Ai governi italiani (tutti) non piace investire nella scuola pubblica

Ai governi italiani (tutti) non piace investire nella scuola pubblica

In Italia non ci piace investire nella cultura, o meglio, nella formazione delle nostre giovani menti. È bene specificare poiché spesso la parola potrebbe anche far pensare a chissà quali massimi sistemi, mentre per quanto riguarda la scuola pubblica non significa nient’altro che l’insegnamento delle future menti. Ancora più nel concreto di tutti quei bambini che tutti i giorni si mettono lo zainetto sulle spalle e si recano a scuola. Un domani saranno gli italiani che prenderanno il nostro posto e manderanno avanti questo paese, ognuno a modo suo.

Scuola pubblica: l’impietoso confronto con i paesi europei

Bene, dopo questo preambolo sappiamo a chi ci riferiamo e cosa vogliamo dire quando diciamo che non ci piace spendere soldi nella scuola pubblica. D’altronde i numeri parlano chiaro e lasciano poco spazio alle interpretazioni. Il confronto con l’Europa è impietoso: il nostro paese spende il 4% del proprio Pil, quasi ultimo in classifica considerando che Danimarca, Svezia e Belgio spendono rispettivamente il 7%, il 6,5% ed il 6,4%. Dopo di noi ci sono solamente Romania ed Irlanda, mentre in testa alla classifica c’è chiaramente la Germania.

Scuola pubblica: il gap con il mondo del lavoro ed i cervelli in fuga

Queste cifre non ci dicono solamente che un domani Facebook sarà invaso da frasi sgrammaticate, perché con la è aperta oppure virgole messe nel peggiore dei modi. Di per sé questo scenario è abbastanza inquietante di suo, ma non basta. Ciò che viene ad innescarsi è una discontinuità tra istruzione e mondo del lavoro almeno per i ruoli specializzati, in un sistema dove questi ultimi sono sempre più ricercati a discapito di chi offre una preparazione basilare. Il gap tra sistema educativo e mondo lavorativo si farà dunque sempre più importante, ripercuotendosi anche su chi decide, purtroppo, di non rimanere più in Italia e andare all’estero in cerca di fortuna, o almeno di luoghi e persone che siano in grado di valorizzare gli sforzi, foraggiando ulteriormente il processo dei cervelli in fuga. Parallelamente, infatti, la mancanza di risorse porta ad un sempre minore investimento per quel che riguarda borse di studi o corsi di specializzazione, che diventano una sempre più ingombrante sui bilanci famigliari poiché gli studenti devono spesso rivolgersi ad enti privati.

Anche i cervelli in fuga causano un corto circuito, un altro. Se consideriamo solamente l’aspetto economico, senza prendere in considerazione la frustrazione e la tristezza per un/a giovane di dover abbandonare il proprio paese e lasciare qui famiglia ed amici, lo Stato ci perde un’importante massa di soldi quando qualcuno preferisce produrre e pagare le tasse all’estero. Un diplomato costa infatti, a stato e famiglia, ben 90.000 euro, mentre ce ne vogliono 160.000 circa per un laureato. Altro fatto da tenere in considerazione è la cifra di quanti scappano dall’Italia. Nel giro di 10 anni il numero è aumentato vertiginosamente, denotando una situazione a dir poco drammatica. Se nel 2002 ad abbandonare la penisola era l’11,9%, nel 2013 è stato il 30%, praticamente il triplo. C’è comunque poco da stupirsi se si considera lo stipendio medio di un ricercatore universitario nel nostro paese, che non basta nemmeno ad essere autosufficienti.

Scuola pubblica: edifici a rischio sisma, mancanza di servizi e pieni di amianto

Ad un livello più pratico e concreto, se vogliamo, anche la parte “strutturale” delle nostre scuole fa letteralmente schifo. Durante i terremoti si sente sempre un gran parlare di edifici antisismici e norme e ristrutturazione e lavori da fare e molto altro ancora. La verità è che poi, spesso, le cose rimangono come erano e le chiacchiere, perché nient’altro sono, lasciano il tempo che trovano. Nel nostro paese una scuola su tre si trova in una zona ad alta sismicità, ma solo l’8% di queste presentano edifici che rispettano la norma antisismica. Come se non bastasse, poi, le aule sono troppo piccole, mancano i servizi di base come la carta igienica o il sapone, oppure quelli adibiti all’accesso dei disabili. Per concludere il quadretto, infine, non poteva mancare ovviamente l’amianto. Le scuole a rischio in questo caso sono ben 2400, con 350000 alunni e 50000 docenti in pericolo.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook