La nuova Via della Seta cinese: cosa farà l’Italia?

La nuova Via della Seta cinese: cosa farà l’Italia?

Che l’America guidata da Donald Trump rinunciasse a parte della sua egemonia planetaria per preoccuparsi degli interessi nazionali è un dato di fatto, ormai consolidato. In un articolo di circa un anno fa si analizza come l’assetto geopolitico globale avrebbe potuto avere una ridefinizione, con il passo indietro dell’America e quello avanti della Cina. Si parlava di nuovo Piano Marshall cinese per l’Africa, di una nuova Via della Seta, piani d’investimento incommensurabili e dal nome molto evocativo. Quello della Cina, in sostanza, rappresenta un tentativo di intensificare i loro flussi commerciali con l’Asia non cinese, parte dell’Europa e anche dell’Africa. Tenteremo di dare una descrizione complessiva della Belt and Road Initiative, o meglio la Nuova Via della Seta, concentrandosi sulla posizione che ha assunto l’Italia in questo frangente. Nelle ultime giornate, infatti, la coalizione governativa gialloverde ha fatto capire che ci sarà un dialogo con la Cina, ma senza tradire l’alleanza atlantica. Attenzione si ricordi, che già prima del Governo del Cambiamento, l’Italia aveva implicitamente aperto all’avanzamento cinesi. In una conferenza di presentazione del 2017 per la Belt and Road, Xi Jimping accolse a Pechino 29 autorità tra capi di stato e premier, oltre a molti importanti organizzazioni internazionali. Non c’erano molti leader occidentali; certamente il più importante era Paolo Gentiloni.

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Certamente l’elités politiche italiane hanno percepito il piano d’investimento cinese come un’opportunità da sfruttare. Del resto, la Via della Seta è qualcosa di molto antico e la penisola italiana ha da sempre rappresentato il punto di arrivo di uno dei più importanti collegamenti commerciali dell’antichità. Già Erodoto, storico greco del IV secolo a.C., scriveva di una via Reale di Persia così lunga da raggiungere il porto turco di Smirne sull’Egeo. L’Impero Ellenistico di Alessandro Magno strinse i rapporti con l’Oriente, aprendo una rotta sull’Indo. E già nel I sec a.C. la stessa Cina prendeva parte attiva nella costruzione di quella che sarebbe diventata la Via della Seta con l’ambizione di stabilire rapporti commerciali con l’Eurasia. In particolare furono delle spedizioni commerciali-militari in Partia, l’antica Persia, a far conoscere l’Impero Cinese in Occidente. Sembra che alcune truppe dell’Impero Romano, intorno a questo periodo, ebbero degli incontri con altre cinesi. Alcune fonti dicono che sia stato lo stesso Cesare a portare, in ritorno dall’Anatolia, la seta a Roma, quel tessuto che Plinio il Vecchio chiamava “lana delle foreste”. L’Impero non acquistava la seta direttamente dai cinesi, perché prima essa  passava per i Parti. Furono emanati alcuni editti dal Senato Romano, infatti, che vietavano la seta per evitare il drenaggio di oro verso i loro fornitori. Nel I sec d.C. i Cinesi si spinsero con 70.000 uomini fino all’attuale Ucraina. L’Impero Cinese era ora qualcosa di ben identificabile in Occidente. Tant’è vero che dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, Giustiniano preferì privilegiare i rapporti con i paesi orientali piuttosto che “trafficare” con le nazione europee impoverite dalle invasioni barbariche. L’Impero Bizantino non ebbe, però, la possibilità di avviare intense relazioni commerciali con la Cina a causa delle nazioni nemiche che impedivano il passaggio diretto; e le vie alternative, non rappresentarono percorsi sicuri. In più l’Impero Bizantino nel Vi sec d.C si stava già organizzando per iniziare a produrre autonomamente la seta.

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La Via della Seta, dunque fino ad ora, era qualcosa di molto frammentato. Si fondava sui quasi 3.000 km di quella che Erodoto chiama Via Reale di Persia e si estendeva in maniera variabile da lì sia verso Occidente, sia verso Oriente. Certamente era una rete di collegamenti stradali, fluviali e marittimi notevole per l’antichità, ma ancora lontana dall’arrivare al suo culmine. Dopo la scoperta della seta dell’Impero Bizantino i rapporti con la Cina si raffreddarono. Quel progetto che era partito nel I sec d.C. per volere della dinastia Han veniva accantonato. Occidente e Oriente vivevano periodi di grande confusione. L’avvento della dinastia mongola dal 1.200 circa ristabilì in Asia un equilibrio politico ed economico. L’espansione dell’Impero Mongolo avvenne in alcuni decenni e ciò permise di riavviare i flussi commerciali sulla via della seta. Ormai non si trattava di commerciare soltanto le sete, ma spezie, prodotti usati nella conservazione dei cibi e nella farmacopea. Fu in questo periodo che la Via della Sete conobbe il suo momento più alto, anche se in Europa ora esistevano dei centri di produzione della seta. Ma, come detto, gli scambi erano diversificati e comprendevano un complesso di reti stradali, fluviali e marittime che si estendeva per 8.000 mila km. Fu in questo contesto che anche le Repubbliche Italiane poterono commerciare direttamente con l’estremo Oriente. La Repubblicana Veneziana, grazie alla sua potenza marittima, alla sua tolleranza e anche al viaggio di Marco Polo, riuscì a stabilire un monopolio delle sete e delle spezie in Europa. Venezia era il crocevia commerciale tra Oriente e Occidente, vendendo al resto d’Europa i prodotti che le arrivano attraverso la lunghissima Via della Seta “restaurata” dai Mongoli. Fu proprio Marco Polo, probabilmente, uno degli ultimi ad essere accolto ben volentieri in Cina. Le splendide relazioni commerciali tra Oriente e Occidente si interruppero dopo la morte di Gengis Khan, quando l’Impero Mongolo venne divisi in quattro regni, uno dei quali corrispondente alla Cina che scelse di chiudersi in sé e di evitare qualsiasi contatto con il mondo esterno. La storia andò avanti senza la Cina, finché, come saprete, non molto tempo fa, scelse di riaprirsi agli altri.

Questa è la storia di quella che nei secoli scorsi si chiamava Via della Seta. Nel 2013, il presidente Xi Jimping annunciò di volere ricostruire una Nuova Via della Seta. Il progetto iniziò a prendere forma qualche anno fa e oggi è una prospettiva concreta. La Belt and Road Initiative promossa da Xi Jimping si distingue in due reti: una economica e una marittima. L’obiettivo è quello di sviluppare le relazioni economiche con gli stati asiatici e parte degli stati europei costruendo infrastrutture. Il governo cinese si serve di una banca, l’AIIB, di cui l’Italia è socio fondatore con una cifra pari al 2,57% del capitale, e il Silk Road Find che è stato dotato di 40 mld di dollari dalla Banca Centrale. Questi sono gli strumenti finanziari per ora sufficienti a dare avvio ad un progetto economico dodici volte superiore al Piano Marshall. Ed è in questi termini che la Cina sembra si stia muovendo, cercando di stringere i rapporti con una settantina di nazioni. In sostanza l’obiettivo cinese è chiaro, riunire l’intera Asia (come ai tempi della pace mongola, diciamo) per collegarsi più direttamente all’Europa con oleodotti, gasdotti, parchi industriali, rotte marittime. Un piano d’investimento che supera i 1.000 miliardi e che prevede fondi destinati anche allo sviluppo di alcune zone dell’Africa nord-orientale. Milena Gabanelli, nota giornalista d’inchiesta, già da un po’ di tempo presenta all’opinione pubblica le ambizioni cinesi e anche quali sono i loro movimenti. Negli ultimi anni un gruppo di stato cinese, Cosco Shipping, ha acquisito il controllo o la proprietà di diversi porti europei, come quello di Zebrugge in Belgio, quelli di Bilbao e Valencia in Spagna, quello storico del Pireo in Grecia e infine ha il 40% del porto di Vado Ligure in Italia, col l’obbiettivo di realizzarne uno a Trieste. Aziende o gruppi di stato cinese non puntano soltanto ai porti. Hanno comprato le più importanti squadre di calcio europee, aziende. Tutto appartiene ad una strategia più ampia, un’impresa storica che sposterebbe gli assetti geopolitici, cioè compattare l’Europa con l’Asia. Nel frattempo, oltre ai porti, i Cinesi stanno investendo sulle reti ferroviarie per collegarsi all’Europa dell’Est. Hanno già realizzato una linea ferroviaria che collega Chengdu a Lodz, in Polonia. Con la Serbia ha preso vita un accordo che prevede un prestito dall’Exim Bank cinese di 297,6 mln di dollari per realizzare 336 km di ferrovia verso Budapest. Lettonia, Romania, Repubblica Ceca, molti stati dell’Est stanno cedendo alle lusinghe orientali. La Cina sta investendo anche in Ungheria in aziende e in una centrale nucleare da 3 mld. E’ chiara a tutti ora l’ampiezza del progetto e soprattutto l’influenza che esso possa avere per gli stati europei.

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Nella prospettiva degli stati europei, secondo la Gabanelli, è naturale che le proposte cinesi possano essere importanti opportunità per fare business. Ma prima cosa, i treni cinesi che arrivano con le merci a Duisburg tornano per metà vuoti, testimonianze che le esportazione europee in Cina non sono paragonabile a quelle che già la Cina fa in Europa. Seconda cosa, le relazioni con la Cina, per quanto si dimostri esteriormente uno stato molto diplomatico, in realtà, non sono da pari a pari. La Cina può investire in Europa. L’Europa non può investire in Cina. In più a questi due dati di fatto se ne aggiunga un terzo. Il prestito di soldi cinesi offerto per la creazione di infrastrutture negli stati coinvolto nella Belt and Road, qualora non venisse restituito verrebbe ripagato con la cessione della struttura creata sul proprio territorio nazionale. Ecco questi ultimi passaggi delucidano come le relazioni con la Cina potrebbe essere un vantaggio oppure un clamoroso abbaglio. La cosa che insospettisce di più dal punto di vista politico è che il governo cinese per la Belt and Road non sta trattando direttamente con l’Ue ma con i singoli stati, facendo emergere anche degli aspetti che intaccano gli interessi delle nazioni europee. Un mese fa, più o meno, a Bruxelles 27 ambasciatori europei su 28, mancava quello ungherese, hanno sottoscritto una dichiarazione che la Belt and Road “va contro i programmi UE”.

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Dal canto suo l’Italia si muove in maniera ambigua. I Cinesi puntano molto sulla penisola, perché, di fatto, la geografia non cambia e l’Italia mantiene sempre quel ruolo di crocevia marittimo tra Occidente e Oriente. La posizione è ambigua perché il governo gialloverde si ritrova diviso sul dossier Cina. “Poste le opportune cautele, ritengo possa essere una opportunità per il nostro paese. Il prossimo incontro in Italia con il presidente cinese sarà l’occasione per sottoscrivere l’accordo quadro. Non significa che saremo vincolati il giorno dopo, ma potremo entrare e dialogare”, queste sono le parole del premier Conte, che ha confermato la sua presenza al prossimo forum sulla BRI. Conte ha ribadito che il dialogo con la Cina non metterà in pericolo la nostra posizione all’interno dell’alleanza atlantica. Di Maio promette che “porteremo i prodotti italiani in Cina”. Ma l’entusiasmo del vicepremier grillino viene smorzato dalle parole di Matteo Salvini, che ha chiaramente confessato che se fosse stato il governo americano a voler costruire un porto a Trieste non avrebbe avuto problemi a  mostrarsi disponibile, ma dice che la Cina è un’altra cosa. A mio avviso, sia il vecchio Piano Marshall americano, sia il progetto BRI, ha i caratteri dell’imperialismo e risponde ad una strategia politica che non ha di certo come primo obiettivo gli interessi dei suoi interlocutori, ma i proprio. E solo talvolta, quando questi interessi coincidono, è conveniente trattare con l’Imperialismo. E’ innegabile il vantaggio a livello economico e strutturale che l’Italia ha avuto nel dopoguerra grazie ai fondi americani. Oggi siamo in una situazione diversa, ma probabilmente dialogare con la Cina può rappresentare un’ottima opportunità di business. Attenzione, però, come già è stato detto, è molto rischioso. Sebbene tanti paesi europei siano in buoni rapporti con la Cina, l’Italia sarebbe il primo paese del G7 ad aderire formalmente alla Belt and Road Initiative. Washington non ha certamente apprezzato la nostra apertura. Francia e Germania potrebbero fare pressione su di noi. Nel frattempo il Movimento 5 Stelle è convinto di instaurare un dialogo con la Cina, la Lega no e sembra voler appoggiarsi all’UE per frenare le ambizioni cinesi in Italia.

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