Le vele di Scampia: qualsiasi idea diventa la realtà che se ne fa

Le vele di Scampia: qualsiasi idea diventa la realtà che se ne fa

È il 1975 quando aprono quelle che passeranno alla storia come le vele di Scampia. Dopo 13 anni di lavori, il progetto dall’architetto Franz De Salvo era pronto a ospitare i figli del boom demografico post-bellico. Dopo 45 anni invece, delle sette vele ne rimarrà soltanto una: il 20 febbraio è partita la demolizione di tre delle quattro vele rimanenti. Le prime tre erano state abbattute tra il 1997 e il 2003. L’unica ad essere riqualificata sarà la vela celeste.

L’obiettivo del progetto iniziale era rendere le vele il simbolo dell’architettura d’avanguardia di quel periodo, il simbolo, cioè, dell’architettura sociale, perfettamente in linea con le ideologie politiche del momento storico. Coerentemente ai principi socialisti, il complesso residenziale delle vele ha cercato di ridurre al minimo lo spazio abitativo dei singoli appartamenti, favorendo gli spazi comuni e dunque la collettività delle varie strutture.

L’Italia stava cambiando pelle: i movimenti operai da un lato, il boom economico degli anni Sessanta e l’esponenziale crescita demografica dall’altro resero indispensabile un nuovo assetto delle fisionomie delle città. Servivano nuove abitazioni che potessero ricollocare i ceti sociali che emergevano in quel periodo. È così che nacquero le periferie, è così che nacque Scampia. Un’ulteriore spinta venne dal terremoto dell’Irpinia nel 1980, dopo il quale molte famiglie rimaste senza casa iniziarono ad occupare abusivamente le abitazioni delle vele.

Era necessario rispondere all’emergenza abitativa urbanizzando quanti più spazi possibili: le periferie servivano a raccogliere, agglomerare e contenere con lo scopo di separare per confinare, fino al punto in cui il termine ghetto è diventato un’estensione del termine periferia.

Sebbene le periferie, insieme al modo di viverle e di interpretarle, stiano cambiando continuano ad essere marchiate dal medesimo substrato culturale: la separazione dal centro. La periferia è tale proprio perché non è centro e quello che è fuori dal centro vive al margine, come contorno. L’errore è stato estendere la marginalità geografica alla marginalità politica e quindi esistenziale, lasciando che la periferia assorbisse tutto ciò che non può o non che non potrebbe essere ricompreso al centro.

Scampia è l’esempio di come la marginalità riesca a diventare tutto: le sue vele sono state per lunghi decenni sistemi autarchici, all’interno dei quali quello che c’era doveva bastare per sopravvivere. In quel sistema autarchico la criminalità non si è palesata come una possibilità alternativa, ma come l’unica strada da percorrere ragionevolmente, quasi assennatamente. E dalla marginalità della periferia a quella della criminalità, fino a quella del carcere, la ghettizzazione paradossalmente è stata un’arma per la sopravvivenza.

Qualsiasi idea diventa la realtà che se ne fa

Alla fine di ogni ciclo, il bilancio è d’obbligo: alle vele di Scampia è dovuto subentrare il progetto di Restart Scampia che, solo nel 2019, ha stanziato 27 milioni di euro per l’abbattimento delle tre vele e la riqualificazione del quartiere.

Per la progettazione delle vele, Di Salvo prese ispirazione dai vicoli napoletani del centro storico e proprio la loro conformazione ha favorito la proliferazione delle piazze di spaccio. Negli anni Duemila si sono fatte spazio tra i più grandi mercati di droga al mondo, diventando teatro delle peggiori guerre camorriste degli ultimi anni.

Nell’idea originaria le vele di Scampia avrebbero dovuto ricreare, in una microdimensione, la città modello della collettività organizzata, calate in un contesto di povertà, isolamento e disoccupazione, altro non sono state che forni crematori in cui bruciare il futuro di centinaia di persone.

Nonostante ciò, anzi in virtù di tutto questo, ogni periferia ha la sua verità: dai suoni, dagli odori, dal linguaggio, dai colori, dai volti brulicano i tratti dell’umanità più audace. Quell’umanità resiliente che morde mentre le si toglie il pane.

Si distrugge quando è troppo tardi per recuperare. Si rade al suolo quando niente merita di essere salvato. Si rispondeva ad un’emergenza quando sono state costruite le vele di Scampia e si risponde ad un’emergenza oggi che vengono demolite. Ma paradossalmente costruire e demolire, in questo caso, sono le soluzioni della stessa emergenza: la povertà oggi come ieri produce devianza.

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