PNRR, il piano su cui poggia la speranza di costruire un’Italia diversa

PNRR, il piano su cui poggia la speranza di costruire un’Italia diversa

Mario Draghi, nel suo discorso di insediamento alle Camere, aveva individuato come principali obiettivi della nuova azione governativa due punti: l’implementazione del piano vaccinale, al tempo ancora in fase embrionale, e la realizzazione del PNRR, il piano nazionale di ripresa e resilienza, documento che disegna le riforme e gli investimenti che l’Italia ha progettato sulla base delle risorse stanziate dall’Unione Europea, 248 miliardi di euro.

Se da un lato la vaccinazione è decollata con più fatica, sul fronte PNRR il governo sembra essere riuscito a rispettare le scadenze.

La dead line di fine aprile, obiettivo che sembrava improbabile dopo la caduta del Conte II, e destava non poche preoccupazioni (si ricordino i molti interventi di politici allarmisti che asserivano di come un ritardo nella consegna del piano avrebbe potuto provocare addirittura il blocco dei finanziamenti previsti dall’ UE per il Paese) è stata rispettata.

Abbiamo letto, e provato a interpretare, il testo del PNRR. La prima indicazione che cogliamo, è di come questo testo, questo piano nazionale di investimento, sia pensato, e conseguentemente scritto, come un documento a metà tra dettami e indicazioni puramente economiche, e passaggi di stampo più squisitamente politico.

I temi toccati dal PNRR sono tanti, tantissimi; si passa da interventi per il dissesto idrogeologico a piani di riforma dell’istruzione; tutta l’istruzione, dalla scuola d’infanzia fino su, alle università. Giustizia, digitalizzazione, politiche attive per il lavoro, diseguaglianza di genere… grandi temi sociali fanno il paio con azioni mirate, come l’ampliamento di tratte ferroviarie o lo smaltimento dei rifiuti.

Per evitare eccessive generalizzazioni, cercheremo di seguito di districare la matassa, senza alcuna pretesa di completezza, ma sperando comunque di far luce, almeno in parte, sulle caratteristiche del piano (e sue eventuali carenze).

 

Che cos’è il PNRR – la struttura

L’Italia è la prima beneficiaria del fondo Next Generation Eu, strumento finanziario con il quale l’Europa conta di risollevare le economie degli Stati membri.

Dal fondo riceviamo quasi 200 miliardi, ripartiti in 122,6 miliardi di prestito e 68,9 miliardi di investimento a fondo perduto. A questi si aggiungono ulteriori risorse stanziate a debito grazie ad altri strumenti finanziari, con i quali si raggiunge la cifra finale di 248 miliardi.

Il PNRR è dunque il piano che stabilisce tutto ciò che ruota intorno a questo enorme finanziamento; non solo disegna i progetti e le riforme strutturali, individua anche la governance di riferimento, ossia chi gestisce i soldi, predispone strutture di controllo sugli investimenti, delinea l’attribuzione di competenze, indicando se l’attuazione di un determinato progetto spetti a enti locali, regioni, o Stato centrale.

A livello strutturale, il piano si divide in 6 missioni:

– Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura.

– Rivoluzione verde e transizione ecologica.

– Infrastrutture per una mobilità sostenibile.

– Istruzione e ricerca;

– Inclusione e coesione;

– Salute.

A questa natura “verticale” del piano, si affianca una tendenza di livello “orizzontale”. Tradotto, le sei missioni sopra citate non saranno dei compartimenti stagni, scorporate le une dalle altre. Per esempio, alla voce digitalizzazione, la volontà è quella di modernizzare tutto l’apparato tecnologico del Paese, con ricadute dunque su tutti i settori, dalla salute all’istruzione. Di conseguenza, gli investimenti stanziati per ogni missione, sono solo una parte del totale che si spera influisca sul rinnovamento delle tematiche individuate.

ripartizione dei fondi del PNRR

Le riforme di contesto

Accanto alle missioni, la cui determinazione è influenzata anche dai “paletti” posti dall’UE, il piano comprende quattro progetti di riforma; pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza.

Si ritiene che senza un effettivo passo in avanti per quanto riguarda questi specifici ambiti, possa venir meno la bontà di tutte le altre iniziative. Si pensi infatti all’attuale sistema burocratico italiano, alle sue lungaggini. E’ evidente allora come stanziare miliardi in opere pubbliche possa risultare inefficace, se non addirittura controproducente, qualora non si vada a riformare l’amministrazione pubblica (chiamata a gestire e attuare gli investimenti) o a metter mano all’eccesiva legislazione che si è creata nel corso degli anni.

Tolto il settore giustizia, da sempre teatro di scontro tra magistrati e politica, le altre riforme si inseriscono in un discorso che va avanti già da mesi. Il governo Conte II infatti, tramite decreto legge, aveva già aperto la strada alla sburocratizzazione delle amministrazioni, promuovendo il cd. dl semplificazioni, con l’intento di rimuovere i tanti freni legislativi che non permettono una rapida realizzazione delle opere in cantiere.

Ancora, con Brunetta ministro per la pubblica amministrazione, si è dato un forte indirizzo di rinnovamento, con i recenti concorsi per posti pubblici a darne dimostrazione.

Queste riforme indicate dal PNRR sono dunque accessorie ma essenziali per un reale funzionamento di tutto il piano, la sfida più grande sarà riuscire a snellire una volta per tutte il nostro apparato burocratico.  Delegificare porta con sè un altissimo rischio alla tutela della concorrenza e della legalità stessa, il progetto è dunque tanto positivamente ambizioso quanto potenzialmente pericoloso.

 

La governance

Il Governo ha predisposto uno schema di governance del Piano che prevede una struttura di coordinamento centrale presso il Ministero dell’economia.

Accanto a questa struttura di coordinamento, agiscono strutture di valutazione e di controllo. Le amministrazioni sono invece responsabili dei singoli investimenti e delle singole riforme e inviano i loro rendiconti alla struttura di coordinamento centrale.

Il Governo costituirà anche delle task force locali che possano aiutare le amministrazioni territoriali a migliorare la loro capacità di investimento e a semplificare le procedure.

Questo interscambio tra governo centrale ed enti locali è ineliminabile e fa parte del modus costituendi italiano. Se da un lato è imprescindibile che si operi secondo questo diktat, è lecito anche pensare ai probabili malfunzionamenti operativi e di comunicazione.

L’esempio lampante è stata ed è la gestione pandemica, durante la quale abbiamo assistito a regioni totalmente disallineate con gli indirizzi forniti dal governo centrale, a causa di conflitti di interesse ed attribuzione, che hanno provocato non pochi problemi a tutto il sistema Italia, oltre a inutili teatrini da parte del capetto di turno.

 

Cosa manca al piano

Le 337 pagine del piano indicano in che campi si è deciso spendere, specificano quante risorse sono allocate per ogni progetto, delineano una bozza di tempistiche (molto vaga a dire il vero, si sa ed è scritto che l’output derivante da questi finanziamenti è da ricomprendere nel quinquennio 2021-26), stabiliscono chi ha competenza nel portare avanti gli investimenti, chi ha l’onere di controllare i lavori.

Manca una chiara e dettagliata spiegazione di come questi fondi saranno assorbiti. Sì perché, non dimentichiamolo, questi 200 e rotti miliardi sono un prestito, e come tale va ripagato. Anche i miliardi a fondo perduto, in realtà, presuppongono un indebitamento dell’Unione Europea che comunque sarà ripagato dagli Stati membri.

Il pagamento per questi prestiti sarà spalmato su molti anni, e quello che è dato presupporre è che la crescita economica derivante anche dagli investimenti attuati con il PNRR renda di fatto lo Stato più ricco rispetto alla situazione attuale.

Ora queste sono illazioni, perché non c’è una tabella, un’indicazione forte, che esprima a chi vada accollato questo debito. Contrarremo nuovo debito pubblico per pagare i creditori? Ci sarà l’introduzione di nuove tasse? A catena, prolungheranno le soglie per la pensione? (tra l’altro, da ultime dichiarazioni di Draghi, si sta parlando di aggiustamenti per le età pensionabili… un campanello d’allarme?).

Tanti dubbi su questo aspetto. Il dato certo è che la buona riuscita del piano, nel suo complesso, è fondamentale, non solo per traghettare il Paese fuori dall’impasse economica e sociale dell’ultimo ventennio, ma anche, e soprattutto, per non ritrovarsi da qui a dieci anni a pagare dazio su investimenti improduttivi e politiche di non facile attuazione. Sarebbe un fallimento che i cittadini italiani non potrebbero, anche volendo, permettersi.

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