Nepal-Tibet, sale a 475 il bilancio delle vittime dell’alluvione lampo

Il bilancio della catastrofe che dal 26 agosto colpisce la zona di confine tra Nepal e Cina continua ad aggravarsi. Secondo l’ultimo dato diffuso dalla polizia nepalese, riportato da SkyTG24, i morti in Nepal sono saliti a 475: i corpi sono stati recuperati in otto distretti del Paese, dal distretto di Rasuwa, il primo a essere colpito, fino a Chitwan, dove si contano 178 vittime. Alle vittime accertate si aggiungono 28 agenti di polizia dispersi, impegnati fino a quel momento nelle operazioni di soccorso.
La causa: un distacco glaciale a 5.000 metri
All’origine del disastro, secondo le prime ricostruzioni di geologi e sismologi, non ci sarebbe stato un terremoto ma il distacco di una porzione di ghiacciaio a oltre 5.000 metri di quota, nello stesso distretto di Rasuwa. Il blocco di ghiaccio, largo circa 600 metri e spesso 50, sarebbe precipitato per circa 1.400 metri prima di raggiungere la valle, secondo l’analisi delle immagini satellitari condotta dal geologo Giovanni Crosta, dell’Università Milano-Bicocca. L’impatto avrebbe generato una colata di acqua, ghiaccio e detriti capace di ostruire temporaneamente un corso d’acqua a valle; il cedimento della diga naturale così formatasi avrebbe poi liberato l’ondata che ha travolto i villaggi. Il fenomeno, scambiato in un primo momento per una scossa di magnitudo 4,4, è stato successivamente ricondotto dagli esperti al collasso glaciale.
Rasuwa, oltre 2.300 dispersi
È proprio a Rasuwa che si concentra il numero più alto di persone di cui non si hanno più notizie: la polizia nepalese ha reso noto che i dispersi nel distretto sono saliti a 2.381, di cui 644 stranieri. Le squadre di soccorso, al lavoro senza sosta, hanno finora messo in salvo 1.545 persone – 644 nella stessa Rasuwa, 898 a Nuwakot, tre a Dhading. Tra gli stranieri ancora da rintracciare, la comunità più colpita è quella indiana, con 178 persone disperse, davanti a 65 statunitensi, 53 ucraini, 51 malesi, 35 australiani, 33 britannici e 25 canadesi.
Rischio di una seconda ondata
A complicare ulteriormente il quadro è il rischio di una nuova ondata di piena. Uno dei due bacini formatisi con l’accumulo di fango e detriti è già crollato, mentre a Rasuwa un lago ha rotto gli argini a due giorni dall’alluvione lampo: “Possiamo vedere che il livello dell’acqua nel fiume sta salendo”, ha dichiarato Narendra Pariyar, il più alto funzionario amministrativo del distretto, senza però riuscire a quantificare l’entità dell’innalzamento. Sul fronte opposto della frontiera, la polizia nepalese ha lanciato un’allerta dopo aver rilevato, secondo quanto riportato dalla Bbc, una breccia in una diga sul versante tibetano, invitando residenti, soccorritori e forze di sicurezza a raggiungere zone sicure.
Cento operai intrappolati nel tunnel della centrale di Trishuli
Tra le immagini circolate sui social nelle ultime ore, quella della centrale idroelettrica di Trishuli travolta da un’ondata di fango ha mostrato la portata della devastazione: circa 100 operai sono rimasti intrappolati nel tunnel dell’impianto Trishuli 3A, sommerso due giorni prima dalla piena. L’esercito nepalese è tuttora impegnato nell’operazione di salvataggio; secondo l’ufficio del primo ministro, 350 persone sono già state tratte in salvo nella zona, mentre altre 100 restano bloccate.
La Cina sospende i soccorsi in Tibet
L’emergenza non risparmia il versante cinese, dove restano disperse centinaia di persone dopo la frana che ha devastato l’area di confine. Le autorità di Pechino hanno fermato le operazioni di soccorso nella zona più colpita del Tibet: secondo l’emittente statale Cctv, un lago formatosi dall’accumulo di detriti ha iniziato a tracimare proprio verso l’area raggiunta dalle squadre di emergenza, alle quali è stato ordinato di ritirarsi di un chilometro e di attendere nuove disposizioni. Il presidente cinese Xi Jinping ha presieduto una riunione dei vertici del Paese dedicata ai soccorsi in Tibet, apertasi con un minuto di silenzio per le vittime. I funzionari del Partito Comunista Cinese hanno indicato la necessità di “fare tutto il possibile per cercare e soccorrere le persone disperse dentro e fuori dal Paese”, segnalando al tempo stesso le difficoltà sul terreno per la presenza di “ghiacciai, laghi ghiacciati e disastri geologici” nell’area circostante. Pechino sta inoltre valutando l’invio di aiuti d’emergenza al Nepal e l’avvio di una cooperazione internazionale per i soccorsi.
Gli italiani coinvolti
Per l’Italia, la Farnesina segnala tre connazionali ancora senza notizie: Marco Ratto, orefice di Rapallo diretto dal Nepal verso il Tibet, e una coppia italo-svizzera in transito nella direzione opposta, per cui non risulta ancora confermato l’effettivo attraversamento del valico. Nell’area risultano registrati complessivamente 90 italiani; due di loro, Valentina Piccinini e Stefano Lotumolo, sono stati tratti in salvo tra i 27 turisti stranieri soccorsi nel distretto di Rasuwa e si trovano in buone condizioni, come confermato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Conteggi separati, numeri instabili
Nepal e Cina contano le vittime in modo indipendente, e non è possibile escludere che i due elenchi si sovrappongano in parte: da qui i numeri che continuano a cambiare, complicati dalle comunicazioni difficili in una zona già isolata di suo. Sul fronte degli aiuti, gli Stati Uniti hanno stanziato 500 mila dollari per la popolazione colpita, mentre altri Paesi stanno valutando un sostegno più consistente.




