Finanziamenti a partiti: tornare indietro o guardare avanti?
La questione del finanziamento dei partiti in Italia ha una lunga e complessa storia, caratterizzata da scandali, riforme e dibattiti accesi. Introdotta con la “legge Piccoli” del 1974, la possibilità di finanziamenti pubblici mirava a contrastare la corruzione, ma ha subito numerose modifiche e critiche nel corso dei decenni. L’abolizione del finanziamento pubblico diretto nel 2014, in seguito agli scandali di Tangentopoli, ha segnato un punto di svolta, ma il tema rimane al centro del dibattito politico.
Gli effetti di Tangentopoli
Con la “legge Piccoli” del 1974 venne introdotta la possibilità di effettuare finanziamenti pubblici ai partiti al fine contrastare alcuni scandali del passato. Stando alla legge, era concesso da un lato il finanziamento ai gruppi parlamentari – obbligati a dare il 95% delle somme ai partiti di appartenenza – e dall’altro il finanziamento dell’attività elettorale. In seguito, tra l’81 e il ’93, una serie di modifiche alla apportate alla leggi consentirono di aumentare il quantitativo di finanziamenti possibili. In sostanza, fino agli anni ’90, era in vigore un sistema di finanziamento pubblico diretto molto generoso. Le crescenti preoccupazioni riguardo alla trasparenza e alla corruzione hanno poi portato a una serie di riforme che hanno culminato con l’abolizione del finanziamento pubblico diretto nel 2014.
Andiamo più nei dettagli. È nel 1993 che, a seguito di Tangentopoli, i Radicali lanciano il referendum decisivo – in cui trionferà il sì – per l’abolizione del finanziamento ai partiti tramite i gruppi parlamentari. Tuttavia, vennero esclusi i finanziamenti per l’attività elettorale. In particolare, tra il 1993 e il 1999, un serie di leggi si propose di sostituire il finanziamento ai partiti, ormai abolito dal referendum, aumentando e riscrivendo i rimborsi elettorali. I rimborsi vennero poi ridotti dal Governo Monti nel 2012. Infine, il Governo Letta abolì i finanziamento ai partiti con il decreto legge 47/2013, convertito dalla legge 13/2014. In aggiunta, la normativa ha tolto anche i rimborsi elettorali che, tra il ’93 e il ’99 erano stati ideati in risposta all’eliminazione del finanziamento dei partiti voluta dai Radicali.
Finanziamenti pubblici e privati
In realtà, il pagamento dei rimborsi elettorali è proseguito fino al 2016 fino a sparire lentamente. Nonostante ciò, sono comunque sopravvissute delle forme di finanziamento indiretto. Ci sono dei regolamenti di Camera e Senato che prevedono che i gruppi parlamentari possano ricevere contributi al fine di finanziare le loro attività istituzionali. Si può, infatti, attingere ad alcuni fondi che provengono dal bilancio di Camera e Senato con il co-finanziamento di soldi pubblici. Solo nel 2019, la Camera ha fornito ai gruppi parlamentari circa 31milioni di euro, mentre il Senato circa 22 milioni. Inoltre, grazie alla legge Letta, i cittadini italiani possono destinare il 2xmille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) ai partiti politici. Questa scelta viene fatta al momento della dichiarazione dei redditi e non comporta un costo aggiuntivo per il contribuente.
Ci sono poi le donazioni private, le cosiddette “erogazioni liberali”. I partiti possono ricevere donazioni da privati cittadini e aziende. Tuttavia, ci sono limiti e obblighi di trasparenza. Le donazioni superiori a una certa soglia devono essere dichiarate e pubblicate, e sono vietate donazioni anonime oltre un certo importo. Poi, ci sono le quote associative: gli iscritti ai partiti spesso pagano una quota di adesione annuale. Anche queste entrate devono essere registrate e rendicontate. Infatti, i partiti devono presentare un rendiconto annuale delle entrate e delle spese. Questo deve essere certificato da una società di revisione contabile e pubblicato online. In più, esiste una commissione parlamentare (Commissione di Garanzia) che ha il compito di vigilare sul rispetto delle norme relative al finanziamento dei partiti, controllando i rendiconti e verificando la trasparenza delle donazioni.
Tornare indietro o guardare avanti?
Il tema del finanziamento dei partiti sta tornando pesantemente al centro del dibattito. I fatti di cronaca sono eloquenti. La procura di Genova ha recentemente accusato presidente della Liguria Giovanni Toti di corruzione per l’esercizio della funzione e per atti contrari ai doveri d’ufficio. Secondo i magistrati il governatore avrebbe accettato dagli imprenditori Aldo e Roberto Spinelli “le promesse di vari finanziamenti e ricevuto complessivamente 74.100 euro“. In cambio dei finanziamenti, sempre secondo le accuse, il governatore si sarebbe impegnato ad “agevolare” gli imprenditori in una serie di pratiche: si sarebbe adoperato per “trovare una soluzione” che consentisse la trasformazione della spiaggia libera di Punta Dell’Olmo “da libera a privata“. Il quadro ricorda quello del 1992, quando l’inchiesta Mani Pulite scoprì il vaso di pandora della corruzione della classe politica italiana.
In aggiunta, l’assessore al Bilancio di Antonio Decaro – sindaco di Bari – Alessandro D’Adamo è stato iscritto nel registro degli indagati per truffa aggravata e falsa fatturazione. Ma vi è anche un ragione di ordine più pratico che riporta il tema così tanto al centro dell’attenzione pubblica: da qualche settimana si stanno compilando le dichiarazioni dei redditi. Di conseguenza, i partiti stanno cercando in tutti i modi di accaparrarsi buona parte dei proventi del 2xmille. Infatti, come abbiamo visto, quest’ultima è una delle poche modalità legali rimaste ai partiti per finanziarsi. Molti politici, dunque invocano un ritorno al passato: aumentare i finanziamenti pubblici per evitare il proliferare forme private illegali. È così efficace il ragionamento? In realtà, negli ultimi dieci anni è contribuenti del 2xmille sono aumentati del 50%. Tutto ciò a fronte di un contributo redistribuito e che ha toccato la cifra di 24 milioni di euro nel 2023.




