grandi aziende che si appellano agli inglesi per rimanere nell’Unione, come Toyota, Vauxhall, BMW, Michelin, Air France, Danone e perfino le squadre di calcio della Premier League. Anche la comunità accademica si schiera dalla parte del “remain”: le principali università inglesi sostengono che l’uscita dall’UE causerebbe una sostanziale diminuzione dei fondi dedicati alla ricerca.

A indire il referendum – paradossalmente, oggi fa campagna per restare nell’Unione europea – è stato l’attuale premier David Cameron, che ha promesso la consultazione per arrestare l’avanzata del partito populista e anti-europeo Ukip di Nigel Farage (Stasera il dibattito conclusivo con il leader degli euroscettici dell’Ukip, Nigel Farage, opposto all’ex premier scozzese Alex Salmond). Nel frattempo, Cameron ha negoziato con Bruxelles nuove condizioni – tra cui norme che potrebbero limitare l’immigrazione – per restare nell’Unione, nel caso in cui l’esito confermi Londra come stato membro del club dei 28.

Brexit, Renzi: “Un voto per lasciare l’Europa sarebbe un errore”

“Visto dall’Italia, un voto per lasciare l’Europa non sarebbe un disastro, una tragedia o la fine del mondo per voi nel Regno Unito. Sarebbe peggio, perché sarebbe la scelta sbagliata. Sarebbe un errore del quale innanzitutto voi elettori paghereste il prezzo. Perché chi vuole davvero una Gran Bretagna piccola e isolata?” – ha scritto il premier Matteo Renzi sul Guardian in edicola oggi, lanciando proprio alla vigilia del referendum un appello finale agli inglesi per non uscire dall’Ue.

Brexit, gli europeisti convinti

Tra gli europeisti convinti, corrente oggi in estinzione, ci sono Jean Quatremer, editorialista di Liberation a Bruxelles che sulle pagine del suo giornale ha scritto un pezzo dal titolo inequivocabile “La Brexit, un sacrificio necessario per salvare l’Europa” e Jacques Delors, ex Presidente della Commissione europea.

Quatremer, in un’intervista rilasciata ad Euronews ha dichiarato apertamente: “se i britannici decidono di restare avremo dei problemi.” Ed ha continuato: “proveranno a far finta che nulla sia successo e chiederanno nuove e continue deroghe a Bruxelles. Ci troveremo davanti a un David Cameron stile imperatore, anche perché sarà il solo leader ad aver vinto un referendum sull’Europa negli ultimi venti anni. Sarà impossibile rifiutargli la benché minima richiesta. Per le altre capitali sarà terribile. Al contrario se vincerà la Brexit, ci troveremo tutti a dover affrontare uno choc e anche di un certo livello, perché perderemo una delle principali economie europee. Si tratta del 25% del Pil comunitario che se ne va, non proprio nulla. Va da sé che saremo obbligati a dover prendere delle contromisure, a rafforzare la zona euro per far fronte a nuove e più pesanti crisi economiche.” E sulla possibilità di nuovi referendum nei prossimi anni: “potrebbe darsi che si dovranno organizzare altri referendum. Perché no? Non si può costruire l’Europa con degli Stati a cui non interessa, i cui cittadini non credono in Bruxelles.” Anche se in realtà la questione è molto più complessa. Nel caso in cui uno dei 19 Paesi aderenti all’euro dovesse decidere di uscire dall’Ue ci sarebbe una svalutazione della propria moneta, cosa che non accadrebbe al Regno Unito che ha mantenuto la sterlina. Nelle pagine di Liberation invece Quatremer ha scritto: “Cari amici britannici, non vi lasciate convincere dalle argomentazioni dei Remain, e il 23 giugno votate per i Leave. Voglio essere onesto con voi – ha continuato il giornalista francese – lasciare l’Unione europea non è davvero nel vostro interesse, ma io difendo i valori dell’Unione ed è nel suo di interesse che vi dico di lasciarla”. Per Jean Quatremer sarà soltanto grazie allo scossone della Brexit se l’Unione europea procederà verso nuovi scenari di integrazione, gli stessi peraltro auspicati anche dalla Germania.

L’obiettivo di una maggiore integrazione economica, fiscale e politica era anche al centro delle dichiarazioni di Jacques Delors, il più grande presidente che la Commissione abbia avuto nella sua storia, che quattro anni fa in un’intervista a un quotidiano tedesco chiedeva “ai britannici di fare un passo indietro e chiedere un’associazione puramente commerciale con l’Ue”. Considerato uno degli uomini simbolo dello spirito comunitario, verso i primi anni novanta progettava un ‘superstato’ europeo bocciato poi dalla Thatcher, Delors potrebbe oggi essere preso come testimonial dai comitati di Nigel Farage. Secondo lui l’Unione europea ha urgente bisogno di una riforma dei trattati nei quali si proceda progressivamente alla maggiore concessione della sovranità politica da parte degli Stati. “A Londra non interessano che gli affari – ha chiarito Delors – È possibile restare amici, senza però essere legati”. Il suo pensiero sembra essere stato anche dietro ai negoziati condotti tra Londra e Bruxelles l’autunno scorso e che hanno dato forma alla bozza di accordo di ridefinizione delle relazioni tra le due parti in caso di vittoria del fronte del “remain”. “Non ci si innamora di un mercato” – diceva una volta Delors e allora figurarsi se ci si può affezionare oggi a un mercato che ha oltretutto perso la forza propulsiva dei decenni scorsi, e che allargandosi precipitosamente ad altri Paesi dell’Est ha prodotto più problemi che risorse. Non sorprende dunque che vi siano solidi ma delusi europeisti che non solo non temono l’uscita del Regno Unito, ma che addirittura la auspicano, sia perché Londra si è rivelata in politica estera un partner poco affidabile sia perché il Regno Unito ha sempre agito come un freno al già problematico processo di integrazione.

Brexit, bisogna convincere gli indecisi

Gli ultimi sondaggi confermano il testa a testa tra il “leave” e il “remain” e proprio per questo cercare di convincere gli indecisi sarà decisivo. L’ultimo dibattito per tentare di convincerli sarà stasera alle 20: a tentare il tutto per tutto saranno l’ex primo ministro scozzese Alex Salmond, eurofilo convinto, e il capo dell’Ukip, il partito degli euroscettici, Nigel Farage. Mentre ieri è stata la volta dei sindaci: da una parte Sadiq khan, il nuovo sindaco laburista di Londra, e dall’altra l’ex sindaco Boris Johnson. Senza giri di parole Khan ha accusato Johnson di “mentire” sull’ingresso della Turchia nella Ue in un prossimo futuro: “sono allarmismi, Boris, lei si dovrebbe vergognare”. “Siete voi ad avere concentrato tutta la campagna anti Brexit sulla paura” – ha replicato Johnson ricordando gli appelli, che continuano anche oggi, sulle possibili conseguenze economiche della Brexit: “dicono che non abbiamo altra scelta se non quella di inginocchiarci davanti a Bruxelles. Noi diciamo che sottovalutano miseramente questo paese”. E il primo motivo che attira verso l’euroscetticismo è quello dell’immigrazione. Il primo ministro conservatore David Cameron invece ha provato a fare il suo ultimo tentativo per sostenere le ragioni del restare in Europa e portare gli indecisi in questa direzione con un’intervista in prima pagina al Guardian.

Noi invece non possiamo fare altro che attendere la mattina del 24 giugno per scoprire se ci sveglieremo ancora in un’Europa a 28.

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