41bis e differimento della pena. Dibattito tra falsi miti e cultura del sospetto

41bis e differimento della pena. Dibattito tra falsi miti e cultura del sospetto
Fonte immagine: g2r

Dopo le rivolte di marzo, si accendono nuovamente i riflettori sul carcere. Questa volta la pietra dello scandalo è la scarcerazione di Francesco Bonura, boss detenuto in regime di 41bis, trasferito agli arresti domiciliari a seguito di un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano.

Una parte del Paese ha gridato allo scandalo paventando l’uscita in massa dal carcere di altri capimafia, legando a doppio filo la vicenda di Bonura e la possibilità che a qualcun altro possa toccare la stessa sorte al rischio del contagio per il coronavirus. Ma la realtà ci racconta una storia diversa e non permette fughe nel sensazionalismo.

Nino di Matteo, magistrato consigliere del Csm, è stato tra i primi a commentare la notizia definendola “un’ulteriore grave offesa alla memoria delle vittime e all’impegno quotidiano di tanti umili servitori”. Un chiaro riferimento alla stagione della Trattativa stato-mafia da parte del magistrato che guidò il processo in quel periodo, una dura critica allo Stato che “sta dando l’impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte”.

Accuse altrettanto potenti nei confronti dell’esecutivo anche da parte dell’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, il quale ha imputato al governo l’esistenza di uno scenario in cui, dopo l’approvazione delle misure di emergenza per le carceri previste dal Dl Cura Italia, “gli italiani sono chiusi in casa, controllati con i droni e gli elicotteri, e i boss mafiosi vengono scarcerati”.

Da parte sua, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha smentito le dichiarazioni rese dal Senatore della Lega ricordando che “tutte le leggi approvate da questa maggioranza e riconducibili a questo governo sanciscono esplicitamente l’esclusione dei condannati per mafia (ma anche di qualsiasi reato grave) da tutti i cosiddetti benefici penitenziari”, ma ci ha tenuto ad aggiungere che il Governo si sta attivando per effettuare le verifiche del caso, pur nel rispetto dell’autonomia della magistratura.

Riferimenti al dolore delle vittime dirette e indirette della mafia, attacchi espliciti allo Stato responsabile di aver cancellato una pagina dolorosa della storia del nostro paese. Urge un po’ di chiarezza.

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano in una nota: Bonura agli arresti domiciliari per incompatibilità con il regime penitenziario

Ci ha pensato il Tribunale di Sorveglianza di Milano ad arginare le polemiche diramando una nota esplicativa con la quale ha informato che “nel caso concreto si tratta di un detenuto di anni 78, affetto da gravissime patologie cardiorespiratorie e oncologiche, condannato alla pena temporanea di anni 18 mesi e 8 di reclusione, che avrà termine naturale tra meno di 11 mesi, potenzialmente riducibili a 8 per la concessione delle liberazione anticipata”, aggiungendo poi che il differimento della pena è stato disposto “anche tenuto conto dell’attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio, indubitamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse”.

Fonte immagine: Pinterest

Ecco, la chiave è in quella semplice ma fondamentale parola: anche. Il provvedimento attuato dai giudici di sorveglianza segue norme ordinarie e non ha a che fare direttamente con l’emergenza epidemiologica che il paese sta attraversando. Da rivedere è il nesso causa-effetto che lega la scarcerazione di Bonura all’emergenza coronavirus: il rischio del contagio non è alla base del provvedimento, semmai è un’aggravante da tenere in considerazione nel rispetto di quei dettati costituzionali che vietano l’attuazione di pene contrarie al senso di umanità e rendono la tutela della salute un diritto fondamentale, inderogabile, di ogni essere umano.

Francesco Bonura è anziano ed è affetto da gravi patologie, dai suoi legali Giovanni Di Benedetto e Flavio Sinatra apprendiamo, tra l’altro, che “nel contesto della lunga carcerazione Bonura ha subito un cancro al colon, è stato operato in urgenza e sottoposto a cicli di chemioterapia; di recente i marker tumorali avevano registrato una allarmante impennata”.

L’ordinamento penitenziario e il codice penale non lasciano spazio a dubbi: è previsto il differimento dell’esecuzione della pena per tutti quei soggetti che, sottoposti a restrizione della libertà, in ragione della presenza di condizioni di grave infermità fisica risultano incompatibili con il regime penitenziario.

Condizioni di salute particolarmente gravi, l’esclusione del rischio di fuga nonché di reiterazione del reato e un residuo di pena inferiore a quattro anni sono elementi necessari per essere ammessi alla detenzione domiciliare, con la possibilità di scontare la restante pena presso l’abitazione del condannato, ma anche “in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza”.

Nel caso preso in esame le premesse sussistono tutte. Nessuna irregolarità, nessun trattamento di favore, nessuna liberazione di massa insomma. A meno che il diritto alla salute non sia considerato una gentile concessione o, peggio, un privilegio appannaggio esclusivo dei cosiddetti buoni e onesti cittadini.

Il 41bis in Italia e il suo valore simbolico

L’articolo 41bis si inserisce inizialmente all’interno dell’ordinamento penitenziario come norma di salvaguardia alla quale ricorrere in situazioni di emergenza sospendendo le normali regole di trattamento dei detenuti per ristabilire all’interno delle carceri l’ordine e la sicurezza violati.

Da misura emergenziale e quindi temporanea, il 41bis cambia pelle. Siamo nel 1992, all’indomani delle stragi di Via D’Amelio e di Capaci, quando viene introdotto il regime speciale per i mafiosi, il cosiddetto carcere duro, non più in ragione del mantenimento di una sicurezza interna ma per motivi di sicurezza pubblica esterna.

Il 41bis da quel momento in poi ha assunto un valore altamente simbolico in Italia e sembra che le posizioni a favore del suo mantenimento o della sua abrogazione definiscano in maniera netta i paladini dell’antimafia e i nemici della giustizia. Non c’è da stupirsi: le questioni relative al carcere hanno da sempre il potere di collocarsi direttamente nella sfera della morale, e chiunque allontani il discorso dalla forca ripulendolo dal giustizialismo che gli appartiene intrinsecamente diventa a fasi alterne buonista, ingenuo o, al contrario, complice dei cosiddetti criminali.

Fonte immagine: Pinterest

La prigione stabilisce confini ben definiti e marca una linea illusoria tra il mondo dei buoni e il mondo dei cattivi, è quel luogo senza tempo in cui si tenta di annullare il divenire inchiodando la persona ad un ruolo dal quale mai potrà essere definita o esaurita. È il richiamo alla dimensione del sacro nella misura in cui si configura come un microcosmo separato, in senso spaziale e simbolico, dal resto della comunità.

Oltre il cancello che si chiude rumorosamente alle spalle di chi ne varca la soglia, si incontra l’ulteriore condanna all’invisibilità: quel che non viene nominato, si sa, non esiste. E quando il sommerso tenta di emergere non lo fa con la voce autentica di chi vi abita, ma attraverso l’impersonalità dei numeri. Non è la verità di un volto ad essere ricordata, ma il reato. Non una storia di vita, ma un fotogramma rubato.

Nell’ottica manichea che costringe a stare, metaforicamente, da una parte o dall’altra del muro pena la perdita della propria credibilità non è difficile comprendere le ragioni per cui il ministro della Giustizia italiano avverta la necessità immediata di specificare che, no, il Dl Cura Italia non prevede l’uscita dal carcere dei mafiosi. È meno comprensibile l’atteggiamento manipolatorio di chi fa appello al dolore delle vittime riportando alla luce lo strappo lacerante della perdita, un dolore privato che non potrà essere lenito dalla consapevolezza della sofferenza di chi quella perdita l’ha causata; o l’atteggiamento altrettanto discutibile di chi instilla negli italiani il pensiero malsano che il rispetto della dignità di qualcuno implichi la perdita delle proprie libertà fondamentali.

Il mantenimento di uno Stato di diritto in cui tutti i cittadini possano fare appello al rispetto della propria dignità giova a tutti noi, anche quando sembra non riguardarci. Se adottiamo questo punto di vista quel cancello del carcere che si chiude rumorosamente non sarà sufficiente a spogliare le persone della propria umanità. E i confini, anche quelli più netti, potranno essere ridisegnati nella mente di chi intende superarli.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook