Tetto agli studenti stranieri, la nuova stretta di Meloni
La scuola italiana torna al centro dello scontro politico. Questa volta il terreno di battaglia è la presenza degli studenti stranieri nelle classi, sulla quale il governo Meloni prepara una nuova stretta. L’annuncio è arrivato dalla presidente del Consiglio durante il raduno di Gioventù Nazionale, dove Meloni ha anticipato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento destinato a introdurre per legge un numero massimo di alunni stranieri per classe.
L’idea non è completamente nuova. Un limite del 30% di studenti stranieri era già stato previsto da una circolare ministeriale del 2010, ma negli anni la sua applicazione è rimasta sostanzialmente sulla carta. Il motivo è semplice e, al tempo stesso, piuttosto difficile da risolvere: le scuole non possono scegliere liberamente la composizione delle proprie classi, soprattutto nei territori dove la popolazione straniera è numericamente consistente.
Il governo sostiene che il problema sia soprattutto didattico. Meloni ha spiegato di voler evitare situazioni nelle quali gli alunni italiani finiscano per sentirsi minoranza all’interno della propria classe. La proposta si inserisce in un pacchetto più ampio che comprende anche il divieto di burqa e niqab nelle scuole e l’obbligo di apprendere l’italiano per i genitori di studenti stranieri che presentino gravi difficoltà di inserimento scolastico. Sono misure che il governo presenta come strumenti di integrazione e di tutela della scuola italiana.
Il problema, però, arriva quando dalla dichiarazione politica si passa alla realtà quotidiana delle scuole. Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, ha definito la questione didatticamente comprensibile, ma ha sottolineato la difficoltà di trovare una soluzione tecnica. Se una scuola si trova in un quartiere nel quale la maggioranza delle famiglie è di origine straniera, come si applica il tetto? Le iscrizioni degli alunni residenti nella zona non possono semplicemente essere respinte perché è stata raggiunta una determinata percentuale.
È il caso, evocato proprio dai dirigenti scolastici, di alcune aree di città come Prato, dove la presenza di famiglie cinesi è particolarmente elevata. Il problema, quindi, precede la scuola: riguarda la composizione dei quartieri, la distribuzione della popolazione, le dinamiche demografiche e la concentrazione territoriale delle famiglie immigrate. Pretendere di risolverlo semplicemente modificando la composizione delle classi rischia di lasciare intatto il problema originario.
C’è poi una questione che rende il termine “stranieri” meno semplice di quanto sembri. Secondo i dati riportati dal Corriere, gli alunni con background migratorio sono circa 950 mila su 8 milioni di studenti. Una parte consistente è nata in Italia e circa il 44% possiede la cittadinanza di un altro Paese dell’Unione europea, categoria che la nuova impostazione non dovrebbe comprendere. Oltre due terzi degli studenti stranieri, inoltre, sarebbero nati in Italia.
È qui che si concentra una parte delle proteste. Per chi contesta il provvedimento, utilizzare la cittadinanza come criterio per stabilire la composizione delle classi significa mettere sullo stesso piano bambini appena arrivati in Italia e ragazzi nati e cresciuti nel Paese, spesso perfettamente integrati dal punto di vista linguistico e scolastico. La rete Italiani senza cittadinanza ha contestato proprio questo aspetto, sostenendo che molti dei ragazzi definiti “stranieri” lo siano soltanto dal punto di vista del passaporto.
Le opposizioni hanno reagito accusando il governo di trasformare la scuola in un nuovo campo di battaglia sui temi dell’immigrazione. Elly Schlein ha definito la proposta irrealizzabile e ha posto una domanda molto concreta: dove dovrebbero essere mandati i bambini che non possono essere iscritti nella scuola del proprio territorio una volta raggiunta la soglia? Anche esponenti di Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e Italia Viva hanno criticato il provvedimento, proponendo invece maggiori investimenti in insegnanti, mediatori culturali e corsi di italiano.
Anche nel mondo della scuola le reazioni non sono uniformi. Alcuni dirigenti riconoscono che classi con una forte concentrazione di studenti che non conoscono bene l’italiano possono creare difficoltà didattiche. Ma proprio per questo, secondo altre voci del settore, sarebbe più utile intervenire sulle risorse destinate all’integrazione che fissare una quota rigida. C’è inoltre un elemento apparentemente paradossale: in alcune zone del Paese, alle prese con il calo delle nascite, sono proprio gli alunni figli di immigrati a permettere a determinate classi di continuare a esistere.
Il governo, intanto, sembra voler trasformare la questione in una delle sue battaglie identitarie. Il tetto agli studenti stranieri arriva insieme al divieto del velo integrale e all’obbligo di italiano per alcuni genitori: scuola, integrazione e identità nazionale vengono così riunite dentro lo stesso pacchetto politico.
Resta però da capire come la misura funzionerà davvero. Il 30% esiste già come principio amministrativo, ma non è mai diventato una regola applicabile senza deroghe. Trasformarlo in legge significa affrontare proprio quei problemi che finora ne hanno impedito l’attuazione: quartieri ad alta concentrazione migratoria, diritto alla scuola di prossimità, differenze tra nuovi arrivati e seconde generazioni, calo demografico e disponibilità degli istituti.
La discussione, insomma, è destinata a essere molto più complessa dello slogan. Una percentuale può essere scritta in una legge; una classe, però, è fatta di persone. E decidere chi può entrarci significa necessariamente decidere anche dove dovranno andare gli altri. È questo il punto sul quale il governo dovrà dare le risposte più concrete quando dalla politica degli annunci si passerà alla scrittura delle norme.




