Dl Cura Italia e carcere. Il diritto alla vita non è inderogabile per tutti

Dl Cura Italia e carcere. Il diritto alla vita non è inderogabile per tutti
Fonte immagine: g2r

Le misure previste dal Dl Cura Italia per le carceri non saranno sufficienti nel caso in cui il covid-19 dovesse diffondersi all’interno delle strutture. Il rapporto tra Dl Cura Italia e carcere è inadeguato a fronteggiare la diffusione del contagio.

Possiamo fingere, certo, che non sia così, che le misure proposte finora siano le uniche strade percorribili, che i contagi siano ridotti, ma sappiamo che le cose stanno in un altro modo.

Vite di seria a e vite di serie b: il diritto alla vita non è inderogabile per tutti. Dalle discussioni parlamentari e dal decreto emerge una verità di fondo, quella secondo cui le persone che stanno scontando una detenzione sono prima detenuti e poi persone aventi diritto alla salute. La loro malattia e il loro decesso sono rischi che possiamo assumere con maggior disinvoltura.

Dl Cura Italia e carcere: i detenuti non sono parte della comunità

Allo stato di allerta e di emergenza epidemiologica, il ministro della Giustizia – supportato dal Governo – ha deciso in prima battuta di inasprire le misure restrittive. E quindi giustamente: no agli ingressi dall’esterno, no ai colloqui con i familiari, ma al contempo si al sovraffollamento, braccio destro del contagio.

Solo in un secondo momento, nel Dl Cura Italia, sono state introdotte le prime misure per alleviare il sovraffollamento carcerario.

Misure che, in ogni caso, non sono in grado di contrastare il contagio, poiché blande e affatto coraggiose. Una diffusione importante del covid-19 nelle carceri italiane, trasformerebbe queste ultime, come si sta dicendo negli ultimi giorni, in lazzaretti. Ma niente di nuovo: i lazzaretti nascono per accogliere i lebbrosi, per tenerli fuori dalla comunità. E cosa sono le persone detenute se non lebbrosi da allontanare?

Fonte immagine: ANSA

«Ci meritiamo una pena, ma non la tortura». Così le persone detenute nelle carceri del Nordest riassumono ciò che sta avvenendo nelle varie strutture detentive in una lettera al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che a sua volta ha definito le carceri italiane «sovraffollate e non sempre adeguate a garantire appieno i livelli di dignità umana».

Mattarella, proseguendo nella richiesta di intervento da parte del governo in merito alla questione dignità e sovraffollamento carcerario, coglie la radice del vero problema: il senso di comunità, dal quale le persone detenute sono tagliate fuori.

Stanno intervenendo nel merito vari enti, tra cui l’Onu, il Comitato europeo per la prevenzione della tortura (CPT), l’OMS, l’Associazione nazionale italiana dei professionisti di diritto penale.

E proprio questi ultimi hanno avanzato le loro proposte: dal differimento, fino al prossimo 30 giugno, «dell’emissione dell’ordine di esecuzione delle condanne fino a 4 anni», alla possibilità di «innalzamento a due anni del limite di pena detentiva, anche residua, eseguibile presso il domicilio» e di «rendere facoltativo il controllo mediante dispositivi elettronici».

Ad esporsi a favore di una scarcerazione più massiccia anche l’alto commissario Onu per i Diritti umani, Michelle Bachelet, che ha voluto sottolineare la portata «devastante» del covid-19 per i detenuti e la necessità di liberare i reclusi più «vulnerabili al virus», come «anziani e malati», ma anche «i non pericolosi».

Fonte immagine: LettoQuotidiano

Eppure le misure prese dal ministro Bonafede insistono sulla sicurezza sanitaria all’interno delle carceri, attraverso la fornitura di mascherine e tende da triage. Nel question time alla Camera, Bonafede ha riferito che sono state realizzate 145 tendzone per coloro che devono entrare in carcere. Niente che vada nella direzione, individuata anche dal Garante nazionale Mauro Palma, della “liberazione anticipata speciale”. Ci si limita ad intervenire sulla semilibertà, autorizzando i detenuti che ne usufruiscono a non tornare a dormire in carcere, sempre fino al 30 giugno.

Mauro Palma, intervistato da Repubblica, spiega che «il decreto incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi. Bisogna non far dipendere, se non quando è proprio necessario, dal braccialetto elettronico l’effettiva detenzione domiciliare. Il braccialetto va potenziato, va sveltita la procedura, ma non può essere per tutti l’elemento preclusivo».

A questo proposito il ministro Bonafede, intervenendo alla Camera, ha confermato la poca incisività delle misure riportando i numeri: finora sono usciti solo 200 detenuti, di cui 50 con il braccialetto elettronico. Aggiungendo poi che «gli aventi diritto a uscire più in fretta sono in tutto 6.000, ma i braccialetti disponibili, al 15 maggio, saranno 2.600».

Il carcere è di per sé un assembramento di persone

Ci dicono di mantenere una distanza di almeno un metro dagli altri, di stare a contatto con meno persone possibile, di non formare assembramenti. Ecco, forse ciò che sfugge è che il carcere di per sé, per costituzione, non è altro che assembramento di persone.

Ad oggi, stando ai dati ufficiali del Garante nazionale, il numero delle persone detenute arriva a 58.810, a fronte di una capienza regolamentare di 50.931, di cui 22.374 sono persone condannate che hanno una pena residua inferiore a tre anni.

Le persone recluse che, finora, risultano positive al coronavirus sono 17, mentre 200 si trovano in isolamento sanitario. Ma i dati non possono essere esatti, tanto che dal carcere di Voghera arrivano notizie preoccupanti dalla madre di un detenuto, come riporta Il Dubbio. I casi di contagio sarebbero già 5 accertati, ma la donna precisa che «molte celle sono state chiuse per la presenza di più casi di detenuti che manifestano sintomi di febbre alta. Mi ha anche detto – riferendosi al figlio – che l’unica precauzione che viene adottata è la misurazione della temperatura corporea, ma non sono stati forniti dispositivi di protezione individuale».

“I detenuti sono un pezzo della nostra società”

Da un lato Mauro Palma che ricorda come «l’emergenza sanitaria deve superare la contrapposizione politica perché è interesse di tutti che questa parte di cittadini italiani non sia attaccata dal virus, anche per i riflessi sulla comunità esterna. I detenuti sono un pezzo della nostra società, è un pezzo vulnerabile. Oggi l’emergenza supera tutto».

Fonte immagine: Linkiesta

Dall’altro lato Salvini, portavoce di un partito unanime contro la scarcerazione che definisce questi provvedimenti «svuotacarceri mascherato», sminuisce la gravità della situazione, affermando che «il contagio nelle carceri non c’è, sono ambienti protetti. I detenuti sono più protetti in carcere che a spasso».

Verrebbe da chiedere all’ex ministro dell’Interno come mai allora, se le carceri sono luoghi sicuri e protetti, non è stato consigliato alle persone libere di fare lì, in quei posti sicuri e protetti, la loro quarantena.

E non solo: dall’Onu ci dicono di liberare quante più persone possibile, perché ora l’emergenza epidemiologica è la priorità assoluta, Salvini risponde dicendo che uno Stato serio non premia chi incendia le carceri ma «ti chiude la cella e ti dà sei mesi di più».

Pura demagogia, dal momento che le persone individuate come le responsabili delle rivolte sono state escluse dalle misure di scarcerazione.

E allora, adesso più che mai i versi di De André tornano ad aprirci gli occhi, perché cantando la dignità dei reclusi aveva il coraggio di ricordare agli uomini per bene che “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook