Urbanesimo collettivo. Il difficile equilibrio dell’individualità

Urbanesimo collettivo. Il difficile equilibrio dell’individualità
Un particolare del quarto piano del Serpentone di Corviale © Pasquale Liguori. Fonte immagine: Il Manifesto

La demolizione delle vele di Scampia oltre a testimoniare il fallimento del welfare in Italia, dà anche la misura dei limiti dell’urbanesimo collettivo e più in generale del convivere in condivisione.

Rimanendo in Italia, oltre alle vele di Scampia, il Corviale a Roma, lo Zen di Palermo, Gallaratese a Milano sono le zone periferiche più note sorte all’insegna di una vera e propria costruzione della collettività. Ma la loro storia era già scritta nel contrasto originario tra idea e contesto.

Le periferie, che nascono per rispondere alle emergenze abitative dei primi decenni del ‘900, progressivamente vengono plasmate dall’idea di trasformare distese chilometriche di quartieri dormitorio in luoghi capaci di rendere il loro decentramento un punto di forza.

Da Le Corbusier, padre del Movimento Moderno, architettura ed urbanistica iniziano ad essere pensate come discipline correlate: l’architettura assume uno scopo sociale, quello che potremmo definire “urbanesimo collettivo”.

Nell’ottica di un’urbanizzazione sempre meno selvaggia e sempre più orientata all’organizzazione, i progetti di architettura si prefiggono l’obiettivo di ricreare periferie che siano micro-città, dotate di servizi e attività interne alle varie strutture. Insomma realtà autonome al cui interno lo spirito collettivo riesca ad ovviare alle mancanze dovute all’isolamento dal centro.

Nell’urbanesimo collettivo la riproduzione dei sistemi di relazione

I progetti di Le Corbusier riproducevano all’interno dell’unità abitativa e poi all’interno del quartiere i sistemi di relazioni tipici dei nuclei familiari.

L’Unité d’Habitation di Marsiglia è la magistrale esemplificazione di questo principio e nel 2016 è stata nominata patrimonio dell’UNESCO.

Unité d’Habitation, Marsiglia, progetto di Le Corbusier, 1952. Foto tratta da Fondation Le Corbusier. Fonte: Doppiozero

È una città verticale costituita da 18 piani di appartamenti, in cui gli spazi individuali dei 1700 inquilini sono inseriti nel bel mezzo delle aree comuni. Il settimo e l’ottavo piano sono attraversati da corridoi pubblici dotati di tutti i principali servizi: centro commerciale, macelleria, pescheria, fruttivendolo, panetteria e molti altri servizi.

La vera particolarità della struttura è il tetto giardino con piscina, campo giochi per bambini, palestra, pista da 300 metri per la corsa e solarium con accesso al bar.

All’Unité d’Habitation si è ispirato anche il gruppo MVRDV che, tra il 2004 e il 2014, ha realizzato il Market Hall a Rotterdam.

Market Hall di Rotterdam progetto degli MVRDV, 2004-2014. Fonte immagine: Doppiozero

L’elemento caratteristico della struttura è la grande arcata, larga 70 metri e lunga 120. È composta da 228 appartamenti e fa da copertura al mercato.

Anche nel Market Hall la vita domestica e quella pubblica sono integrate per mezzo del mercato.

Il risvolto della collettività nel degrado

L’evoluzione dell’urbanesimo collettivo ha assunto, come nel caso dell’Italia, risvolti negativi che sono sfociati nel degrado. La storia delle periferie italiane ci insegna che nella maggior parte dei casi le periferie rimangono un luogo da cui andarsene e fuggire, anziché rimanere. E per coloro che restano la periferia diventa modus vivendi da un lato e dall’altro etichetta.

Le grandi strutture erette nelle zone lontane dal centro sono ancora quartieri dormitorio, ma qual è l’esistenza di chi vive in un luogo senza centro, in una casa che è solamente ripostiglio.

Anche nell’urbanesimo collettivo, che fa dello spirito di collettività e comunità il principio ispiratore dell’architettura, la componente individualista viene storpiata e compressa.

Le singole abitazioni rimangono ripostigli, nient’altro che minuscole porzioni di mondo ritagliate dentro un contesto di per sé già isolato.

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