La malattia che affligge l’ego: la depressione di Vittorio Sgarbi e la fragilità dell’uomo dietro al personaggio.
Vittorio Sgarbi sta “molto male” ma “ha accettato di mangiare”, lo ha detto la figlia del critico d’arte, Evelina Sgarbi, intervistata nell’ultima settimana. Sgarbi è ricoverato al policlinico Gemelli di Roma a causa della sindrome depressiva che da tempo lo affligge. il ricovero è arrivato al termine di un periodo complesso, iniziato con le dimissioni da sottosegretario alla Cultura e continuato con una serie di indagini sul suo conto per alcune operazioni su opere d’arte. Disavventure che andavano di pari passo con i problemi di salute, di cui ha sempre parlato. Anche della depressione è stato lui il primo a parlare: “La mia attuale malinconia o depressione è una condizione morale e fisica che non posso evitare. Come abbiamo il corpo, così esistono anche le ombre della mente, dei pensieri, fantasmi che sono con noi e che non posso allontanare” con queste parole il critico d’arte raccontò in un’intervista l’inizio della sua malattia.
Un moderno D’Annunzio
Vittorio Sgarbi può tranquillamente essere definito un moderno Gabriele D’Annunzio, figura iconica del XX secolo intellettuale e uomo politico, sia per la comunanza con il sapere e l’intelletto, entrambi sono uomini di sapere con D’Annunzio che è stato uno dei nostri padri moderni della letteratura italiana mentre Sgarbi è uomo d’arte e tra i più autorevoli critici d’arte a livello internazionale, sia per la comunanza politica in quanto i due hanno intrapreso la via della politica, con D’Annunzio dapprima deputato del Regno d’Italia e poi governatore di Fiume mentre Sgarbi ha ricoperto gran parte delle cariche istituzionali nazionali da ultimo il ruolo di sottosegretario alla cultura con il governo Meloni.
Intellettuali, uomini politici e personaggi pubblici le similitudini e le comunanze tra Vittorio Sgarbi e D’Annunzio, tuttavia, non si esauriscono unicamente agli aspetti sociali e politici ma sono più insiti nelle nature dei due personaggi e nelle fragilità caratteriali dei due.
Infatti, così come D’Annunzio a seguito della conclusione forzata dell’impresa Fiumana fu colpito da delusione e amarezza decidendo di ritirarsi a vita privata così Sgarbi a seguito delle vicende giudiziarie che lo hanno riguardato ha deciso di ritirarsi dalla scena pubblica, che lo ha visto protagonista per più di trent’anni di storia, ferito, forse mortalmente, nell’ego e nella sua personalità.
Così come D’Annunzio, ferito nell’egocentrismo da Superuomo che derivò dalla conclusione dell’occupazione fiumana che aveva esaltato la figura del poeta, così Sgarbi altrettanto è stato ferito nel suo ego, nella sua personalità dirompente anch’egli da Superuomo che lo ha esaltato e fatto amare o odiare dall’opinione pubblica nazionale.
La malattia dei “superuomini” d’altronde non può che essere quella che colpisce direttamente a ciò che più tengono e che hanno costruito, ovvero l’immagine e la rappresentazione che si dà di sé all’estero per alimentare quell’insaziabile necessità di essere il polo di attrazione di relazioni e rapporti, il centro di un sistema lungo il quale si costruisce un intero universo relazionale e non, più comunemente l’Ego.
L’ora più buia.
E così in questi giorni in cui rimbalzano notizie su Vittorio Sgarbi, sembrerebbe che non arrivino buone notizie riguardo il suo ricovero da giorni all’ospedale Gemelli di Roma per la sua depressione.
“Ho trovato una desolazione, una solitudine profonda che non riuscivo ad attribuire a mio padre – Dimagrito in modo quasi irrecuperabile, terribilmente invecchiato, muto. Sembrava avesse cento anni.” con queste parole la figlia ha descritto le condizioni di Vittorio Sgarbi.
E’ in questi momenti, tuttavia, che una volta ferito l’Ego, l’uomo Vittorio deve trovare la forza di rialzarsi e di vivere lontano dal personaggio Sgarbi poiché, dietro una figura l’uomo, l’anima il carattere dell’essere umano deve riscoprirsi per poter cominciare un nuovo capitolo di una storia, che per quanto potrebbe non essere sfavillante come quella dei Superuomini, vale sempre la pena di vivere perché è anche nella riscoperta di ciò che si è dimenticato, volutamente o meno, che si può tornare ad essere unici.
Forza Vittorio.




