Un anno di pandemia. “Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”

Un anno di pandemia. “Un paese di musichette mentre fuori c’è la morte”

A poco più di un anno distanza la situazione sembra essere tragicamente ritornata al punto di partenza, nonostante il susseguirsi di annunciati cambiamenti in grado di coinvolgere ogni aspetto della nostra vita. Risulta banale ma comunque attuale, quella citazione del Gattopardo secondo la quale Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Sono cambiate le nostre vite, è cambiato il nostro governo ma purtroppo la pandemia è rimasta e con lei la tragedia del distanziamento fisico, divenuto anche sociale, per quanto prima si esprimesse in DPCM annunciati in dirette Facebook da un premier fin troppo presente e la sostituzione del termine lockdown con quello di zona rossa nazionale.

Giuseppe Conte comunicò in diretta nazionale la necessità di distanziarci oggi per riabbracciarci domani, mentre il suo successore Mario Draghi sembra aderire alla concezione del potere di Lenny Belardo in Young Pope, secondo il quale l’efficacia del potere si misura nella sua capacità di essere lontano e distante rispetto ai propri sudditi, o meglio cittadini.

In ogni caso quel domani fatto di abbracci non è mai arrivato e siamo semplicemente sempre più distanti. Un anno fa i social erano invasi da pensieri positivi, goffi tentativi di mostrarsi resilienti nel riprendersi intenti a preparare il pane, appelli carichi di odio e mal celata presunzione nei confronti dei runner o di chiunque uscisse di casa, oltre che gli immancabili balconi dai quali cantare e gridare andrà tutto bene. A un anno di distanza questa presunta positività e fiducia è sparita e siamo rimasti casa anestetizzati e slatentizzati.

Evidentemente niente è andato bene

Le pandemie sono purtroppo una costante della storia sin dai tempi antichi e in generale il grado di civiltà dei popoli si misura anche dalla capacità di affrontare i momenti drammatici. In questo momento non si può quindi non essere travolti da un senso di sconfortante tristezza nel rendersi conto di quanto la pandemia abbia velocizzato il crollo politico, economico ed emotivo di un sistema già in grave crisi. Per quanto riguarda la politica e l’economia sembra descrivere perfettamente la situazione un pensiero dell’economista, allievo di Federico Caffè, Ezio Tarantelli: “L’economia rischia di esibire modelli matematici in un teatro chiuso per lavori di restauro, mentre fuori si consuma il dramma vero nelle strade”.

Chissà che un altro allievo di Federico Caffè, divenuto ora Presidente del Consiglio, non possa stupire o che altre sorprese possano arrivare dall’Unione Europea, mentre l’attesa del Recovery Fund sembra essere essa stessa il Recovery Fund, configurandosi quindi come un fenomenale sequel dell’attesa di Godot di Beckettiana memoria.

La società civile sembra invece completamente anestetizzata e neanche più addolorata per la fine dei momenti collettivi delle nostre vite. La distanza sociale ed emotiva dagli appare per molti un sollievo e in fondo i social sostituiscono perfettamente. Perché avere voglia di incontrarsi quando si possono organizzare aperitivi su Zoom? Perché uscire di casa quando si può ordinare qualsiasi cosa a domicilio? Allo stesso modo non vi è neanche più sconvolgimento nella tragedia delle terapie intensive e delle morti in generali, vissute come dati statistici e non come esperienze di lutto. Non è la vita ad essersi fermata, ma si è modificata in una realtà distopica che non spaventa neanche più.

Ognuno di noi vive la tragedia della propria singola storia, costellata da occasioni perse e lutti, considerando gli altri soltanto con ostilità. Chi segue le leggi è considerato un servo da persone con la verità in tasca sempre pronte a gridare a complotti, mentre chi lamenta la propria sofferenza nei confronti delle privazioni a cui è sottoposto, viene considerato alla stregua di un bambino idiota. Questi sono soltanto i danni a breve termine, perché voler inserire questa tragedia in un contesto di lungo periodo spaventa ed è forse inutile, poiché, citando Keynes nel lungo periodo saremo tutti morti. Ma forse lo siamo già e semplicemente non ce ne siamo accorti.

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