Stefano Cucchi fu pestato: è crollato il muro dell’omertà

Stefano Cucchi fu pestato: è crollato il muro dell’omertà
© La Vignetta

“Stefano mio quanto dolore”, quasi gli confida la sorella Ilaria.

Quella di Stefano Cucchi è una storia di dolore. Il dolore delle botte che lo hanno ucciso, il dolore del senso di abbandono che, inevitabilmente, Stefano deve aver provato nei suoi ultimi giorni di vita. Il dolore dell’inerzia e della noncuranza per la vita di uomo sofferente.

Il dolore per lo smarrimento delle coscienze celato sotto la coltre dell’appartenenza ad un corpo di Stato. Ma anche Stefano era un corpo di Stato, di quello stesso Stato che, voltandosi dall’altra parte, ha cercato di farlo morire nel totale anonimato.

Non ci è riuscito, proprio grazie al dolore. A quello della famiglia Cucchi, che ha avuto il coraggio di non vivere, quasi, il lutto di un figlio e di un fratello per sapere ‘chi’ e magari ‘perché’. È stato il dolore dell’amore ad arrivare fin qui: ad un passo dal riconoscimento della verità.

La svolta: il carabiniere Francesco Tedesco testimonia

Come precisa l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Cucchi, la testimonianza di Tedesco, uno dei tre carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale per la morte di Stefano (qui), è un evento senza precedenti. È la prima volta, in questo tipo di processi, che uno degli imputati decide di parlare.

Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco sono imputati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia.

L’Arma ha fatto sapere che tutti e tre gli imputati, dopo la dichiarata prescrizione del reato di abuso di autorità, sono stati sottoposti a procedimento «di stato», una forma più grave del semplice procedimento disciplinare.

Giovedì scorso durante l’udienza, Tedesco ha rivelato gran parte di quella verità ovvia, sotto gli occhi di tutti, finora negata. Tedesco racconta il pestaggio di Stefano, avvenuto la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, e i depistaggi che seguirono la sua morte il 22 ottobre 2009.

Il pm Musarò spiega che Tedesco “ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto”. I successivi riscontri della procura, aggiunge il pm, hanno portato a verificare che “è stata redatta una notazione di servizio che è stata sottratta e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.

In uno dei tre verbali in procura, Tedesco racconta come si mossero i colleghi nei giorni successivi alla morte di Cucchi: «In quei giorni ho assistito personalmente alla telefonata fatta dal maresciallo Mandolini al comando stazione Tor Sapienza, credo che parlò con il comandante della stazione. Il maresciallo Mandolini, in tale occasione, chiese al suo interlocutore di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio presso il comando di Tor Sapienza nella notte del 16 ottobre, in particolare ricordo che disse che il contenuto non andava bene, le annotazioni in effetti furono modificate, ne sono certo perché ricordo di avere visto che Mandolini dopo pochi minuti leggeva le annotazioni modificate, così come aveva richiesto. Si trattava di annotazioni che la catena gerarchica aveva richiesto nell’ambito di un’indagine interna successiva al decesso di Cucchi».

Secondo Tedesco, Mandolini fa quella telefonata in sua presenza di proposito, “l’ho vissuta come una violenza”. Inoltre Tedesco non è mai stato convocato per riferire cosa fosse accaduto quella notte. «So che nei giorni successivi diversi militari furono chiamati a rapporto da un alto ufficiale dell’Arma (non ricordo chi mi disse che si trattava di un generale) nell’ambito dell’indagine interna, io non fui convocato perché ero in ferie. Pensavo che sarei stato convocato una volta rientrato dalle ferie, ma ciò non accadde. Non so per quale ragione, sinceramente la cosa mi stupì».

Il pestaggio

Il pestaggio, dice Tedesco, è avvenuto nei locali della compagnia Roma Casilina. «Fu un’azione combinata. Cucchi e Di Bernardo ricominciarono a discutere e iniziarono a insultarsi, per cui Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con un schiaffo violento in pieno volto. Allora D’Alessandro diede un forte calcio a Cucchi con la punta del piede all’altezza dell’ano. Cucchi prima iniziò a perdere l’equilibrio per il calcio di D’Alessandro, poi ci fu una spinta di Di Bernardo in senso contrario, che lo fece cadere violentemente sul bacino. Il giovane batté anche la testa, in modo violento, ricordo di aver sentito il rumore. Io mi ero alzato e avevo detto ‘Basta, finitela, che c.. fate, non vi permettete’. Ma Di Bernardo aveva proseguito nella sua azione, con la spinta a Cucchi e la sua caduta a terra. Io spinsi via Di Bernardo, ma prima che potessi intervenire D’Alessandro colpì Cucchi con un calcio in faccia (o in testa) mentre era sdraiato in terra». Dopo le botte Stefano rimase in silenzio, sottolinea Tedesco.

Durante l’interrogatorio di luglio, di fronte al pm Francesco Musarò, aveva raccontato: «Mi avvicinai a Stefano, lo aiutai ad alzarsi e gli chiesi come stesse, lui mi rispose ‘sto bene, io sono un pugile’. Ma si vedeva che era stordito. Dopo aver nuovamente diffidato Di Bernardo e D’Alessandro, dicendo loro di stare lontani da Cucchi, con il mio cellulare chiamai il maresciallo Mandolini e gli raccontai quello che era successo».

Il racconto di Tedesco continua «durante il viaggio di ritorno in caserma io e Cucchi eravamo seduti nuovamente dietro mi sembrava che gli animi si fossero calmati, Cucchi non diceva una parola e in quella occasione mi resi conto che era molto provato e sotto choc: aveva indossato il cappuccio, teneva il capo abbassato e non diceva una parola».

Le annotazioni sparite

«Tedesco fa la famosa annotazione di servizio il giorno della morte di Stefano. Il 22 ottobre. Lo fa perché capisce che qualcosa è successo e non doveva accadere. Quell’annotazione di servizio scompare. Io mi aspetto di vedere alla sbarra colui che ha innescato questa situazione omertosa», ci tiene a precisare l’avv. Anselmo a Propagandalive, lo scorso venerdì.

Musarò aggiunge che «Il 20 giugno 2018 Tedesco ha presentato una denuncia contro ignoti in cui dice che quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio», che poi è sparita.

Si aggiungono quindi due nuovi indagati, Francesco Di Sano e Massimiliano Colombo, nel nuovo fascicolo per falso e distruzione di documenti che riguarda i vari episodi di depistaggio.

Francesco Di Sano, carabiniere della stazione di Tor Sapienza, ebbe in custodia Stefano Cucchi la prima notte in caserma, mentre il comandante Massimiliano Colombo, verrà interrogato questa settimana dal pm Musarò per cercare di capire se e con chi abbia concordato di far modificare la relazione di servizio dell’appuntato Di Sano.

Nella prima versione della relazione Di Sano riportava i dolori di Cucchi, ma nella seconda versione questi riferimenti spariscono. Lo stesso Di Sano aveva confermato la modifica il 17 aprile scorso: «Mi chiesero di farlo perché la prima era troppo dettagliata. Non ricordo per certo chi è stato; il nostro primo rapporto è con il Comandante della Stazione, ma posso dire che si è trattato di un ordine gerarchico».

Le intimidazioni

Tedesco denuncia anche le molteplici intimidazioni a cui è stato sottoposto nel corso di questi nove anni: «Quando dovevo essere sentito dal pm, il maresciallo Mandolini (che Tedesco riferisce di aver informato subito dopo il pestaggio di Cucchi, ndr) non mi minacciò esplicitamente ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno. Mentre ci recavamo a piazzale Clodio, io avevo capito che non potevo dire la verità e gli chiesi cosa avrei dovuto dire al pm anche perché era la prima volta che venivo sentito personalmente da un pm e lui rispose: ‘Tu gli devi dire che stava bene, quello che è successo, che stava bene, che non è successo niente….capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare’. All’inizio avevo molta paura per la mia carriera. Temevo ritorsioni e sono rimasto zitto per anni, però successivamente sono stato sospeso e mi sono reso conto che il muro si sta sgretolando e diversi colleghi hanno iniziato a dire la verità».

Le reazioni dopo nove anni di bugie e silenzi

Tedesco si è deciso a parlare nove anni dopo il pestaggio e la morte di Stefano. Nove anni in cui la famiglia Cucchi perseverava nella ricerca della verità scontrandosi con omertà e calunnie vergognose. Nove anni sono troppe notti e troppi giorni senza pace. Eppure Ilaria Cucchi dice “non lo giustifico, ma lo comprendo”.

“Sono rinato. Ora non mi interessa nulla se sarò condannato o destituito dall’Arma. Ho fatto il mio dovere; quello che volevo fare fin dall’inizio e che mi è stato impedito”, si sfoga Tedesco.

È intervenuta anche la madre del carabiniere: «Nella nostra famiglia abbiamo sempre detto la verità. Tardi, questa volta, è vero. Ma la verità».

Brindisi, la città del carabiniere, non la pensa allo stesso modo e nella notte tra sabato e domenica è apparso uno striscione, poi rimosso dagli agenti della Digos, sul cavalcavia che porta al centro: “Per l’infame nessuna pietà, sei la vergogna della città”.

A congratularsi con Tedesco è invece Riccardo Casamassima, l’appuntato dei carabinieri che con la sua testimonianza fece riaprire l’inchiesta sul decesso di Stefano, e per questo trasferito e retrocesso in grado. “Immensa soddisfazione, la famiglia Cucchi ne aveva diritto. Mi è venuta la pelle d’oca nell’apprendere la notizia. Tutti i dubbi sono stati tolti”, queste le sue parole su Facebook.

Poi, rivolgendosi a Salvini, “Signor Ministro io sono un vero carabiniere. L’Italia intera ora aspetta i provvedimenti che prenderà sulla base di quello che è stato detto durante l’incontro. Sempre a testa alta. Bravo Francesco, da quest’oggi ti sei ripreso la tua dignità”.

“Se c’è un senso alla morte di Stefano è la difesa degli ultimi”

«Io sono convinta che c’è sempre un senso a quello che ci accade, a volte è difficile da trovare. Probabilmente il senso della morte di Stefano e della nostra sofferenza può essere quello di diventare una speranza, un punto di riferimento, o quanto meno provarci, per chi non ha gli strumenti», così Ilaria decide di affrontare i giorni futuri senza Stefano.

Uscita dall’udienza di giovedì scorso ha commentato la giornata con queste parole: «Oggi è crollato un muro. Ci chieda scusa chi ci ha offesi in tutti questi anni. Ci chieda scusa chi in tutti questi anni ha affermato che Stefano è morto di suo, che era caduto. Ci chieda scusa chi ci ha denunciato. Sto leggendo con le lacrime agli occhi quello che hanno fatto a mio fratello. Non so dire altro. Chi ha fatto carriera politica offendendoci si deve vergognare. Lo Stato deve chiederci scusa. Deve chiedere scusa alla famiglia Cucchi».

L’invito di Salvini al Viminale, eppure due anni fa Ilaria Cucchi ‘faceva schifo’

E siccome ogni lasciata è persa, Salvini non può perdere neanche questa opportunità per stare sotto i riflettori. Invita Ilaria Cucchi, e la famiglia, al Viminale – “Sorella e parenti sono i benvenuti al Viminale. Eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità, ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l’eroismo quotidiano di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi delle forze dell’ordine” – non si scusa, ma la invita.

La diatriba fra Ilaria Cucchi e il ministro dell’Interno Matteo Salvini si era fatta più accesa due anni fa, quando nel 2016 Ilaria aveva postato su Facebook una foto di Francesco Tedesco in costume da bagno per sottolineare la differenza tra la struttura fisica di Tedesco e quella del fratello Stefano. Sotto alla foto Ilaria scriveva: “Volevo farmi del male, volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene”.

In quell’occasione l’allora segretario della Lega Nord Salvini aveva commentato: “Ilaria Cucchi? Capisco il dolore di una sorella che ha perso il fratello, ma mi fa schifo. È un post che mi fa schifo. Mi ricorda tanto il documento contro il commissario Calabresi”.

E a La Zanzara aggiungeva: «La sorella di Cucchi si deve vergognare. La storia dovrebbe insegnare. Qualcuno nel passato fece un documento pubblico, erano intellettuali sdegnati contro un commissario di polizia che poi fu assassinato. I carabinieri possono tranquillamente mettere una foto in costume da bagno sulla pagina di Facebook. O un carabiniere non può andare al mare? È assolutamente vergognoso. I legali fanno bene a querelare la signora e lei dovrebbe chiedere scusa».

Il ministro Salvini, anziché assumersi le responsabilità che il suo ministero ricopre in faccende come queste, non si scusa neanche ora che altre schiaccianti prove testimoniano che a doversi vergognare sono quelle persone che, come lui, hanno tentato di uccidere Stefano altre decine di volte continuando a negare la verità.

Ilaria Cucchi ribadisce: «io andrei volentieri al Viminale nel momento in cui il ministro mi chiederà scusa. A me, alla mia famiglia e soprattutto a Stefano».

Giovanardi continua a non capire: insiste e non si scusa

«Non devo chiedere scusa alla famiglia Cucchi, perché dovrei farlo? La prima causa di morte di Stefano Cucchi è stata la droga». Così ai microfoni de La Zanzara l’ex senatore di FI Carlo Giovanardi che per anni ha difeso i carabinieri, sminuendo Ilaria Cucchi che sosteneva la tesi del pestaggio.

«Di cosa devo chiedere scusa? Non mi vergogno di nulla, le perizie hanno sempre escluso la morte per percosse, prendetevela con loro. Bisogna chiedere scusa alle guardie penitenziarie assolte dopo 6 anni di calvario. Dissi che le guardie carcerarie erano vittime come Cucchi. Tutte le perizie dicono che la prima causa di morte di Cucchi è stata la droga. Volevano intitolargli una strada, ma non è un benemerito del Paese e prima di condannare i carabinieri facciamo finire i processi, poi eventualmente paghino…», insiste!

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