Amatrice, dieci anni dopo il terremoto
Alle 3.36 del 24 agosto 2016 la terra tremò per pochi secondi. Bastarono per cambiare per sempre Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e decine di altri comuni dell’Appennino centrale. La scossa raggiunse una magnitudo di 6.0 e aprì una sequenza sismica destinata a proseguire nei mesi successivi, coinvolgendo un territorio di circa 8mila chilometri quadrati, quattro regioni e 138 comuni. Il bilancio complessivo fu di 299 morti.
Oggi, dieci anni dopo, Amatrice torna a fermarsi alle 3.36. Nella notte una fiaccolata ha attraversato il paese e sono stati letti i nomi delle vittime, accompagnati dai rintocchi della torre civica. La commemorazione si è svolta nel silenzio, passando attraverso quella che era la zona rossa e il nuovo tessuto urbano che lentamente ha iniziato a prendere forma.
È difficile raccontare il terremoto di Amatrice senza tornare alle immagini di quella mattina. Il centro storico praticamente cancellato, le abitazioni sventrate, le persone estratte dalle macerie, i soccorritori arrivati mentre continuavano le scosse. Ad Amatrice morirono 237 persone, una parte enorme delle vittime complessive del sisma. La distruzione colpì il cuore stesso della comunità: case, attività commerciali, edifici pubblici e luoghi di culto.
Dieci anni dopo, il bilancio della ricostruzione resta molto più difficile da sintetizzare.
Il governo rivendica un’accelerazione degli interventi e il commissario straordinario Guido Castelli parla di un cambio di passo rispetto agli anni precedenti. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel messaggio dedicato al decennale, ha definito il cratere sismico “il cantiere più grande d’Europa”, sottolineando che il percorso di ricostruzione riguarda insieme abitazioni, infrastrutture, attività economiche e tessuto sociale.
I numeri raccontano però anche la parte più difficile della storia. Secondo le ricostruzioni disponibili alla vigilia del decennale, migliaia di famiglie vivono ancora fuori dalle proprie abitazioni. Una stima riportata dalla stampa parla di circa 8.500 famiglie ancora lontane da una sistemazione definitiva nell’area colpita. Ad Amatrice, secondo i dati raccolti da Reuters, circa il 38% degli immobili danneggiati risulta essere stato ripristinato.
La distanza tra il terremoto e la ricostruzione compiuta racconta una delle contraddizioni più evidenti della storia italiana dei disastri naturali. Le risorse stanziate sono state ingenti, i governi che si sono succeduti hanno approvato norme speciali e commissariamenti, sono state introdotte procedure straordinarie. Eppure il ritorno alla normalità procede con una velocità diversa da quella annunciata nei momenti immediatamente successivi alla tragedia.
Le ragioni sono numerose. Burocrazia, contenziosi, aumento dei costi delle costruzioni, difficoltà nella gestione delle proprietà e carenza di manodopera hanno rallentato diversi interventi. Anche la pandemia ha contribuito a interrompere o rallentare i cantieri. Nel frattempo, alcune persone hanno scelto di trasferirsi altrove, rendendo ancora più difficile ricostruire una comunità attorno agli edifici ricostruiti.
Questo è il punto sul quale si gioca oggi la partita di Amatrice. Ricostruire le case è indispensabile, ma una città può tornare a vivere soltanto se tornano anche i suoi abitanti, le attività economiche, i servizi e le opportunità.
Il rischio è quello già conosciuto da molti piccoli centri dell’Appennino: ricostruire fisicamente un paese mentre il paese sociale si svuota. Una scuola nuova, una strada ricostruita o un edificio pubblico riaperto possono diventare simboli importanti, ma hanno un significato diverso se intorno diminuiscono progressivamente le persone che dovrebbero utilizzarli.
La ricostruzione del centro storico di Amatrice rappresenta in questo senso uno dei passaggi più significativi. Il progetto è stato inserito tra gli interventi considerati prioritari e ha richiesto procedure speciali per accelerare opere pubbliche, sottoservizi, viabilità ed edifici strategici.
Nel frattempo, il volto della città è cambiato. Alcuni nuovi edifici sono comparsi accanto alle aree ancora segnate dalla distruzione. La torre civica è rimasta come uno dei pochi elementi riconoscibili del vecchio centro e oggi rappresenta, quasi inevitabilmente, il punto attorno al quale si concentra la memoria collettiva.
La presenza oggi delle istituzioni serve a ricordare le vittime, ma anche a riportare l’attenzione sulla ricostruzione. Sergio Mattarella ha definito quella del 24 agosto 2016 una “pagina drammatica della Repubblica”, chiedendo che il percorso di risanamento venga completato nel più breve tempo possibile. Meloni ha ribadito l’impegno del governo sulla rinascita dell’Appennino centrale.
A dieci anni di distanza, però, il vero giudizio sulla ricostruzione arriverà quando le persone potranno tornare stabilmente nelle loro case e quando i centri colpiti avranno recuperato una vita quotidiana autonoma.
Il terremoto di Amatrice appartiene ormai alla memoria collettiva italiana. La ricostruzione appartiene ancora alla cronaca. E forse è proprio questa la misura più concreta dei dieci anni trascorsi.




