Carlo Stasolla presenta l’Agenda 2021: “Chiudere tutti i campi rom di Roma è possibile in 4 anni!”

Carlo Stasolla presenta l’Agenda 2021: “Chiudere tutti i campi rom di Roma è possibile in 4 anni!”
campi rom

Nella giornata del 3 giugno il presidente dell’Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, insieme al deputato di +Europa Riccardo Magi e alla portavoce del Forum del Terzo Settore del Lazio Francesca Danese, ha presentato presso la sala Stampa della Camera dei Deputati l’Agenda 2021 per il superamento dei campi rom a Roma.

Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare proprio Carlo Stasolla per saperne di più.

Carlo Stasolla

Prima di parlare dell’Agenda, potresti dirci in breve la storia e di che cosa si occupa l’Associazione 21 Luglio?

L’Associazione 21 Luglio nasce 11 anni fa, nel contesto dell’Emergenza Nomadi proclamata dal governo Berlusconi nel 2008 e durante la quale furono numerose le violazioni dei diritti umani contro i Rom. Per questo motivo l’Associazione si occupa della questione Rom con un approccio legato alla cultura dei diritti umani svolgendo attività di advocacy, di ricerca e monitoraggio per influenzare le politiche rivolte alle comunità rom avendo come visione il superamento dei campi, ritenuti la massima espressione architettonica di una discriminazione di stato a partire dagli anni 90’ nel nostro paese.

A proposito dei campi, la loro istituzione è realmente rispettosa della cultura Rom o si tratta di una peculiarità italiana?

Non ha assolutamente nulla a che vedere con la loro cultura, ma riguarda esclusivamente la politica italiana e infatti negli altri paesi europei non esistono questi campi. In Italia queste persone sono state ricondotte erroneamente a una cultura nomade inesistente e per questo motivo sono stati creati spazi etnici chiamati campi nomadi.

Dalla vostra storia e da queste riflessioni nasce l’Agenda 2021. Come si struttura e quali sono le sue finalità?

Già nel 2013 e nel 2016 l’Associazione ha curato agende da sottoporre ai candidati sindaci, ma la nostra riflessione si è ulteriormente sviluppata e quest’Agenda rappresenta a tutti gli effetti una svolta epocale, poiché mira a cambiare l’approccio sistemico alla questione. Sino ad adesso tutte le amministrazioni romane di entrambi gli schieramenti politici hanno considerato il Rom come un disabile sociale o come un cittadino adolescente problematico non ancora maturo da sbattere fuori di casa, come avviene negli sgomberi forzati con costi umani ed economici altissimi, o da rieducare, come per esempio il bando della Giunta Raggi del 23 dicembre 2020 nel quale si ricercano nel territorio regionale strutture per 12 famiglie con la funzione di rieducare queste persone al vivere civile, anche in questo caso con costi economici ed umani altissimi. In entrambi i casi i risultati sono stati scarsissimi, poiché si è trattato di politiche calate dall’alto e speciali, come dimostrato dall’esistenza di Uffici, Piani e bandi dedicati solo ai Rom. L’Agenda ha un approccio totalmente diverso, ispirato a studi ed esperienze diverse come ad esempio il Community Organizing nato a Chicago negli anni 30 e il Romact nato nel 2013 in ambiente europeo e basato sulla partecipazione di tutte quelle forze presenti nel campo e attorno al campo, che si configura come un formicaio di relazioni fra gli abitanti e le altre realtà come ad esempio il parroco, l’assistente sociale, il preside e gli insegnati delle scuole vicine. A partire da queste realtà e dagli abitanti del campo stesso si crea un gruppo di ascolto comunitario, guidato da persone esperte in organizzazione di comunità e chiamato a comprendere e a fotografare la realtà specifica di ogni singolo insediamento per superarlo grazie all’intervento di una taskforce multidisciplinare e locale. Secondo la nostra stima in questo modo è possibile chiudere tutti i campi della capitale in 4 anni con costi più bassi rispetto a quelli spesi nelle precedenti operazioni di questo tipo e ponendo al centro i beneficiari, vale a dire i Rom considerandoli come attori primi del loro cambiamento. Questo è un cambio di approccio mentale, che può essere vincente e a Roma ci sono le condizioni per portare avanti questa svolta.

Proprio a proposito della Capitale, la situazione romana ha delle sue differenze rispetto al resto del paese?

A Roma la situazione è decisamente più grave, sia per l’altissimo numero di abitanti dei campi che per quanto riguarda le loro condizioni sociali e materiali rispetto al resto del paese. Per di più fuori da Roma sono state sperimentate soluzione diverse, che hanno funzionato nella misura in cui sono stati coinvolti gli abitanti dei campi con l’attuazione di politiche ordinarie. Ad esempio la giunta leghista del comune di Ferrara ha fatto un percorso con le famiglie rom collocandole in casa, ma anche il comune di Moncalieri, guidato invece da una lista di centro sinistra, con percorsi ordinari per chiudere i campi e lo stesso è avvenuto a Sesto Fiorentino e a Palermo, dove la giunta Orlando ha chiuso l’anno scorso l’unico campo “La Favorita”. Questi esempi dimostrano come l’unico modo per chiudere i campi passi dall’abbandono di politiche speciali, che invece sono una costante a Roma da 27 anni, da quando Rutelli il 17 giugno del 1994 presentò il primo Piano Nomadi.

Quali sono le differenze delle politiche nei confronti dei Rom fra centrodestra e centro sinistra e l’Agenda si rivolge a qualche forza politica in particolare?

Non esistono particolari differenze sostanziali nell’agire politico di destra e sinistra, mentre invece esiste una differenza formale fra il razzismo esplicito della destra e il razzismo più democratico e talvolta più pericoloso della sinistra, che ha portato alla creazione dei campi proprio nelle giunte di Sinistra di Rutelli prima e Veltroni poi. L’Agenda è a disposizione di ogni giunta che voglia chiudere i campi seguendo tutti i principi contenuti proprio nell’Agenda stessa.

Come rispondete alle considerazioni del Comune di Roma, che ha definito l’Agenda inattuabile?

La replica del comune non entra minimamente nel merito. Affermano che il modello del Romact sia attuabile soltanto in piccoli centri dimenticando il suo successo a Napoli e si rivendicano gli sgomberi forzati del Foro Italico e del Camping River, che hanno portato le persone per strada, come successi del Piano Rom. In questo modo viene palesato il vero volto del Piano Rom dell’ultima amministrazione, per la quale superare i campi vuol dire mettere le persone per la strada.

Cosa rappresenterebbe per l’Italia la chiusura di tutti i campi rom?

Sarebbe un momento storico per l’Italia, considerato il Paese dei Campi da 20 anni, chiudendo in questo modo una lunga pagina di violazione sistematica dei diritti umani attraverso un razzismo di stato istituzionalizzato e riconosciuto dalle amministrazioni locali e nazionali. Si chiuderebbe una pagina storica e penso che i tempi siano maturi per poterlo fare prima a Roma e poi in tutta Italia.

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