Genova diciannove anni dopo. Ricordare quel sangue affinché non venga pulito

Genova diciannove anni dopo. Ricordare quel sangue affinché non venga pulito
Fonte immagine: wikipedia; editing: g2r

«L’uomo produce il male come le api producono il miele», scrive così William Golding nel romanzo che gli valse il premio Nobel per la letteratura, Il signore delle mosche.

Un gruppo di giovani ragazzi approda su un’isola deserta a seguito di un incidente aereo, trovandosi di fronte alla necessità di elaborare una strategia per sopravvivere ed essere tratto in salvo. Ralph, il leader, rappresenta la spinta razionale che guida l’agire degli individui; Jack, emblema della parte più istintiva e bestiale dell’animo umano, tenta la via della sopraffazione per emergere e cavalca le paure dei compagni individuando una bestia immaginaria da combattere e sconfiggere.

«A cosa stavate giocando? A una specie di guerra?», chiedono a un certo punto gli adulti che irrompono sulla scena e mettono fine alla violenza.

A Genova, diciannove anni fa, nessun adulto è intervenuto a interrompere quella che verrà definita «la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale», al contrario proprio chi rappresentava l’autorità si è reso responsabile di una vera e propria mattanza.

Nella scuola Diaz, e successivamente nella caserma Nino Bixio di Bolzaneto, la società civile e lo stato di diritto hanno cessato di esistere dando vita a una parentesi temporale sospesa nella quale ognuno, su quella specie di isola deserta, non ha potuto far altro che sperare di sopravvivere.

Su Genova è stato scritto tanto ma è necessario farlo ancora perché, vent’anni dopo, quel sangue non venga pulito.

La notte del 21 luglio alla Diaz. Richard Moth, «eravamo in balia di un potere arbitrario»

Dopo gli scontri tra la polizia e i manifestanti no global, dopo la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda, sabato 21 luglio accade quella che Michelangelo Fournier, vicequestore aggiunto del Primo Reparto Mobile di Roma all’epoca dei fatti, definirà una «macelleria messicana». Poco prima della mezzanotte il VII reparto mobile di Roma, insieme ad alcuni agenti della Digos, fa irruzione nella scuola Diaz dove i manifestanti legati al Genoa Social Forum avevano trovato ospitalità durante il vertice del G8.

«Siamo saliti di corsa ai piani superiori e dalla finestra vedevamo la polizia fare irruzione nell’edificio. Allora abbiamo pensato fosse meglio restare tutti in una stanza. Avevamo deciso di alzare le mani per far capire che non volevamo fare resistenza all’arresto, ma a loro non interessava affatto. Hanno spalancato la porta e ci hanno scaraventato a terra», dirà anni dopo Lena Zuhlke.

Radio GAP e Radio Popolare interrompono le trasmissioni dall’edificio di fronte e iniziano a raccontare l’assalto in diretta.

Fonte immagine: Wired

«Mi hanno afferrato per la testa e mi hanno trascinata per le scale camminavano alla mia destra e alla mia sinistra e continuavano a colpirmi dietro la testa. Io pensavo se mi fanno scendere così mi spezzeranno i denti, perciò ho puntato le braccia per evitare che la faccia sbattesse con forza sulle scale e loro mi colpivano le dita. Quando siamo arrivati giù hanno ricominciato a picchiarmi […] poi mi hanno buttato sopra altre due persone che giacevano lì per terra e non si muovevano neanche più», ricorda ancora Lena Zulkhe.

La polizia ha fatto irruzione nell’edificio ai sensi dell’art. 41 del TULPS (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza) che consente di avviare perquisizioni in autonomia al fine di rinvenire armi, informando successivamente il magistrato. Nella scuola erano presenti 93 persone. Di queste, 63 sono state portate in ospedale, 19 trasferite presso la caserma di Bolzaneto con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale e possesso di congegni esplosivi e armi improprie.

«Erano le cinque del mattino quando siamo arrivati a Bolzaneto e abbiamo lasciato Bolzaneto più o meno trenta ore dopo […] ci hanno fatto mangiare pochissimo e ci hanno privato del sonno. Inoltre ci hanno costretto a restare contro il muro per molto tempo. Siamo stati continuamente minacciati e spinti lungo i corridoi. Avevo un polso rotto e mi hanno fatto stare contro il muro per circa mezz’ora», racconta Nicola Doherty.

Il portavoce del capo della polizia, Roberto Sgalla, una volta giunto alla Diaz dichiara che nella scuola si trovavano persone con ferite pregresse. La versione dei fatti circolata a partire da questo momento si dimostrerà del tutto inveritiera quando, qualche tempo dopo, le vittime inizieranno a raccontare.

Per giustificare l’irruzione inizialmente viene addotto il motivo della difesa da un presunto attacco da parte dei manifestanti, ma questo non spiega il motivo per il quale Mark Covell, giornalista inglese, viene quasi ucciso in strada ancor prima di riuscire ad entrare nell’edificio attraverso il cancello d’ingresso. «Mentre la squadra antisommossa cercava di forzare il cancello, per ingannare il tempo alcuni agenti cominciarono a colpire Covell come se fosse un pallone. La nuova scarica di calci gli ruppe la mano sinistra e gli danneggiò la spina dorsale. Alle sue spalle, Covell sentì un agente che urlava “Basta! Basta!” e poi il suo corpo che veniva trascinato via», si legge nella ricostruzione che Nick Davies consegna a Internazionale.

Gli agenti dichiarano di aver stanato i black bloc – i manifestanti che nei giorni precedenti avevano saccheggiato e devastato i luoghi considerati simboli del capitalismo – e mostrano le due molotov, simbolo della violenza dei rivoltosi che, come si scoprirà in seguito, erano state introdotte nell’edificio per alterare il quadro probatorio. Uno di loro, continuando sulla linea della difesa, esibisce uno squarcio sul giubbotto affermando di essere stato accoltellato da un manifestante, salvo scoprire poi in fase processuale che anche questa prova era stata realizzata ad arte.

La testimonianza di Richard Moth, una delle vittime del pestaggio, sintetizza il ruolo ricoperto quella notte dai presunti tutori dei cittadini «non mi hanno detto di cosa ero accusato. Non mi hanno nemmeno fatto parlare. Non è stata rispettata alcuna procedura basilare. Nessuna di quelle procedure che immagino la legge italiana imponga. Questo ovviamente ci ha terrorizzati. Eravamo in balia di un potere arbitrario».

La vicenda giudiziaria: lo Stato italiano ha violato l’art. 3 della CEDU

Il processo per i fatti della Diaz si apre il 6 aprile 2005, tre anni dopo viene emessa la sentenza di primo grado con la quale i giudici riconoscono che «la perquisizione venne disposta in presenza dei presupposti di legge. Ciò che invece avvenne non solo al di fuori di ogni regola e di ogni previsione normativa ma anche di ogni principio di umanità e di rispetto delle persone è quanto accadde all’interno della Diaz Pertini».

Nessuna condanna per i vertici della polizia poiché «a parte la carenza di prove concrete in proposito, appare assai difficile che un simile progetto possa essere stato organizzato e portato a compimento con l’accordo di un numero così rilevante di dirigenti, funzionari ed operatori della polizia».

Le cose cambiano con la sentenza della Corte d’Appello di Genova, nel 2010, quando la posizione dei dirigenti si complica in quanto, secondo i giudici, non è possibile ritenere che i fatti della Diaz siano il frutto di singole volontà, al contrario si ravvisa la consapevolezza di una catena di montaggio che sottoponeva i manifestanti a percosse e insulti in seguito all’ordine dei dirigenti di fare irruzione nell’edificio al fine di contrastare soggetti ritenuti violenti, senza tuttavia esercitare alcuna forma di controllo sull’uso di quella forza.

Fonte immagine: osservatoriorepressione

Durante l’ultimo atto del processo giunto in Cassazione, nel 2012, vengono confermate le condanne emesse dalla Corte d’Appello ma si prescrivono i reati di lesioni gravi di cui erano accusati alcuni agenti appartenenti, all’epoca dei fatti, al VII nucleo speciale della Mobile. La procura di Genova aveva richiesto di avviare una discussione in merito al reato di tortura che avrebbe sostituito quello di lesioni, ormai in prescrizione, i giudici però hanno ravvisato l’assenza di questa fattispecie nell’ordinamento italiano e quindi l’impossibilità di sanzionarlo.

Qualche anno dopo Arnaldo Cestaro, una delle vittime delle violenze perpetrate alla Diaz, presenta un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo stabiliscono che lo Stato italiano ha violato l’art. 3 della Convenzione sui diritti dell’uomo secondo cui «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti» e impongono un risarcimento di 45.000 euro per il richiedente. Con questa sentenza si riconosce che il trattamento inflitto ai manifestanti quel 21 luglio alla Diaz si può chiamare tortura, sostenendo anche l’inadeguatezza delle leggi italiane a causa delle quali non sarebbe stato possibile punire i responsabili.

Il reato di tortura è stato approvato in Italia il 5 luglio 2017 dopo quattro riletture e un iter legislativo complesso che portò Luigi Manconi, promotore della prima versione del ddl, ad astenersi dal voto definendo mediocre il testo emendato. Nonostante le critiche rivolte alla legge che prevede la necessità di un trauma psichico e la possibile limitazione della fattispecie a comportamenti ripetuti più volte, secondo Amnesty International «avviene piuttosto spesso che si facciano dei passi, piccoli o grandi che siano, verso un obiettivo che non è raggiungibile in una volta sola. Crediamo che la legge sulla tortura approvata dal Parlamento rappresenti un passo, purtroppo più piccolo di quello che avrebbe potuto essere, verso l’obiettivo dell’adeguata punizione (e dunque della prevenzione) della tortura in Italia».

Genova, insomma, è uno spartiacque. Genova è la tentazione – da reprimere – di dividere il mondo in guardie e ladri. Genova è la certezza che nutrire la bestia immaginaria non è il miglior modo per essere tratti in salvo.

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