L’apocalisse è in arrivo: parola dei tech-bros di Silicon Valley
Se vi capita di fare un giro presso la Chester Beatty Library di Dublino, potreste imbattervi nel Papiro 47. Si tratta del più antico manoscritto in lingua greca contenente il testo dell’Apocalisse. È da sempre uno dei testi biblici – l’ultimo del Nuovo Testamento – per cui ho provato il più genuino interesse e una certa fascinazione. Da quel testo è nata la celebre simbologia del numero 666 (che poi, in realtà, probabilmente è 616), che tanto ha ispirato la produzione cinematografica horror hollywoodiana.
Ma non siamo qui per parlare del Libro dell’Apocalisse (per quanto meriti), bensì del significato originario del termine “apocalisse”, spesso trascurato da Hollywood. A spiegarcelo sarà Peter Thiel, CEO di Palantir Technologies, in un lungo editoriale da lui redatto per il Financial Times. L’obiettivo dell’articolo, pubblicato lo scorso 25 gennaio, è quello di salutare l’avvento della seconda amministrazione Trump:
“Nel 2016, il presidente Barack Obama disse al suo staff che la vittoria elettorale di Donald Trump “non era l’apocalisse”. In base a qualsiasi definizione, aveva ragione. Ma inteso nel senso originale della parola greca apokálypsis, che significa “svelamento”, Obama non poteva dare la stessa rassicurazione nel 2025. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca preannuncia l’apokálypsis dei segreti dell’ancien regime. Le rivelazioni della nuova amministrazione non devono giustificare la vendetta: la ricostruzione può andare di pari passo con la riconciliazione. Ma affinché la riconciliazione abbia luogo, deve prima esserci la verità. L’apokálypsis è il mezzo più pacifico per risolvere la guerra della vecchia guardia su Internet, una guerra che Internet ha vinto“
Ma chi è questa vecchia guardia di cui parla Thiel? Con ogni probabilità, le élite liberali a cui tende la mano per confessare il loro peccato capitale: negare che tutto ciò che è circolato in questi anni su siti, podcast e media complottisti di estrema destra sia la verità.
Tra le menzioni dell’articolo non sfugge quella al suo collega Eric Weinstein, che dal suo podcast The Portal ha coniato l’espressione “Intellectual Dark Web”. Il termine indica un network di accademici, giornalisti e commentatori che si oppongono al politicamente corretto. Secondo Weinstein, infatti, l’epoca pre-Internet era dominata dal DISC (Distributed Idea Suppression Complex), un sistema in cui “organizzazioni mediatiche, burocrazie, università e ONG finanziate dal governo delimitavano il dibattito pubblico“. Internet, invece, ci avrebbe liberati: oggi la verità è diventata un elefante nella stanza.
Prosegue Thiel sul Financial Times:
“Il nostro ancien regime, come l’aristocrazia della Francia pre-rivoluzionaria, pensava che la festa non sarebbe mai finita. Il 2016 ha scosso la loro fede storicista nell’arco dell’universo morale, ma entro il 2020 speravano di liquidare Trump come un’aberrazione. Col senno di poi, il 2020 è stata l’aberrazione, l’azione di retroguardia di un regime in difficoltà e del suo sovrano struldbrugg. Non ci sarà alcun ripristino reazionario del passato pre-internet. (…) La politica dell’identità ridiscute all’infinito la storia antica. Lo studio della storia recente, a cui è ora chiamata l’amministrazione Trump, è più insidioso e più importante. L’apokálypsis non può risolvere le nostre lotte sul 1619, ma può risolvere le nostre lotte sul Covid-19; non giudicherà i peccati dei nostri primi governanti, ma i peccati di coloro che ci governano oggi. Internet non ci permetterà di dimenticare quei peccati, ma con la verità, non ci impedirà di perdonare.”
Insomma, la Rivoluzione è ora, ma la verità è resa così evidente da internet che non sarà nemmeno necessaria la classica fase di Terrore giacobino a sostenerla. Tutto quel che serve è squarciare il Velo di Māyā del famigerato “marxismo culturale“.
Chi è, più nel dettaglio, Peter Thiel? Cinquantotto anni, di origine tedesca, è cresciuto nel Sudafrica dell’apartheid, dove il padre lavorava come ingegnere minerario per conto del governo. È stato uno dei principali investitori privati di Facebook, dal cui successo ha tratto la maggior parte della sua fortuna. Dalla fusione della sua Confinity con X.com di Musk è nata PayPal. I due sudafricani, forti del successo, hanno poi intrapreso ulteriori avventure imprenditoriali che li hanno portati alla fondazione di altre tre start-up di successo: YouTube, LinkedIn e Yelp. Come ombre, al seguito suo e di Musk, una scorta di dirigenti che cambierà azienda a seconda del nuovo progetto imprenditoriale dei due, tanto da essere ribattezzati dalla rivista Fortune come la “Paypal Mafia”, in occasione di questa celebre fotografia:

In tempi non sospetti, quando ancora in America si era convinti che capitalismo e democrazia potessero in qualche modo convivere, Thiel, all’interno di un articolo scritto a quattro mani dal titolo “From Scratch: Libertarian Institution and Communities”, ha sostenuto senza mezzi termini:
“Non credo più che la democrazia sia compatibile con la libertà”
Ecco, se confondiamo la politica col partitismo (viziaccio all’italiana) non si direbbe, ma se consideriamo il termine nella sua accezione più filosofica beh, allora, dai pori di Thiel trasuda una grande – grandissima – passione per la politica. L’asso di Palantir è un libertariano. Ciò significa che non vuole porre limiti all’iniziativa privata, odia ogni grammo di stato sociale, ma, soprattutto, odia il fatto che il governo (federale, negli Stati Uniti) si impicci delle vite dei cittadini. Eppure, la Palantir Technologies si occupa di analisi di dati, in particolare di sorveglianza digitale ma – e c’è un gigantesco ma – con commesse faraoniche dall’esercito degli Stati Uniti. Ironico non è vero?
Se c’è un massimo comun denominatore della PayPal Mafia, è proprio quello della passione per la politica (libertaria, beninteso). All’interno della curiosa cricca si è mosso anche David O. Sacks, nominato a febbraio da Trump Presidente del Consiglio dei consulenti del Presidente per la scienza e la tecnologia. Inoltre, in comune con il suo amico Thiel, condivide una passione per le dichiarazioni d’intenti con veri e propri manifesti programmatici.
Infatti, potessimo tornare indietro nel tempo con una macchina, precisamente nel 1995 – quando ancora le culture wars erano in divenire e i termini “woke” e “cancel culture” dovevano ancora essere urlati dalle bocche dei politici americani – potremmo osservare Sacks e Thiel girare baldanzosi per i corridoi dell’Università di Stanford. I due, prima di diventare i Re Mida delle transazioni digitali, hanno scritto un libro intitolato “The Diversity Myth. Multiculturalism and Political Intolerance on Campus”. I temi sono intuibili, i due futuri miliardari criticano tutte le politiche egualitarie, di inclusione ed emancipazione. Già nel 1987 avevano fondato la rivista universitaria The Stanford Review, tramite la quale attaccarono l’arrivo delle politiche progressiste in campus, l’introduzione accademica dei gender studies e degli studi decoloniali. L’obiettivo era chiaro: salvare la cultura bianca e occidentale dalla sua messa in discussione.

Di per sé, questa vicenda, soprattutto quella legata al libro, non è rilevantissima. Il testo, a suo tempo, passò abbastanza inosservato. Ma, trent’anni dopo, ha assunto invece tutt’altro peso. Tant’è che nel 2023, quando Thiel si è ritrovato a ritirare il Premio Burke (il premio al conservatore più figo dell’anno), ha speso quasi tutto il suo discorso su quel libro e sulle battaglie culturali portate avanti a Stanford in gioventù. In effetti, il libro ha il merito di tracciare in anticipo, e perfettamente, il terreno su cui l‘alt-right avrebbe dovuto investire negli anni a venire. Ma i tempi passano e la dottrina che aleggia tra i corridoi delle grandi corporation di Silicon Valley ha mutato forma (ma non sostanza). Ora le dichiarazioni d’intenti della compagine risiedono nel Manifesto Tecno-Ottimista scritto da Marc Andressen, un potente venture capitalist vicino a Trump.
La dichiarazione consiste in un inno allo sviluppo senza argini della tecnologia esplicitamente ispirato dal Manifesto Futurista di Filippo Tommaso Marinetti. La loro idea, è che la tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, eliminerà tantissimi posti di lavoro aprendo ad una stagione di gravi crisi sociali. Allo stesso tempo, dovrà emergere quella che chiamano “élite cognitiva”, una classe di persone in grado di gestire la tecnologia e destinata a modellare le nuove forme di governo.
Dal punto di vista intellettuale, uno dei riferimenti di questo mondo è Curtis Yarvin, ingegnere informatico e sedicente filosofo. Yarvin è una figura preziosa di coesione ideologica per Thiel e compagine, perché è stato in grado di dare un linguaggio nuovo ad idee antiche di fascismo, repressione e, letteralmente, neo-feudalesimo. Di tutti gli individui di cui abbiamo parlato finora è il più esplicito nel sostenere di voler porre fine alla democrazia.
“Non c’è differenza tra un CEO e un dittatore. Se l’America vuole cambiare il suo governo deve liberarsi della sua fobia della dittatura (lett. dictatorfobia)”
Secondo l’ingegnere e ideologo, serve una sorta di presidente-tiranno che prenda il potere ed attui un’epurazione generale della pubblica amministrazione. Vi suona familiare? O vi serve un ripasso sull’obiettivo strategico della nascita del D.O.G.E., il comitato consultivo di governo che Trump affidò a Musk prima dei bisticci?

Un’altra ossessione di Curtis Yarvin è quella di creare una grande corporation pesantemente armata che abbatta le università, venda le scuole pubbliche, e deporti le persone senza cittadinanza in strutture di trasferimento sicure (già, le carceri). Le sue idee estreme lascerebbero pensare che non vengano esplicitamente sostenute dai miliardari della Silicon Valley, eppure JD Vance – la fiche vincente piazzata al governo da Thiel, garante effettivo dell’intesa ideologica tra Trump e la Silicon Valley – lo citò apertamente in un’intervista di quattro anni fa offrendo a Trump suggerimenti di governo che oggi sembrano profetici.
“C’è un tizio, questo Curtis Yarvin… […], quello che suggerirei a Trump, se potessi dargli un consiglio, è di licenziare tutti i burocrati di livello medio, tutti i funzionari della pubblica amministrazione e sostituirli con la nostra gente”
Siamo abituati a pensare che queste persone vogliano semplicemente più soldi o pagare meno tasse. Ma la situazione è più complicata, i miliardari della Silicon Valley ora vogliono il potere. Il loro piano è esplicitamente quello di smantellare il governo, sfidare le leggi e portare gli Stati Uniti al punto di rottura. Il loro all in è quello di fondere capitalismo e governo, creando una grande amministrazione aziendale negli Stati Uniti. Poco importa se a risentirne saranno le categorie più fragili e povere (disoccupati, disabili, malati), in caso di disastro sociale i bunker sono già pronti e accoglienti.
Una prova? Peter Thiel ha una grande passione per il romanzo Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. La stessa scelta del nome della sua società, Palantir, sembra palesemente ispirata all’omonima gemma elfica che compare nel romanzo. Se condividete con Thiel questa passione, saprete che il film è stato girato nei meravigliosi paesaggi della Nuova Zelanda. Ecco, la terra dei kiwi ci offre due dettagli importanti: il primo è che, se cercate fra i registri di cittadinanza dello Stato, troverete, segnato da qualche anno, il nome di Peter Thiel; il secondo è che, proprio in Nuova Zelanda, il CEO di Palantir ha scelto di costruirsi il suo bunker di extra-lusso, in un angolo di mondo remoto e lontano dalla maggior parte dei pericoli che potrebbero verificarsi.
L’interesse di Peter Thiel per i rifugi anti-apocalittici non è un caso isolato, ma riflette una singolare fissa mentale condivisa da molti protagonisti del mondo tech della Silicon Valley. Un esempio significativo si trova nel libro di Mark O’Connell, Appunti da un’Apocalisse. Viaggio alla fine del mondo e ritorno, che unisce ironia e inquietudine nell’esplorare queste ossessioni. Uno dei capitoli centrali è interamente dedicato a Thiel e al suo legame con la Nuova Zelanda, considerata da lui una sorta di rifugio ideale. A influenzare questa visione è stato anche un testo diventato cult in certi ambienti libertari: The Sovereign Individual: How to Survive and Thrive During the Collapse of the Welfare State, scritto da William Rees-Mogg e James Dale Davidson. Gli autori immaginano un futuro dominato da entità aziendali autonome, veri e propri micro-stati governati da CEO, dove l’adesione sarà possibile solo per chi potrà permetterselo economicamente. Una prospettiva che anticipa un nuovo ordine socio-politico di tipo neofeudale.

In fondo, Peter Thiel e i suoi sodali non vogliono fuggire dall’apocalisse. La stanno pianificando. E nel farlo, non temono il collasso: lo considerano un’opportunità. Dove immaginiamo il tracollo della democrazia, loro progettano una nuova architettura del potere: verticale, blindata, tecnocratica. E mentre fanno costruire i loro bunker, gli americani dovranno chiedersi: saremo spettatori o protagonisti di quest’apokálypsis? Perché se il velo cadrà davvero, dovranno decidere fino a che punto varrà la pena limitarsi ad osservare.




