I cinque referendum dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale
Lunedì 20 gennaio, la Corte costituzionale ha dichiarato ammissibili i quesiti di cinque referendum su sei proposti. Quello sull’autonomia differenziata, il grande escluso. Si tratta di referendum “abrogativi”, ossia di strumenti attraverso cui i cittadini possono chiedere l’eliminazione totale o parziale di una norma. Affinché il referendum sia valido, è necessario che partecipi al voto più della metà degli aventi diritto.
Il primo: il referendum sulla cittadinanza
Il primo quesito dichiarato «ammissibile» dalla Corte Costituzionale e proposto all’inizio di settembre dal deputato Riccardo Magi, del partito progressista +Europa, ha l’intento di abbassare da 10 a 5 anni il periodo di residenza regolare richiesto per poter fare richiesta di cittadinanza. Una volta ottenuta, la cittadinanza potrebbe essere trasferita anche ai figli minorenni. La riforma coinvolgerebbe complessivamente circa 2,5 milioni di persone in Italia.
I quattro referendum sul lavoro
Gli altri quesiti erano stati proposti dalla CGIL e riguardano principalmente il Jobs Act, la riforma del lavoro introdotta nel 2015 dal governo di Matteo Renzi. Insieme ad esso, vi sono poi alcune disposizioni approvate tra il 2008 e il 2021 riguardanti la responsabilità solidale delle aziende committenti in caso di infortuni o malattie professionali dei lavoratori in appalto. I cittadini potranno votare su questi referendum in primavera. Sebbene la data esatta non sia ancora stata fissata, essa cadrà, come previsto dalla legge, su una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno.
Il primo dei quattro quesiti sul lavoro mira ad abrogare le disposizioni che permettono alle imprese di non reintegrare un lavoratore licenziato ingiustamente, se assunto dopo il 2015. Il secondo quesito propone di rimuovere il limite sull’indennità per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle piccole imprese. L’obiettivo è rafforzare le tutele per chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti, dove attualmente, in caso di licenziamento illegittimo, l’indennità massima è pari a sei mesi di stipendio. Con questa riforma, l’indennizzo verrebbe determinato da un giudice, tenendo conto di diversi fattori, come l’età del lavoratore, i carichi familiari e la situazione economica dell’azienda. Il terzo quesito mira a limitare l’uso dei contratti a termine, reintroducendo l’obbligo di indicare una “causale” per giustificare questa tipologia di contratto. Il quarto ed ultimo quesito sul lavoro riguarda, invece, l’eliminazione delle norme che escludono la responsabilità solidale di committenti e appaltanti in caso di infortuni sul lavoro, permettendo di estendere tale responsabilità anche alle imprese appaltanti.




