Il rientro dei 178 italiani da Beirut
«Io abito al centro. Tutti erano convinti che il centro di Beirut non sarebbe stato colpito», è la dichiarazione rilasciata da uno dei 178 italiani rientrati ieri notte a Fiumicino, con un volo charter da Beirut, organizzato con il sostegno del Ministero degli Affari esteri. Dall’invasione israeliana in Libano, iniziata il 1 ottobre, e la conseguente estensione della guerra in Medio Oriente, oltre un milione di persone sta lasciando il Paese dei Cedri. Rivedere le immagini di migliaia di auto in fila per fuggire dalle bombe israeliane ha fatto immediatamente pensare all’esodo delle auto ucraine, dopo i primi attacchi russi nel Paese, più di due anni fa.
I volti stanchi, preoccupati e al tempo stesso risollevati dei connazionali atterrati all’1.15 in Italia. La chiamata dell’Ambasciata, il lungo viaggio in auto, infine, un atterraggio per la loro sicurezza. In questo momento, il loro pensiero è principalmente rivolto ai cari rimasti in Libano; quello del governo italiano, agli oltre 5000 connazionali, tra civili e militari, che sono ancora lì. Questo è stato il primo volo di rientro dei primi italiani in fuga da Beirut, dopo esser stati contattati dall’Ambasciata italiana. In questi giorni, anche la Spagna e la Gran Bretagna hanno provveduto ai primi rimpatri: 240 gli spagnoli atterrati nel loro Paese, 150 gli inglesi. È ufficialmente iniziata l’evacuazione da un Paese ormai in guerra.
Non è semplice convivere con il rumore delle bombe. Tra le testimonianze degli italiani atterrati questa notte a Fiumicino, vi è la difficoltà psicologica nel sentire i boati delle bombe sopra alla propria testa: «pur stando in quartieri sicuri era impossibile non sentire il rumore dei bombardamenti incessanti. Abbiamo lasciato colleghi e amici libanesi. Abbiamo lasciato molta tristezza per un Paese al collasso». Molti di loro hanno doppio passaporto italiano e libanese. Beirut, così come l”Italia, è la loro casa. Il Libano, conosciuto come un Paese che ospita il più alto numero di rifugiati pro capite al mondo, tra cui 1,5 milioni di siriani, vede in questi giorni la propria popolazione scappare, perché non più al sicuro.




