Inchieste sulle Rsa. La morte deve fare il suo rumore

Inchieste sulle Rsa. La morte deve fare il suo rumore
Fonte immagine: g2r

Fioriscono le inchieste sulle Rsa, ma ormai centinaia di anziani stanno morendo ad effetto domino. Troppi morti in troppo poco tempo per non chiedere spiegazioni in merito alle decisioni prese da Comuni e strutture sanitarie, per non domandarsi quanti errori siano stati commessi.

Non è questo il miglior periodo storico per invecchiare: in un momento in cui per la prima volta nella storia dell’umanità si fa necessaria “un’economia di guerra in tempo di pace” essere vecchi e aver superato la soglia dell’utilità non depone a favore.

È il momento in cui la fragilità non può esimersi dal pagare il suo pegno ad una società isterica, in crisi e persa. Viene definita la strage degli anziani: le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) ormai si sono palesate come focolai di contagio e morte. Non sono supposizioni fini a se stesse, sono realtà che necessitano di inchieste, e tante se ne stanno aprendo.

 

In Piemonte, dove sono saliti a 450 i morti registrati all’interno delle Rsa, i fascicoli aperti a scopo esplorativo dalle procure sono dieci, al momento senza ipotesi di reato. L’obiettivo dei Pm è quello di capire se le strutture che hanno deciso di ospitare i pazienti covid-19 dimessi dagli ospedali lo abbiano fatto attuando tutte le precauzioni necessarie.

Pochi giorni fa un medico, ha descritto le residenze milanesi Virgilio Ferrari e Casa per coniugi, al Corriere della Sera, in questi termini: «l’epidemia può essere un cecchino che uccide a intervalli costanti; uno, due morti al giorno per settimane. Oppure può entrare in una casa per anziani come un terrorista e falcidiare quasi a raffica. Qui le abbiamo viste entrambe».

Le inchieste sulle Rsa in Lombardia

È stata aperta un’inchiesta sulle Rsa lombarde che hanno ospitato pazienti covid-19: i Pm delle commissioni, tra cui l’ex pm Gherardo Colombo, guidati dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano, indagano su diverse case di cura milanesi, con l’accusa di diffusione colposa di epidemia e reati in materia di sicurezza del lavoro. La commissione, come spiegato dal governatore Fontana, «è stata istituita sulle altre Rsa lombarde su cui è stata fatta grande polemica negli ultimi giorni».

Proprio oggi, l’Ansa ha reso nota l’apertura di un’inchiesta per epidemia colposa e omicidio colposo sulla casa di riposo di Mediglia, la prima struttura milanese di cui si iniziò a parlare a causa del picco vertiginoso dei decessi tra gli anziani, ormai oltre 60, e per la gestione degli ospiti nel pieno dell’emergenza coronavirus.

L’altra grande inchiesta è quella aperta lo scorso 7 aprile e relativa al Pio Albergo Trivulzio, la più grande Residenza sanitaria assistenziale del Comune. La commissione di verifica istituita da Ats Città metropolitana ha il compito di emettere «una relazione obiettiva sugli ultimi tre mesi all’interno del Pio Albergo Trivulzio». Il primo indagato è il direttore generale della «Baggina», Giuseppe Calicchio, iscritto nel registro degli indagati con le ipotesi di reato di epidemia colposa e omicidio colposo.

Stando ai dati ufficiali dichiarati dalla struttura, dal 1 al 7 aprile sono deceduti 27 ospiti, da inizio marzo oltre 110.

Un numero così elevato di decessi è spiegabile anche attraverso quanto sostiene Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone fragili: «da un primo esame si rilevano maggiori criticità nelle strutture di grandi dimensioni, mentre sembra che le strutture piccole, pur non ottemperando completamente alle ordinanze, si sono procurate i dispositivi di protezione per i pazienti ed il personale».

Perché la Rsa sono diventate le anticamere degli obitori

La situazione delle Rsa in Lombardia è drammatica, e non sono soltanto i parenti delle persone ospitate nelle strutture a sostenerlo. Soltanto a Milano, in poco meno di un mese il virus ha provocato 600 morti all’interno delle Residenze per anziani.

Il perché non è rintracciabile in un’unica causa, bensì in una combinazione di esse. Prima su tutte ed essenza stessa del problema: le Rsa sono state dimenticate, hanno iniziato ad entrare nel dibattito pubblico quando ormai era troppo tardi, quando già potevano definirsi focolai di contagi e quindi anticamera degli obitori.

Questa sostanziale noncuranza si è manifestata in indicazioni scorrette emanate al personale sanitario delle Residenze, come denunciato da molti infermieri, ai quali – ancora a marzo – veniva negata la possibilità di indossare le mascherine per non generare panico tra gli ospiti e i loro familiari.

«Mia madre era ricoverata. Appena prima che chiudessero le visite, nella prima settimana di marzo, siamo andati a trovarla. Avevamo mascherine e guanti. Il caporeparto ci ha detto bruscamente di “togliere tutto per non allarmare i parenti, altrimenti non entrate”. Siamo entrati senza protezioni». A denunciare la totale mancanza di tempestività è il figlio di una donna ricoverata al Pio Albergo Trivulzio di Milano.

A questo si è aggiunta la delibera dell’8 marzo della giunta regionale della Lombardia, secondo cui le Rsa avrebbero potuto ospitare quei pazienti covid-19 usciti dalla terapia intensiva e dimessi dagli ospedali, ma ancora necessitanti di assistenza medica.

E così per non far collassare gli ospedali, per ovviare all’emergenza ospedaliera, alla carenza di posti e di macchinari sanitari, la Regione – con l’accordo delle varie strutture che hanno accettato i pazienti degli ospedali – ha provocato il collasso delle Rsa.

Le testimonianze dipingono uno scenario di accoglienza affatto adeguato alle norme di prevenzione, come racconta un medico: «al Trivulzio sono arrivati 20 pazienti da Sesto, per accettarli si sono fatti spostamenti, sono stati chiamati medici e infermieri, poi tornati ognuno nel proprio reparto. Questo è avvenuto in moltissime Rsa. Mescolare così tanti sanitari e pazienti provenienti da strutture e reparti diversi, ad epidemia già scoppiata, è come mettere il virus in un frullatore, poi aprire il coperchio e farlo schizzare ovunque».

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