Inizia la fase 2 – Cosa ci ha insegnato la quarantena?

Inizia la fase 2 – Cosa ci ha insegnato la quarantena?
Fonte immagine: g2r

4 maggio 2020, inizia la fase 2 dell’emergenza COVID-19; vengono allentate le restrizioni sugli spostamenti e ripartono diverse attività lavorative, seppur in maniera limitata rispetto a quanto ci si aspettava. C’è chi avrebbe voluto più coraggio da parte del governo, che si difende con i dati rilasciati dal Comitato tecnico scientifico (e facendo i paragoni, tramite la stampa, con gli altri paesi), ma non è di questo che vuole trattare l’articolo: non è una riflessione sul governo e sull’opposizione, ma su noi stessi.

Questi mesi di quarantena ci hanno costretto a cambiare le abitudini, a riscoprire possibilità che avevamo accantonato, ma soprattutto, ha messo a nudo i più grandi problemi della società e della politica economica attuale.

Piuttosto che domandarsi semplicemente se siano giusti o sbagliati i provvedimenti del governo, poniamo il quesito anche da un altro punto di vista: la società che è stata colpita dal Coronavirus, è una società che funziona?

La quarantena insegna che l’individualismo è morto

L’aperitivo è stato un po’ il simbolo di questa quarantena, almeno all’inizio. Da Nicola Zingaretti e il suo aperitivo pubblico per l’iniziativa #Milanononsiferma, con lo stesso segretario del PD che qualche settimana dopo ha annunciato di essere malato di COVID-19, passando per gli assembramenti nella settimana antecedente il lockdown in tutta Italia, fino agli aperitivi casalinghi improvvisati dalle famiglie costrette alla quarantena.

Questo desiderio dell’aperitivo, unito alle varie iniziative per convincere le persone a restare in casa, fa pensare che la gente al giorno d’oggi non è più capace di stare da sola.

Precisiamo: l’interazione sociale è importantissima, ma è tramite l’individualismo che si riesce davvero a capire noi stessi e, di conseguenza, a quale gruppo sociale ci si sente più vicini. Senza alcuna riflessione interiore, si rischia di venir condizionati semplicemente da ciò che ci circonda, e questo non sempre è un bene, soprattutto quando si è più giovani e si cerca di capire il proprio stile di vita.

Un esempio pratico è l’orientamento politico: al giorno d’oggi il modo in cui viene trattata la politica, soprattutto dal popolo, assomiglia più a uno scontro tra tifoserie. Il modo giusto dovrebbe essere quello di farsi un’idea propria e, di conseguenza, capire qual è il proprio orientamento politico, e magari anche decidere chi votare; invece accade l’opposto: si definisce il proprio orientamento politico su delle basi abbastanza vaghe, senza capire bene se è davvero questo il proprio pensiero a riguardo, e poi si sostiene a oltranza una fazione politica indipendemente da quello che fa o propone.

Un altro esempio, che si rifà più alla situazione attuale, è la “polemica” sulla riapertura delle librerie a partire dal 14 aprile 2020. Si può discutere sulla metodica per la riapertura di questi locali, la quale potrebbe cozzare con il decreto che impedisce alle persone di uscire di casa senza una motivazione valida, ma è intollerabile chi si sente preso in giro da questa scelta, come a voler dire che bar, pub, ristoranti, e parrucchieri fossero le uniche attività che contano.

Innanzitutto, va ricordato che anche le librerie sono attività messe in difficoltà dal Coronavirus, ancor più delle categorie elencate in precedenza, in quanto già prima della quarantena avevano problemi maggiori, tra i quali troviamo anche gli atti vandalici, come il noto incendio della Pecora Elettrica. Ma la lettura è anche una delle attività a cui ci si potrebbe dedicare di più sfruttando il periodo di quarantena, perché la cultura è importante soprattutto in momenti delicati come questo, e qui si torna al discorso iniziale: l’interazione sociale è importantissima; permette il confronto, la comunicazione, l’estensione dei punti di vista, permette di migliorare lo stato d’animo del prossimo, ma senza conoscere bene le proprie risorse si rischia di sentirsi vuoti, e quel vuoto potrebbe essere riempito anche da qualcosa di negativo, così veniamo a sapere, ad esempio, di persone che incendiano le centraline del 5G semplicemente perché hanno creduto alle complottiste riguardanti il Coronavirus.

nicola zingaretti
Fonte Immagine: profilo Facebook ufficiale di Nicola Zingaretti

La quarantena dovrebbe far riflettere anche su quelle attività svolte in questo periodo e non in situazioni normali, come la semplice passeggiata con il cane, o il jogging: abbiamo davvero bisogno della quarantena per svolgere queste attività? Se l’attività fisica può essere dovuta anche all’avere più tempo a disposizione, non è questa una giustificazione valida per la passeggiata con il cane, che prima non si faceva, perché un animale domestico non è un giocattolo né un oggetto d’arredamento; quando si decide di prendere un animale domestico, bisogna mettere in conto il fatto che è necessario prendersene cura, dedicarsi a lui, e non limitarsi a dargli da mangiare.

Questo ragionamento, seppur in maniera minore, andrebbe applicato alle relazioni con i figli. E’ innegabile che la chiusura delle scuole fino a settembre risulta un grosso problema per i genitori, per via del lavoro che impedisce loro di dedicare più tempo ai propri figli, ma fa riflettere il fatto che questo problema sia sorto fin dall’inizio, quando la chiusura delle scuole era prevista per appena due settimane. Un figlio avrebbe bisogno di ancor più tempo da dedicare rispetto a un animale domestico, non si può fare figli con l’idea che dopo il primo anno di vita se ne occupano le scuole, anche perché se una pandemia è un evento raro, non lo è la chiusura delle scuole per poche settimane, soprattutto nell’ultimo decennio, tra allerte meteo e altro ancora.

La quarantena insegna che viviamo in una società precaria

Il più grande problema della quarantena è l’aver bloccato moltissime attività lavorative, impedendo di creare introiti e mettendo seriamente a rischio aziende e lavoratori a livello economico. Questo è dovuto al fatto che aziende e lavoratori vivono spesso sul filo del rasoio, e bloccare le loro attività per qualche mese rischierebbe di far collassare il sistema.

Come anticipato nell’introduzione, bisognerebbe guardare questo problema anche da un altro punto di vista: è plausibile vivere sul filo del rasoio? Molte volte questo stile di vita è dovuto a fattori esterni, spesso, però, è per via delle scelte personali.

Prendiamo ad esempio il settore della ristorazione. Bar, pub, ristoranti: quanti ce ne sono in Italia? Non solo nelle grandi città ma anche, e soprattutto, nei paesi. Se questi ultimi, anche solo fino a dieci anni fa, possedevano un numero limitato di locali di questo genere ben distribuito all’interno del comune, oggi anch’essi ne vantano un numero spropositato, con i locali posizionati a poca distanza l’uno dall’altro o, peggio ancora, concentrati in un’unica area del comune. Locali che si potrebbero definire pressoché identici tra loro, nel senso dell’offrire più o meno gli stessi servizi ai clienti. E’ lecito pensare che una situazione del genere costringa le attività a una “lotta al centesimo”, soprattutto nei paesi, dove il numero di clienti, per quanto si possa lavorare bene, rimane sempre limitato.

Sembrerebbe che gli imprenditori abbiano dimenticato il rischio d’impresa: in una situazione lavorativa del genere, basta un imprevisto e si rischia di compromettere tutto, e una crisi economica, in fondo, non è nemmeno così raro come imprevisto, anche senza una pandemia. Di fronte a questo tipo di imprevisto, sopravvive solo chi ha le spalle coperte per sostenere le spese in un periodo privo di entrate, e chi ha la sicurezza di poter far riprendere rapidamente la propria attività lavorativa. Come ha dichiarato anche Alessandro Borghese, noto chef e conduttore televisivo, in un’intervista pubblicata sulla sua pagina Instagram, “Chi lavora bene ce la farà, salteranno gli improvvisati.

coronavirus bar
Fonte immagine: it.freepik.com

Un concetto che dovrebbe essere chiaro, anche e soprattutto ai lavoratori dipendenti, è che non si può vivere con l’idea: “tanto entra, tanto esce”. Se il guadagno è zero o poco più di zero, basta un imprevisto e c’è il rischio di ritrovarsi nei guai. Abbiamo anche casi in cui il lavoratore in questione ha, invece, la possibilità di rimediare a questo genere di difficoltà, ma non vorrebbe mettere mano ai suoi risparmi. Eppure i risparmi dovrebbero servire proprio per gli imprevisti o per i progetti futuri, ma i primi rischiano di compromettere definitivamente i secondi, per i quali invece c’è sempre tempo per rimediare tramite l’accumulo di nuovi risparmi, una volta rimediato all’imprevisto, e quello del Coronavirus è un imprevisto enorme: se non ora, quando?

Infine, abbiamo il caso di lavoratori e aziende che convivono con i debiti. E’ il caso, ad esempio, dei club di Calcio: in questi mesi ha fatto molto discutere il far ripartire o meno le competizioni calcistiche italiane, con la consapevolezza che molti club, soprattutto delle serie minori ma anche della Serie A, rischiano un grosso danno economico senza gli introiti derivanti dai diritti televisivi per le restanti giornate di campionato (e di questo è consapevole anche chi vorrebbe sospendere definitivamente questa stagione sportiva), oltre al fatto che si rischierebbero ricorsi per eventuali premi, promozioni, retrocessioni, e qualificazioni alle competizioni europee, come sta già accadendo in Francia dopo la sospensione definitiva della Ligue 1.

Vivere con i debiti sulle spalle equivale al rischio di: “tanto entra, tanto esce”, amplificato. Basti pensare a quanti club, dopo un solo anno di Serie A, si sono ritrovati a crollare dalla massima serie fino alla Lega Pro, se non addirittura al fallimento, a causa dell’insostenibilità dell’aumento dei costi. Assurdo, poi, il fatto che società disposte a spendere decine e decine di milioni per pagare agenti, stipendi e cartellini dei calciatori, rischiano di non poter sostenere altri 46.000 tra steward, fotografi, giardinieri, magazzinieri, ecc.

stadio olimpico
Fonte immagine: Wikipedia

Viviamo in una società precaria, sia a livello economico che sociale, anche negli aspetti meno considerati in questo momento. Pensiamo, ad esempio, ai problemi dell’INPS nella ricezione di un numero elevato di richieste per il bonus alle partite IVA: i limiti delle connessioni Internet in Italia si conoscono da anni, quand’è che si deciderà finalmente di intervenire in proposito? Oppure, pensiamo ai problemi delle donne vittime di violenza, costrette in casa con i propri compagni. La quarantena fa capire anche quanto sia importante la lotta contro la violenza sulle donne, perché se una donna non ha la consapevolezza, e non trova la forza e il coraggio di allontanarsi immediatamente da un uomo violento, sappiamo bene che corre un rischio maggiore della quarantena: il femminicidio.

Il Coronavirus ha messo in luce tutti i difetti della società a livello mondiale. Non siamo stati in grado di sfruttare in maniera costruttiva il maggior tempo a disposizione dovuto alla quarantena, perché non sappiamo più stare da soli, viviamo esclusivamente per la collettività; siamo dipendenti dalla collettività. Rischiamo a livello economico perché viviamo sul filo del rasoio, e non solo per colpa delle tasse o di fattori terzi; ci siamo mossi tardi contro questa pandemia perché abbiamo messo l’economia prima della salute, e abbiamo difficoltà con le cure mediche perché non investiamo più nel servizio sanitario e nella ricerca scientifica: dal secondo dopoguerra ad oggi siamo stati colpiti, o abbiamo rischiato di essere colpiti, più dai virus che dalle bombe, eppure non siamo attrezzati a livello sanitario, ma siamo sempre pronti per fare la guerra.

Quello che manca alla società è la programmazione. Perdiamo tempo, o viviamo troppo come se non ci fosse un domani; sottovalutiamo il rischio appena trascorso e il pericolo che ancora potremmo concretamente correre in futuro.

Qualcuno parla di miracolo, ma a me non piace questa idea: un paese che spera nei miracoli è dissennato, e poi è triste un paese che aspetta le tragedie per poter trovare l’energia per ricostruire.

Renzo Piano

 

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