Bambini soldato, un dramma troppo poco condiviso

Bambini soldato, un dramma troppo poco condiviso

Mentre milioni di bambini sul pianeta sono sui banchi di scuola, molti  altri si misurano sui campi di battaglia: i così detti bambini soldato. Il loro numero non diminuisce malgrado gli sforzi della comunità internazionale e di numerose Ong. La giornata mondiale dei bambini sodato, che si celebra il 12 Febbraio, è nata per ricordarcelo. Ma questo dramma sembra ancora troppo poco condiviso.

Nel 2016, la maggiora parte degli Stati ha firmato i testi contro lo sfruttamento dei bambini in conflitti armati (solo Somalia e Stati Uniti non hanno ratificato la Convenzione Internazionale per i diritti del bambino). Nonostante ciò, ci sono più di 250.000 bambini tra i 6 e i 18 anni coinvolti il una trentina di conflitti armati. Dal 2002, secondo il Protocollo facoltativo alla Convenzione sui diritti del fanciullo, viene vietata la partecipazione di questi ultimi in guerre e combattimenti, ma i minori continuano ad essere sfruttati. Consumano meno cibi degli adulti, sono docili e malleabili, combattono, posano mine, fanno da sherpa, spiano, portano messaggi, fanno da cuochi e da schiavi del sesso. Se la maggioranza di loro si arruola per sfuggire ai maltrattamenti o alla povertà, molti vengono reclutati con la forza o rapiti. I maschi vanno ad incrementare le fila delle truppe, ma non sono le uniche vittime. Le femmine si battono come loro e rappresentano quasi la metà dei bambini soldato nel mondo. Alcune di lori si arruolano volontariamente per scappare alla schiavitù domestica o ai matrimoni combinati. Bambine soldato, sono spesso vittima di stupri, di tratta, di sfruttamento e mutilazioni sessuali, con altissimi rischi di gravidanze indesiderate, condizioni di parto tragiche e esposizione alle malattie sessualmente trasmesse come l’Aids. In Sri Lanka, durante la guerra civile, sono state utilizzate come kamikaze dalle truppe indipendentiste delle Tigri Tamil contro il Governo, così come in Nigeria da Boko Haram.

E’ nel continente africano che i bambini soldato sono i più numerosi – Mali, Uganda, Repubblica Centrafricana, Ruanda, Somalia e Sud Sudan – soprattutto nella regione dei Grandi Laghi. Nel Sud Sudan, per esempio, secondo le Nazioni Unite 12.000 bambini soldato si battono in seno all’Esercito popolare per la Liberazione del Sudan (APLS) e di gruppi di ribelli del Sud Sudan. Qualcuno di loro combatte da più di 4 anni e non è mai andato a scuola. In Europa, bambini soldato sarebbero stati coinvolti da grandi gruppi armati in Cecenia e Russia. Sul continente americano, la Colombia detiene il triste record si numero di bambini soldato: in 14.000 sarebbero stati arruolati da gruppi politici armati e da gruppi paramilitari appoggiati dall’esercito. Ad Haiti, secondo un rapporto dell’ONU del 2010, non si sarebbe più un reclutamento di bambini soldato, ma sembra che molti minori siano utilizzati da uomini armati nella città di Port-Au-Prince e dintorni per trasportare droga, armi ed obbligati ad intervenire anche attivamente in conflitti a fuoco. I bambini soldato sono anche numerosissimi in Asia (Afghanistan, India, Laos, Filippine). In Indonesia e Sri Lanka, le Nazioni Unite hanno visto che il reclutamento ufficiale non esiste più, ma che esiste sempre un numero di bambini soldato in alcune aree. In Birmania la situazione è allarmante perché è lo Stato stesso a partecipare all’arruolamento dei bambini soldato: ragazzi tra i 12 e i 18 anni vengono ingaggiati con la forza dall’esercito governativo.

  In Medio Oriente, bambini soldato sono stati identificati in Israele e nei Territori Palestinesi occupati, in Irak e iran. In Siria, il ramo di Al Qaeda, il Fronte al-Nosra, ma anche le Unità di protezione del popolo curdo (YPG), le milizie di Bachar al-Assad, così come gli Hezbollah, hanno bambini sodato tra i loro combattenti. Da ormai un po’ di tempo, l’Isis diffonde video nei quali appaiono bambini molto piccoli, forse di appena dieci anni. Sarebbero oggi, secondo l’Osservatorio siriano per i Diritti Umani (OSDH) più di un migliaio ad essere stati reclutati e 89 di loro sarebbero già stati uccisi. In uno scenario tra i più macabri possibili, il “leoncini del Califfato”, come vengono chiamati dagli jihadisti adulti, vengono ripresi in azioni quali sgozzamenti o spari alla tempia di ostaggi condannati a morte. Al di là della propaganda, che è la prima funzione di questi video, gli jihadisti si considerano una società in guerra e pensano sia  normale formare i “loro figli” all’arte del combattimento. E rivelano un’altra tragica convinzione: la continuità nel tempo. Se vengono uccisi, il ricambio è assicurato permettendo alla lotta di perpetuarsi per generazioni. La “carne fresca” non manca. I foreign fighters, sempre più numerosi, partono molto spesso con le famiglie al seguito, ponendo nuove sfide alla comunità internazionale. Come occuparsi di questi  bambini quando i genitori vengono uccisi in combattimento? Cosa fare di loro quando i genitori decidono di tornare nei loro Paesi d’origine? E i bambini che hanno commesso atti gravissimi, come vanno trattati?

Soprattutto destinati agli adulti, i programmi di Disarmo, Smobilitazione e Reintegro per ex Combattenti delle Nazioni Unite, mirano a ricostruire la pace e la stabilità, così come lo sviluppo a lungo termine delle società dopo i conflitti e hanno  permesso di smobilitare più di 100.000 bambini in più di 15 Paesi. Inoltre l’Unicef, con i suoi partner, porta avanti un vasto programma di liberazione, reinserimento e prevenzione. Ma l’elemento essenziale che sta alla base di qualsiasi tipo di “salvataggio” di questi giovani dalle vite spezzate dalla violenza e dalla brutalità è la formazione, una lotta che porta numerose ONG in giro per il mondo. Così come lottare contro la povertà, come spesso puntualizza Amnesty International. Lottare contro le violenze fatte alle bambine, lottare contro l’impunità, lavorare con le comunità locali, sforzarsi a convincere i gruppi armati di fermarsi minacciandoli di sanzioni, lavorare su programmi di reinserimento, lottare per un commercio d’armi controllato, sono solo alcune delle risposte allo sradicamento dell’utilizzo dei bambini soldato.

I conflitti armati che insanguinano il mondo da decenni non hanno fatto soprattutto vittime civili visto che attualmente rappresentano il 90% dei morti. E tra loro, la metà sarebbero bambini. Bambini soldato, o no, l’impatto delle guerre sui più piccoli è inaccettabile. In dieci anni più di due milioni di bambini sono stati uccisi e almeno sei milioni sono rimasti feriti, spesso subendo pesanti amputazioni. L’impatto psicologico è drammatico. I piccoli che si trovano confrontati alla decomposizione della loro vita sociale, allo stress, alla guerra, alla morte dei genitori, allo stupro delle sorelle e madri, rimangono traumatizzati a vita. Per quanto riguarda i bambini che sfuggono alla guerra, la loro sorte rimane poco invidiabile. Sarebbero quasi 20 milioni i bambini rifugiati nei Paesi limitrofi o sfollati nel proprio Paese. E peggio ancora, negli ultimi dieci anni, più di un milione di loro sarebbe diventato orfano o separato dalla propria famiglia.

Tanto su cui riflettere e non solo in una “giornata commemorativa”.

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