L'”assenza spettacolare”. Il Covid e la crisi del mondo dello spettacolo

L'”assenza spettacolare”. Il Covid e la crisi del mondo dello spettacolo

Nella mattinata di venerdì 30 Ottobre, sono scese in piazza, a Roma, le categorie dei
lavoratori dello spettacolo. Davanti a Montecitorio, ordinatamente, si sono susseguiti
al microfono addette e addetti del settore. Ordinatamente, si, perché tra un intervento e
l’altro, il microfono è sempre sterilizzato; perché l’invito a mantenere il
distanziamento sociale, anche in un contesto difficile quale una manifestazione, è
lanciato a più riprese, e sempre seguito, da tutti i presenti.
Le regole per “convivere con il virus” sono state seguite pedissequamente da teatri,
cinema, accademie di danza, fondazioni culturali, e più in generale dai luoghi dello
spettacolo. Forse, e non a caso, in modo più ferreo rispetto ad altri settori a “rischio
chiusura”. Perché? Perché, come detto durante un intervento, il settore dello
spettacolo è quello che, tra tutti, più lamenta mancanza di tutele; quello che
percepisce l’abbandono delle istituzioni come un qualcosa di assodato e con cui fare i
conti. E allora rispettare alla lettera le disposizioni susseguitesi dopo il primo
lockdown, è stato figlio della speranza che potesse bastare, che potesse essere una
sorta di garanzia contro l’ombra di una nuova chiusura. Un giro a vuoto. L’ultimo
Dpcm, infatti, tra le tante cose, sospende, nuovamente, gli spettacoli teatrali,
cinematografici, nelle sale da concerto, negli spazi all’aperto. Tanti i temi affrontati
dalla piazza; molte, e differenti tra loro, le voci che hanno animato la giornata. Si
alternano infatti sul palco attori teatrali, cantanti, insegnanti, tecnici audio-visivi,
danzatrici, liberi professionisti; una rappresentazione di quanto larga e variegata sia la
platea che forma il settore-spettacolo. Non è un comparto lavorativo omogeneo, al
contrario è un mondo frammentato, dove maestranze e mestieri si incontrano per dar
vita a una piece teatrale, un film, un balletto, un concerto. La prima e più grande
colpa, la prima e più grande mistificazione, è addossare alla pandemia in atto le
difficoltà del settore.

Problemi strutturali nel settore dello spettacolo

I problemi sono strutturali, alimentati da decenni di politiche miopi che
hanno finito col favorire il lavoro nero, sotto-regolamentato, precario.
Nel mondo teatrale e musicale, infatti, si va dalla pretesa di pagare i compensi solo
dopo l’arrivo dei finanziamenti, a modalità di assunzioni non previste dal contratto
nazionale del lavoro, per arrivare addirittura a pagare un compenso inferiore e a
forfettizzare alcune prestazioni, come per esempio le prove. Per quanto riguarda la
possibilità di maturare le giornate contributive, spesso il compenso è sostituito in
parte, e talvolta addirittura totalmente, dalla cessione del diritto d’immagine e
d’autore, istituti per i quali è prevista l’esenzione contributiva e che sono dunque
utilizzati impropriamente per abbattere il costo del lavoro.
Ancora, teatri pubblici e fondazioni lirico- sinfoniche sono gli unici enti che
forniscono un’occupazione stabile, evidenziando di conseguenza come il resto dei
lavoratori, precari, non riesca ad accedere agli ammortizzatori sociali tradizionali, a
versare regolarmente contributi previdenziali, a dotarsi di un reddito che non basti
solo a “tirare avanti”.
Un comparto lavorativo del genere, dove il grande mangia il piccolo, paga quindi lo
scotto dell’inoperosità di chi avrebbe dovuto lavorare per tutelare diritti e sicurezza.

Quale deve essere il ruolo della cultura nella società

Dario Franceschini, Ministro ai beni e alle attività culturali, con un videomessaggio
mostra la sua sorpresa di fronte a una manifestazione del genere, e chiede un ulteriore
sacrificio appellandosi alla curva dei contagi e al buon senso della gente. Suona però
come l’ennesima presa in giro, perché la piazza non è negazionista e non andrebbe
strumentalizzata, mettendola solo in correlazione con il Covid, come suggerirebbe
l’intervento del Ministro. E’ una piazza che chiede da anni una riforma strutturale del
sistema, un nuovo contratto nazionale del lavoro, misure di sostegno al reddito,
l’abbattimento del nero.
Accanto alle rivendicazioni economiche, sono tante le riflessioni sul ruolo della
cultura. In molti evidenziano uno svilimento dell’arte, considerata come un
passatempo, una merce venduta al migliore offerente.

Dario Agioli, drammaturgo, tecnico, attore, dice: “dai luoghi della cultura può ripartire la società, mettendo al centro l’uomo e la donna”, e si chiede, ci chiede, se davvero “si cresca come cittadini a forza di decreti, ordinando buon senso su Amazon”, piuttosto che nei teatri, nelle piazze, nei presidi culturali che hanno proprio nella relazione interpersonale la loro ragion d’essere.

Ci si chiede “quali siano le conseguenze per tutti, quando un Mc’donald rimane aperto mentre i cinema e i teatri vengono chiusi”; ci si domanda in sostanza che fine abbia fatto la cultura, vista forse da alcuni come “un’occasione per andare in smoking alla prima della Scala”.
Tutele, sicurezza, riforma lavorativa, superamento del gender-gap nelle retribuzioni.
Ripensare il ruolo dell’arte, i luoghi della cultura, la funzione degli artisti e la valenza di chi lavora e vive per, e grazie a questo mondo. Investire sulla cultura, invece di delegittimarla.
Recita l’articolo 9 della Costituzione Italiana: “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”
E’tutto da fare.

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