Università all’italiana – Pro e contro di una metamorfosi obbligata

Università all’italiana – Pro e contro di una metamorfosi obbligata

Parlare di università è aprire una riflessione su un universo eterogeneo. Ci sono atenei pubblici, atenei privati; differenziazioni strutturali tra pubblico e pubblico, tra privati. Cos’è l’università? Un ente di formazione superiore? Un incubatore sociale? Un’istituzione dello Stato? Un’ impresa? Se assumiamo dell’università la sua natura poliedrica, risulta evidente come il ricercare verità oggettive, potrà portare solo a domande e risposte di tipo relativo. Da dove iniziare quindi, o meglio, su cosa concentrarsi? La pandemia da Covid-19 sicuramente ha stravolto questo mondo composito, ha reso necessari cambiamenti radicali in termini di fruizione didattica, studentato, formazione del corpo docenti. Ha obbligato le università a investire in capitali e conoscenze, a rispondere velocemente alle nuove richieste dell’utenza.

Il risultato è stato, fino ad oggi, alterno. Un calderone, dove a modelli ed accorgimenti virtuosi si mescolano repliche tardive e insufficienti.

La DAD

La didattica a distanza è uno dei temi principe nell’analisi degli sconvolgimenti provocati dall’emergenza pandemica. Solo un anno fa la maggioranza delle lezioni e delle attività collegate agli atenei era svolto in presenza; da marzo in poi si è capovolto completamente il paradigma. Tutto viene attuato a distanza, non solo le lezioni frontali, ma anche l’intero insieme di quei rapporti burocratici e amministrativi che sono parte integrante del macrocosmo universitario. In relazione a questi ultimi, a dire il vero, questo processo di informatizzazione comincia ben prima dell’arrivo del Covid. Interfacciarsi digitalmente con i rami amministrativi dell’università non è stata dunque una novità, tanto per gli studenti quanto per i dipendenti di ateneo. Anche a livello di strumenti effettivi, sia il privato, ma questo non fa notizia, che il pubblico, hanno semplicemente portato avanti un apparato di sistemi (webmail, pagamenti digitali, prenotazioni da remoto, etc) che già era in essere nella struttura informatica universitaria. Sul merito e l’effettivo beneficio di questo operare “spersonalizzato” sarebbe da aprire un’ulteriore parentesi, per ora è forse meglio limitarsi a considerare come buono un ordinamento che non ha avuto bisogno, vista l’emergenza, di grandi ritocchi.

A tutt’altro responso si arriva invece approfondendo il discorso legato alle lezioni e agli esami a distanza. Penso di parlare a nome di molti nel dire che le lezioni a distanza siano un’evoluzione della didattica che apporta tanti benefici e poche, pochissime negatività. Da quando è stata forzatamente applicata tout court, la dad ha permesso in primis di poter seguire la totalità delle lezioni di interesse. Vengono meno quindi i problemi relativi ai corsi previsti negli stessi giorni e negli stessi orari. Non è più necessario scegliere se seguire una lezione di sociologia politica o il corso di approfondimento per la lingua straniera. Anche se le due cose combaciassero, le lezioni vengono registrate (nella maggior parte dei casi) e il vantaggio per gli studenti diventa evidente.  Ragazzi iscritti a facoltà caratterizzate da “materie complicate”, come possono essere ingegneria, fisica, matematica, la stessa economia, hanno ora la possibilità di seguire una lezione registrata, interromperla nei momenti più ostici o salienti, e riprenderla senza che questo comporti alcun tipo di problema. Si può, inoltre, così decidere dove e quando seguire una lezione, che sia alle 11 di mattina o dopo cena; ognuno è libero di organizzarsi secondo le proprie necessità. Una nota stonata in questo stato di cose potrebbe arrivare dai professori, qualora decidano di non permettere la registrazione, rendendo così le lezioni a distanza solo una brutta copia di quelle frontali.

Questione esami. Anche in questo caso risulta difficile, pur volendo, arrivare ad un giudizio univoco nell’analisi degli esami a distanza. Facoltà come Giurisprudenza, dove le conoscenze degli studenti sono verificate oralmente, mantengono pressochè invariata la struttura e le modalità di esame. Invece materie che richiedono la prova scritta, come la quasi totalità di quelle scientifiche, sono esaminate con procedimenti diversi rispetto a prima; sono introdotte complicazioni procedurali che vanno ad aggravare i compiti degli studenti. In che modo? Propongo un esempio. Diana, studente di Scienze Matematiche all’Università di Tor Vergata di Roma, per sostenere l’esame di Statistica generale, ha dovuto non solo completare il compito scritto da remoto, ma anche scansionare la brutta copia del test, renderla un pdf, girarla tramite email alle caselle istituzionali di riferimento, e il tutto entro un tempo limite di 10 minuti dalla fine dell’esame. Eventuali imprecisioni o errori in questo iter sono puniti con l’annullamento della prova e la conseguente bocciatura. Eppure una foto potrebbe uscire sfocata, le app di conversione dei file per smartphone potrebbero malfunzionare… la casistica dei “se”, e dei “ma”, è lunga, la legge però non ammette ignoranza, e se si sfora il tempo limite, si è fuori. Diventa così una corsa; un aggravio di ansia per gli studenti.

In ultima analisi è doveroso sottolineare come l’ampliamento delle attività a distanza tocchi anche l’insieme dei progetti che a latere accompagnano la carriera universitaria. Le conferenze, le fiere digitali, le occasioni di orientamento lavorativo per gli studenti, grazie alla connessione da remoto, diventano fruibili per un numero maggiore di persone. Un distinguo va sempre fatto tuttavia tra università attive e proattive sotto questo aspetto (già prima del covid), rispetto a realtà invece ferme. Ci racconta Nicola, magistrale in economia e studi sociali alla Bocconi, di come l’offerta universitaria di conferenze e incontri di approfondimento, grazie alla dad, sia solo migliorata.

La questione degli spazi.  Perché non stiamo andando all’università?

Era il 4 marzo scorso quando iniziava a rimbalzare la voce di una chiusura per due settimane dell’Università, a causa di un virus che dalla lontana Cina sembrava potessi si toccarci, ma con buona pace degli “sfortunati” Cinesi, colpirci solo di striscio. Invece la storia ha preso tutta un’altra piega, e per il mondo universitario quelle prime due settimane di chiusura sono diventate nel frattempo dieci mesi. Da settembre, soltanto le matricole hanno potuto vivere l’Università in presenza. Sulla questione, alcune considerazioni. Che le matricole abbiano un bisogno maggiore, rispetto ai colleghi di altri anni di corso, di vivere in prima persona l’Università, è un dato di fatto. Il cambiamento rispetto alla scuola secondaria è grande; in molti casi ragazzi e ragazze si trovano in un’ambiente estraneo senza punti di riferimento. Il primo anno è essenziale dunque per stringere relazioni interpersonali; dire “ciao, sono Francesca”, attenua il contraccolpo del passaggio obbligato di una persona che, definita con nome e cognome, diventa improvvisamente un numero di matricola. Inoltre, toccare con mano i meccanismi tortuosi della burocrazia universitaria, aiuta a sentirsi meno persi nei meandri amministrativi. Sarebbe impossibile intraprendere la quotidiana battaglia contro le segreterie studenti, se alle stesse non si sia data prima almeno una collocazione spaziale. Si potrebbe tranquillamente pensare che non esistano! Per quanto riguarda noi altri, andrebbe anche bene svolgere tutto a distanza. Armarsi di buona pazienza e cocciutagine nei rapporti con l’università è l’ABC dello studente. A tal proposito Michael, al primo anno di magistrale in ingegneria meccanica alla Sapienza di Roma, afferma che “per caratteristiche, gli universitari possono adattarsi meglio a questo status quo, rispetto ad altre categorie di studenti, come ad esempio i liceali, o ancora prima i ragazzi delle medie”.

Se da un lato quindi non andare fisicamente all’Università non sembra creare troppi problemi, dall’altro questo non giustifica, a nostro avviso, l’immobilismo dei rettorati. E’ di pochi giorni fa la notizia di un collettivo di studenti della Sapienza che ha occupato simbolicamente il “lucernarnio”, uno stabile interno alla città universitaria di Piazzale Aldo Moro. L’edificio era stato già occupato nel 2013, e reso in quel periodo un luogo di studio e socialità. E’ questo solo un esempio dello spreco di spazi e della speculazione privata in ambito universitario. Non sono facilmente reperibili dati su mense, aule, giardini, interi palazzi, di proprietà universitaria, che ad oggi sono inagibili e in stato di abbandono. Spazi comuni che in tempo di pandemia avrebbero una valenza doppia. Siamo consapevoli del periodo, delle difficoltà, dei problemi logistici (vedi quelli del trasporto pubblico), che si riflettono giocoforza sull’università. Eppure le soluzioni, anche se solo temporanee, ci sarebbero: organizzare lezioni in orari diversi lungo tutto l’arco della giornata, convertire i luoghi inutilizzati in aule-studio, investire per permettere un rientro in sicurezza, redistribuendo il carico degli studenti su scale e secondo logiche differenti. Tenere tutti a casa può essere efficace, ma di certo è soltanto una delle vie percorribili, la più comoda. Noi continuiamo a pagare la stessa retta, eppure i servizi che ci vengono offerti sono più che dimezzati.

Il dibattito pubblico – Perché non si parla di Università?

Alla domanda: “perché in Italia si parla di tutto, fuorché di Università?”, Gabriele, studente al sesto anno di Medicina e Chirurgia alla Cattolica di Roma, risponde individuando due ordini di problemi. Uno di stampo politico e un altro di tipo economico. E’ tristemente vero infatti, che l’aggregazione politica studentesca oggi quasi non esiste, e laddove si crea, rimane comunque molto debole e frazionata. Le istanze degli studenti così rimangono inascoltate. Il coro di voci, non coordinato da una direttrice comune, si perde in un indefinito marasma fumoso. La conseguenza è chiara. Come studenti perdiamo diritti, opportunità, e forza politica; perdiamo il potere di andare contro chi ci vede solo come un bonifico con scadenza trimestrale. Collegata alla visione politica c’è quella economica: l’universitario, in quanto tale, non produce reddito. Le sue istanze vengono quindi dopo le rivendicazioni di albergatori, ristoratori, tassisti, di chiunque produca un reddito tassabile. Forse è un pensiero eccessivamente critico, e sicuramente ci sono altri fattori da tenere in conto, tuttavia di Università non ne parla proprio nessuno. L’opposizione di destra attualmente ha da ridire su qualsiasi cosa, dall’Ungheria di Orban al cenone di Natale. Tuttavia, non ho mai sentito parlare la Meloni o Salvini di Università. Ma del resto, a loro, prendere una laurea non è neanche mai servito.

Il ruolo dell’Università – un giudizio di valore

Ci siamo chiesti inizialmente cosa sia l’Università. Una definizione univoca rasenta l’impossibile; più agevole  fornire una personale visione, senza che questa accampi pretese ed elementi valevoli erga-omnes. La didattica a distanza, come analizzato in precedenza, certamente porta in dono novità positive. Tutto sommato il percorso universitario di ognuno di noi continua. Il mondo si è fermato, ma noi studenti, gli esami, abbiamo continuato a sostenerli. Tutto il resto?  Mi rifiuto di pensare che sia naive accendere un lumino anche per ciò che non sia solo lezioni ed esami. L’Università è un punto di incontro, una seconda casa, dove seduti ai tavoli possiamo sperare di trovare chi è più simile a noi, chi ha i nostri stessi interessi. E dove soprattutto possiamo confrontarci, con chi è altro da noi. Non poter frequentare fisicamente le Università, fa venire meno tutto questo, anche se a parere di scrive il processo di alienazione da ciò che è sociale è cominciato e continua da molto più tempo. E la responsabilità è tanto dell’istituzione quanto del singolo individuo. Stiamo forse perdendo quell’essenza che ci definisce, per dirlo socraticamente, come animali sociali? E le istituzioni, perché non investono su momenti ed esperienze che accomunano? Perché, con il tempo, è passata l’idea che l’unico fine sia il risultato, senza tener conto del percorso? 

Sono solo poche domande rispetto a quelle che dovremmo e potremmo porci. L’Università che oggi ci viene offerta, tuttavia, sembra diventare sempre di più il simulacro di sé stessa, una forma, con pochi contenuti, dove tutto è finalizzato al conseguimento del voto sul famoso libretto.

Un luogo invece nato idealmente per essere fucina di talenti e pensiero critico, un corridoio di collegamento per stanze e istanze sociali, con lo scopo di favorire la coesione generazionale e un successivo approdo al mondo del lavoro più sicuro e confidente. E per me è ancora questo il ruolo dell’Università, da recuperare senz’altro, seppure nelle nuove modalità che il momento storico attuale impone e che l’innovazione tecnologica suggerisce.

P.S. Per esigenze di spazio, tanti approfondimenti sono stati lasciati fuori da questa prima analisi sull’Università odierna, con l’idea tuttavia di riprenderli in un secondo momento. Alla disamina di cui sopra, hanno collaborato i miei ormai “vecchi” compagni del liceo, che ringrazio. Mi hanno dimostrato una volta di più quanto il lavorare insieme sia fruttuoso e produttivo, oltre che piacevole.

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