Il terremoto in Umbria ai tempi delle elezioni

Il terremoto in Umbria ai tempi delle elezioni

Oggi si voterà per le elezioni regionali in Umbria. Questo è ovviamente il motivo per cui una delle regioni mediaticamente meno interessanti dell’intero panorama nazionale è al centro del dibattito nazionale da almeno un paio di mesi. Tuttavia l’intera popolazione avrebbe preferito ascoltare parole diverse dagli slogan, perché il terremoto in Umbria, dopo 3 anni, continua a ferire ogni giorno le persone che sono state colpite nel centro Italia.

Terremoto in Umbria: la ricostruzione che non c’è

Sono passati ormai più di tre anni da quel lontano 24 agosto 2016, precisamente ore 3.36 della notte, quando il cuore dell’Italia fu colpito e devastato da un terribile terremoto. Dopo più di 1000 lunghissimi giorni il nostro Paese non è stato in grado di ridare quantomeno una soluzione abitativa a decine di migliaia di sfollati. Nonostante questo ovviamente non è mancata la propaganda nel frattempo, tra chi si accusava i migranti di essere accolti negli alberghi e chi invece dall’altra parte ricordava che i due problemi sono distinti e per cui non ha senso alcuno parlare di migranti relativamente alle vittime del sisma. Che siano giuste o sbagliate, entrambe le posizioni non hanno portato a niente, anche con il susseguirsi di diverse maggioranze.

Osservando la situazione nel concreto viene la pelle d’oca. La ricostruzione è lentissima e quando avviene è caratterizzata da centinaia di problemi. A Castelluccio di Norcia, provincia di Perugia, le SAE (soluzioni abitative di emergenza) appena consegnate non erano utilizzabili poiché mancavano gli allacci. Complessivamente, tra Umbria, Lazio, Marche ed Abruzzo sono più di 50.000 gli sfollati che ancora non hanno avuto il diritto di riavere una propria abitazione. Le strade seguite in questi tre anni sono state di diverso tipo, dagli alberghi lungo la costa al cas (contributo di autonoma sistemazione), ovvero un assegno che lo Stato eroga a chi ha trovato un affitto in modo per aiutare le persone a sostenere le spese. Chiaramente queste cifre pesano in maniera notevole e determinante sul bilancio nazionale. C’è poi chi è ancora costretto a vivere nei container, più di 500 persone per l’esattezza ancora dopo 3 anni, che chiaramente non vivono in condizioni umane, come si può facilmente immaginare.

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Dopo il terremoto in Umbria si sono create oltre 2 milioni e mezzo di tonnellate di macerie, che hanno invaso le strade e distrutto l’identità di numerosi centri storici. In tre anni, però, ne sono state smaltite solamente due terzi, per cui rimangono ancora 800.000 tonnellate. Passando per i paesi che sono diventati ormai tristemente famosi, come Arquata e Visso, si tocca con mano la distruzione che il sisma ha portato, devastando la vita di moltissime persone che giorno dopo giorno sono ancora costrette a fare i conti con un problema immenso. Stando alle parole del commissario, uno dei problemi maggiori risiederebbe nella volontà delle persone che vorrebbero prima recuperare alcuni effetti personali.

L’impasse nella ricostruzione dopo il terremoto in Umbria

In realtà, il vero grande macigno sta nella lentezza della ricostruzione, dovuta maggiormente alla burocrazia e a scelte politiche inesatte. Piero Farabollini, commissario straordinario per la ricostruzione dal 2018, ha così commentato l’intera vicenda: «Si è scelto di gestire la ricostruzione con norme ordinarie, governance e competenze frammentate. Il decreto 189 del 2016 paradossalmente si è rivelato il primo ostacolo ad una visione organica della ricostruzione in senso strategico ed operativo. Tra l’altro, ha impostato la ricostruzione dei borghi appenninici sul modello di quella dei capannoni industriali dell’Emilia Romagna adottando in blocco il modello “sisma 2012” con tutte le conseguenze del caso». A fare più rabbia, infatti, è proprio la più totale incapacità di uno Stato di assistere la propria popolazione in situazione di crisi e disastri naturali. Per la ricostruzione servono, anzi serviranno, 22 miliardi di euro, ma ad oggi ne sono stati stanziati solamente poco meno di 2.

Il rischio maggiore, come sottolinea anche Legambiente, che da tempo è promotrice dell’Osservatorio Sisma insieme a Cgil Fillea, è che si sia giunti ad un punto di stallo totale, in cui la risonanza mediatica, assopita ormai da tempo sul terremoto in Umbria, non possa far più niente. Il paese che maggiormente rappresenta questa impasse è Tolentino, divenuto tristemente noto come la città-container. Il centro urbano in provincia di Macerata, infatti, è rimasto nella stessa situazione che si era venuta a creare subito dopo il sisma. Dario Matteucci del comitato 30 ottobre ha così descritto le drammatiche condizioni di vita delle vittime del sisma: «(nei container) Ci vivono ancora almeno 200 persone, per lo più sono gli ‘ultimi della catena umana. Hanno perso la loro stessa identità. Le madri non si sentono più tali. Manca qualsiasi tipo di privacy. In pratica hanno creato un ghetto». Tolentino è stato l’unico paese a rifiutare le sae perché il sindaco aveva promesso di consegnare soluzioni abitative nel breve periodo, ma così non è stato.

In tutto questo, però, rimangono i già citati 50.000 sfollati, la cui vita pare non stia tanto a cuore alle istituzioni che nel frattempo, colpa anche della baraonda politica che da tempo contraddistingue l’Italia, non fanno altro che rimbalzare qualsiasi responsabilità. Oggi in Umbria si vota e nei giorni precedenti le più grandi figura politiche nazionale si sono presentate nei grandi centri per sostenere i propri candidati locali, ma il timore più grande è che da domani nella piccola regione del centro Italia si torni nel solito, drammatico e disumano anonimato che caratterizza la vita delle vittime del terremoto.

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