Il discorso del re: scritto e diretto da Mark Zuckerberg
“Abbiamo deciso, ripristineremo la libertà di parola”. Una frase del genere smuove qualcosa dentro ognuno di noi. Ci piaccia o meno. Fa contrarre la corteccia cerebrale abbastanza a fondo da farci tornare indietro nella storia di qualche secolo. Ci fa pensare a un re che si affaccia dal suo palazzo e, davanti al giubilo dei suoi sudditi, annuncia che la sua tirannia sarà… un po’ meno tirannica. O almeno questa è la sensazione che ha dato un po’ a tutti Mark Zuckerberg quando ha proferito la medesima frase in un video pubblicato il 7 gennaio.
Ombre all’orizzonte
Il fondatore di Meta ha scelto un annuncio degno di un sovrano per annunciare la fine del programma di fact-checking indipendente negli States. Perché le stesse misure atterrino anche in Europa è solo questione di tempo (poco). Così, dalle macerie del fact-checking ecco che emergono le Community Notes già implementate da Elon Musk su X. Il nuovo modello è, in parole povere, un sistema di moderazione basato sul crowdsourcing che affida agli utenti stessi la responsabilità di segnalare e correggere post potenzialmente falsi. Eppure, guardando nel concreto dell’esperienza di X, il fallimento sembra altrettanto una questione di tempo (poco). In questi ultimi anni, la piattaforma di proprietà del miliardario sudafricano naturalizzato statunitense è stata tristemente protagonista di pochi contributi, spesso contraddittori, influenzati dal bias di conferma e scarsamente visualizzati.

Il problema, tuttavia, non risiede soltanto nel controllo sostanzialmente inesistente della verità, ma nel fatto che, così facendo, Zuckerberg ha scelto di deresponsabilizzare Meta per ampliare e monetizzare contenuti inattendibili a proprio vantaggio. Che sia appannaggio dell’utente “igienizzare” lo spazio online suona paradossale. È come se decidessimo di andare sulle montagne russe, ci dirigessimo al vagone e, sedendoci al suo interno, scoprissimo che non ci sono le cinture di sicurezza. A quel punto, l’addetto alla giostra ci direbbe: “per la vostra libertà non abbiamo messo le cinture di sicurezza. Quindi, mi raccomando, reggetevi forte alla maniglia o alla camicia di vostro zio”. In aggiunta, la questione si aggrava se consideriamo la gravità degli argomenti di cui si parla, come ad esempio la salute. Post che promuovo l’ingestione di candeggina per curare l’autismo o pillole miracolose per invertire una interruzione di gravidanza rimarrebbero sostanzialmente incontestati.
I fact-checkers sono influenzati?
Zuckerberg nel suo discorso ha denunciato, senza girarci troppo intorno, un certo eccesso di zelo da parte dei fact-checkers, con azioni “chiaramente di stampo politico”. Nonostante ciò, questa denuncia non trova riscontro per chi studia il settore. Il programma di fact-checking lanciato nel 2016 tramite l’International Fact-Checking Network (IFCN) impone a tutti i firmatari imparzialità e trasparenza. A testimonianza di ciò, solo in Italia il Partito Democratico è stato soggetto al maggior numero di fact-checking di Pagella Politica del 2024. Semmai, il vero problema di un sistema di moderazione così complesso come quello richiesto da Meta questi anni è stato il numero sottodimensionato di operatori di verifica dei contenuti. Il problema, poi, si radicalizza per le lingue meno diffuse. D’altronde, Meta è un prodotto occidentale. A foraggiare le annose discriminazioni che si riflettono negli algoritmi ci sono i soliti “tech bros” bianchi e caucasici sfornati dalla Silicon Valley.

Fonte: Based on data in DSA transparency reports
E così, non può mancare nel discorso del buon Zuck un’invettiva “anti-wokism” che taccia l’oppresso di oppressione. Infatti, l’imprenditore ha annunciato di volersi sbarazzare di tematiche come “immigrazione e questioni di genere”. La decisione, non per caso, è stata applaudita dal Presidente del parlamento georgiano Shalva Papuashvili con un post su X, che ha sfruttato l’occasione per screditare le due organizzazioni di fact-checking affiliate a Meta. Non sorprende questa pubblica presa di posizione, la Georgia attualmente è governata dall’estrema destra e si trova in uno dei momenti peggiori della sua storia dal punto di vista della libertà di stampa.
Infine, Meta ha invertito la precedente decisione di vietare contenuti sponsorizzati di natura politica su Facebook, Instagram e Threads. Nel frattempo, il team di Trust and Safety – che si occupa della moderazione dei contenuti della piattaforma – sarà trasferito dalla democratica e progressista California al repubblicano e conservatore Texas. Riaffermando la collaborazione con Trump e richiamandosi alle forti garanzie offerte dalla Costituzione americana sulla libertà di espressione, l’impresa di Menlo Park presenta gli Stati Uniti come la vera “land of the free”, in netto contrasto con un’Europa descritta come oppressa da un “crescente numero di leggi che istituzionalizzano la censura” e frenano l’innovazione. È palese il riferimento al Digital Services Act, che regolamenta i servizi digitali nell’UE. Insomma, saremo i prossimi.




