Ai Grammy Awards Trump è il re nudo
Dall’altra parte dell’oceano, l’aria è sempre più tesa. La violenta stretta sull’immigrazione da parte del presidente degli Stati Uniti, attuata attraverso le agenzie federali Ice e Cbp, sta generando preoccupazioni sempre più forti tra tutta la popolazione. Il dissenso è arrivato fino alla serata di premiazione dei Grammy Awards, evento seguitissimo che vede le star della musica riunite nella sala della Crypto.com Arena di Los Angeles, in attesa di conoscere chi e per quale categoria si accaparrerà il celebre trofeo a forma di grammofono. Sono gli Oscar della musica: uno spazio dall’eco fin troppo persistente e rilevante, per essere ignorato politicamente. È successo, quindi, che il palco è divenuto uno strumento privilegiato per diffondere un messaggio politico e che i vincitori non hanno sprecato questa occasione.
«Prima di ringraziare Dio, dirò una cosa: Ice Out». Un emozionato Bad Bunny non ci gira troppo attorno ed esordisce così nel suo discorso da vincitore per il miglior album dell’anno. «Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani». Il rapper portoricano, campione di streaming e ormai star acclamata internazionalmente, ha trionfato con il suo disco “Debí Tirar Más Fotos”. E questa è anche una dichiarazione di intenti da parte della National Academy. “Debí Tirar Más Fotos” è stato senza dubbio il disco dell’anno. È un progetto coraggioso e stratificato, che mescola salsa, reggaeton, pop e jazz e che è stato capace di arrivare ad un pubblico vastissimo. Soprattutto, però, “Debí Tirar Más Fotos” è un album cantato in spagnolo, un inno alle proprie radici. Per la prima volta, un disco in lingua spagnola si aggiudica il Grammy per l’album dell’anno. Nel ricevere il premio, Bad Bunny ha rimarcato il suo dissenso nei confronti di un’agenzia federale che sta spargendo sempre più caos e sangue nel Paese e che lo aveva portato a cancellare i suoi concerti negli Stati Uniti nel 2025 per non esporre i fan alle sue minacce. In tutto questo, non è stato il solo.
Spillette anti-Ice sono state indossate da un numero inedito di artisti, tra cui Billie Eilish, Justin e Hailey Bieber, Lady Gaga e Joni Mitchell. L’impegno politico ha attraversato l’intero evento, con il microfono sul palco come megafono per il mondo esterno. Billie Eilish, nel ritirare il premio per la canzone dell’anno, ha detto che «nessuno è illegale in una terra rubata», in riferimento al genocidio dei nativi alla base della nascita degli Stati Uniti. Kendrick Lamar, Olivia Dean, Gloria Estefan hanno ritirato il loro premio non senza un discorso in merito ai tempi bui che corrono. «Siamo un gruppo troppo influente per stare tutti nella stessa sala e non dire niente sul nostro Paese», ha detto con fermezza la cantautrice R&B Kehlani.
Non è stato il primo evento in cui diversi artisti esprimono platealmente il loro dissenso contro l’amministrazione Trump. È stato però, finora, il più rilevante, il più seguito, il più commentato. Il post di Donald Trump all’una di notte, dopo la cerimonia di premiazione, ne è la dimostrazione: «I Grammy Awards sono il PEGGIO, praticamente inguardabili!». Così Trump va ai ripari, minaccia di querelare il presentatore dei Grammy Trevor Noah per aver detto che lui e Bill Clinton passavano il tempo nell’isola di Jeffrey Epstein e annuncia un «Complete Rebuilding» del Kennedy Center. Quest’ultimo, ribattezzato Trump Kennedy Center, è un importante centro culturale e sala da concerti di Washington. Da quando il tycoon ha fatto aggiungere il suo nome a caratteri cubitali sulla facciata del Kennedy Center, ha nominato nel consiglio di amministrazione persone a lui vicine e ha cambiato la programmazione, le presenze di musicisti, compositori e pubblico sono crollate. Donald Trump sceglie così di “ricostruire” per rimodellare a suo piacimento. Tuttavia, dalle proteste nelle piazze sempre più partecipate all’attivismo delle celebrità, tutti sembrano dire a gran voce una cosa: che il re è sempre più nudo.




