In Francia si vietano le manifestazioni pro-Palestina
Gérald Darmanin, ministro dell’interno in Francia, ha dichiarato la necessità di vietare le manifestazioni pro-Palestina, per evitare qualsiasi trouble all’ordine pubblico.
Il divieto è indirizzato specialmente agli organizzatori ed ai fautori dei disagi pubblici. Non sono state poche le reazioni avverse.
Lo stop alle manifestazioni pro-Palestina
L’ordine del divieto è stato disposto da Darmanin attraverso un telegramma ai prefetti del territorio.
Il documento è arrivato poi all’AFP (Agence France-Presse) ed al quotidiano Le Monde, ma non contiene solamente l’interdiction.

Dal testo trapela infatti l’obbligo di garantire una protezione sistematica e visibile dell’insieme dei luoghi frequentati da francesi di confessione ebraica. Questo dovrà avvenire per mezzo di punti di controllo, nei principali luoghi e momenti di culto.
Ciò non vale solamente per le sinagoghe, ma anche e soprattutto per le scuole.
Le reazioni al divieto
Il divieto è stato confermato dal Tribunale amministrativo di Parigi. Secondo il giudice delle direttissime, non ci sarebbe una grave minaccia alle libertà di espressione, di riunione e di manifestazione.
Per Darmanin, la valanga di azioni antisemite sul territorio francese, registrate a partire dall’inizio del conflitto che sta coinvolgendo Palestina e Israele, rende la scelta del divieto obbligata.
Ma c’è unanimità su questo?
Bertrand Heilbronn – presidente dell’associazione France Palestine Solidarité – ha sottolineato l’importanza di lasciar emergere la voce e soprattutto la rabbia palestinese.

Dai social media del deputato Damien Maudet (LFI) arriva poi un’altra esigenza: battersi per una de-escalation, non mettere a tacere chi la domanda.
Molte manifestazioni si sono tenute ugualmente e, nella maggior parte dei casi, senza scontri, nonostante il divieto generale da parte delle rispettive prefetture.
Manifestare oggi: Francia e Italia
In Francia, viene dato un margine di azione abbastanza ampio alle autorità, quando si tratta di manifestazioni che potrebbero creare disordini. Amnesty International ha criticato tale realtà, affermando che a volte basta un “rischio ipotetico” per far limitare le manifestazioni.
Questo sembra in contrasto con la norma per cui una manifestazione preannunciata, anche se non autorizzata, è ugualmente legale.
Il droit de manifestation è molto caro alla tradizione francese. Emerge già all’art. 11 della Déclaration del 1789, anche se in maniera più intuitiva che esplicita, ed ha dato vita ad una vera e propria cultura della manifestazione.

Sono molte le assonanze con quanto accade in Italia, dove le strette sul trito e ritrito ordine pubblico sembrano aumentare giorno dopo giorno. Pensiamo all’episodio di Torino, pochi giorni fa: una manifestazione di dissenso politico, repressa.
È chiaro che in Francia si sta manifestando per qualcosa di diverso. C’entrano la guerra, la storia di un popolo, decenni di oppressione. Si manifesta per un nome che apre un labirinto di opinioni e problemi: Palestina.
Il modus operandi istituzionale francese-italiano sembra però lo stesso, più di negazione che di costruzione. E forse, sia da loro che da noi, non si sta centrando l’obiettivo.




