L’attacco al Parlamento a Washington è la fine del liberalismo?

L’attacco al Parlamento a Washington è la fine del liberalismo?

Quanto accaduto a Washington, l’assalto al Congresso, non ha precedenti nel mondo liberale. Da quando esiste la democrazia liberale, se con essa consideriamo l’evoluzione del costituzionalismo inglese incarnato dal Bill of Rights, pubblicato guarda caso dopo la decapitazione di un re, non è mai successo che l’edificio che simbolicamente più di ogni altro la rappresenta venisse assalito da orde di manifestanti inferociti.

Da allora e soprattutto con il fallimento di quasi tutti i socialismi reali, siamo stati abituati a pensare che il liberalismo sia il sistema politico perfetto, insuperabile se non nell’ottica di un perpetuo perfezionamento di se stesso. L’arroganza con cui il liberalismo si è via via presentato come la soluzione di tutti i problemi ha in realtà, soprattutto negli ultimi decenni e con le crisi finanziare che ha ciclicamente prodotto, lasciato dietro di sé una massa di scontenti, gli sconfitti di un mondo sempre più competitivo, che non è evidentemente il migliore tra quelli possibili. La presa d’atto di questo fallimento vede in Trump, pur nella sua inadeguatezza, la massima incarnazione. I disillusi dalle favole liberali, quelli che sono stati messi ai margini dall’american dream trovano in Trump il loro megafono e l’occasione per riscattarsi. Trump propone soluzioni facili e, proprio per questo, impraticabili, ma è la voce di un malcontento reale. Trump è un virus che si inocula all’interno di un sistema privo di anticorpi e che non ha preso le dovute precauzioni.

Chi si affida a Trump è chi è carente di strumenti intellettuali che lo proteggano dal suo sciovinismo e che per reazione a uno stato di cose che non lo soddisfa cede alla bestialità, ma non bisogna essere suoi sostenitori per condividere che anche la retorica liberal si stia esaurendo. Trump è inviso agli ex presidenti americani anche e soprattutto perché non viene dai salotti della politica e da quelle segrete stanze in cui spesso si ha l’impressione che si parli di un mondo troppo lontano dalla realtà vissuta dalla gente comune. Ed è anche per questo che piace molto a un’ampia fetta della società americana.

La sicumera di chi pretende di avere un occhio analitico e le competenze per risolvere ciò che non funziona, salvo essere smentito dai fatti. La dittatura del politicamente corretto, sempre più indigesto, che stabilisce cosa sia lecito dire e cosa no, su cosa si possa scherzare e su cosa no, in un continuo processo alle intenzioni che genera polemiche che si gonfiano e sgonfiano alla velocità di un tweet. Finché non ci interrogheremo seriamente su dove ci stia portando questo clima di perenne censura non potremo arginare il dilagare del trumpismo nella società. Trump a breve sparirà dai radar, è verosimile oltre che auspicabile pensare che venga inquisito, ma le istanze di quelle schegge impazzite, che forse non sono nemmeno una minoranza, che hanno infranto le finestre del Congresso e hanno portato via gli scranni non verranno estirpate così facilmente.

Tutti sui libri di scuola abbiamo studiato la Rivoluzione Francese o quella Russa. Lungi dal voler fare dei parallelismi, ma voi credete davvero che la fisionomia di chi prendeva la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno fosse tanto diversa da chi ieri si trovava al Campidoglio?

Le rivoluzioni sono pensate da intellettuali o leader carismatici, ma la loro traduzione pratica è da sempre appannaggio di disperati, spesso inconsapevoli dell’effetto concreto delle proprie azioni.

Quando si è giunti al limite, quando la misura è colma, la reazione emotiva non è quella di chiedere permesso, ma di sfondare la porta. E fino a quando non ci sforzeremo di capire le cause dell’insoddisfazione di larga parte della comunità civile americana, e non solo, non potremmo fare altro che scandalizzarci per manifestazioni violente come quella di Washington, convincendoci di essere dalla parte dei buoni, ma senza capire che in realtà siamo parte del problema.

E soprattutto, dobbiamo stare attenti a pensare che quello che è accaduto in America non ci riguardi. Perché sappiamo dalla storia che tutto ciò che succede in America, prima o poi, arriva anche da noi.

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