E se The Social Dilemma non fosse più soltanto una serie tv?

E se The Social Dilemma non fosse più soltanto una serie tv?

Nell’anno appena terminato The Social Dilemma, film prodotto da Netflix, è stato uno dei contenuti multimediali più visti e discussi al mondo. In questo film gli stessi esperti di tecnologia ed ex collaboratori dei principali social network riflettevano sul ruolo e sulla pericolosità di questi strumenti.

Proprio nelle ultime settimane il tema è tornato assolutamente centrale, a causa della decisione di Twitter di bloccare l’account dell’ormai ex presidente americano Donald Trump oltre che, per tornare a casa nostra, del medesimo provvedimento attuato nei confronti del quotidiano Libero. In questo articolo non si intende ricostruire questi due eventi e darne un’interpretazione, quanto piuttosto partire proprio da tali episodi per provare ad allargare l’orizzonte della riflessione. Le reazioni a queste decisioni sono state molteplici e hanno portato alla creazione di veri e propri schieramenti fra chi bollava le azioni di Twitter animate da uno spirito inopportuno di censura e chi difendeva invece l’operato del social network.

Si sono lette e sentite affermazioni piuttosto forti, secondo le quali finalmente Twitter avrebbe fatto quanto spettava all’Ordine dei Giornalisti oltre che invocazioni di popperiana memoria relative alla necessità di eliminare la tolleranza nei confronti degli intolleranti. Dall’altra si sono invece levate voci in difesa della libertà di espressione e di parola gravemente minate proprio dai Social Network. Dove e se vi sia una verità in questi due schieramenti non rientra nell’interesse di chi scrive, il quale è stato colpito da un ulteriore punto di vista, portato avanti ad esempio da Giuliano Ferrara sul Foglio.

Si possono difendere dei principi senza analizzarne le conseguenze?

Proprio nel suo articolo dal titolo di Popperiana memoria Negare l’accesso a Twitter a chi mette in pericolo la società aperta è un atto di libertà, uscito sul Foglio il 12 gennaio, Ferrara apre scrivendo che Ma quale censura. Una piattaforma social è una società privata della comunicazione, come lo sono i giornali. La libertà di stampa non è pubblicare tutto, ma dare a tutti la possibilità di mettere su un giornale o un’impresa editoriale per esprimere opinioni contrapposte. Il fondatore del Foglio da un lato si schiera con il primo dei due schieramenti brevemente riportati in precedenza, dall’altro introduce un differente elemento ideologico e metodologico di difesa dei social network. In quest’ottica risulta però opportuno porsi una domanda fondamentale: lo status di asset privato dei social network e il principio della libertà d’impresa rendono queste piattaforme esenti dalle conseguenze dei ruoli e delle azioni che portano avanti? Il dilemma relativo ai social network diventa a questo punto un elemento che esce dalla dimensione di finzione cinematografica o di descrizione documentaristica a un livello talmente tanto profondo, da dover essere la riflessione principale nell’analisi del futuro della democrazia. Assumendo che l’influenza politica di tali strumenti sia figlia esclusivamente di un’eterogenesi dei fini e non di un piano studiato sin dall’inizio, è innegabile che oggi i social network siano diventati uno dei principali luoghi, dove si svolge il dibattito politico e per questo motivo limitare o bloccare account equivale ad escludere qualcuno dal dibattito politico. In questo senso risulta puntuale l’analisi di Francesco Giorgino, uscita sull’edizione del Sole 24 Ore del 10 gennaio, secondo la quale è oramai avvenuta la trasformazione di questi network in media mainstream a tutti gli effetti. Per confermare ulteriormente tale considerazione basta osservare i numeri relativi agli iscritti e al fatturato di questi colossi multimediali.

Alla luce di tutto questo non è probabilmente giunto il tempo di una nuova riflessione relativa alla condizione giuridica e politica dei social network oppure bisogna accettare acriticamente il loro nuovo ruolo di condizionamento e influenza della scena politica, oltre che di gestione e utilizzo dei dati per salvaguardare la libertà d’impresa? Risposte semplici non ve ne sono, ma diventa decisamente più complesso trovarle se neanche si intraprende un dibattito in merito e che magari si estenda al rapporto con internet in generale, ammesso che, citando Heidegger, il terribile non sia già avvenuto.

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