“America First”, ma non nel mondo

“America First”, ma non nel mondo

Aldilà del carattere insolito e del suo modo di fare politica fuori dall’ordinario, Donald Trump segue degli indirizzi specifici. Da quando è stato eletto presidente degli Stati Uniti ha portato avanti i suoi obiettivi, alcuni già raggiunti. Lo slogan che racchiude i progetti di Trump è “America First”: prima l’America, il benessere della popolazione americana e la crescita dell’economia nazionale statunitense. Che uno Stato metta avanti le proprie esigenze, è, in un certo senso, naturale. Ma desta scalpore e provoca delle reazioni, se quest’istanza isolazionista proviene dalla prima potenza mondiale, il cui primato è stabilito da circa settant’anni in un ruolo egemone negli affari internazionali. Come si può intendere, non si tratta di una perdita della leadership ma della rinuncia a guidare l’occidente e il mondo globalizzato. Sarebbe illogico pensare che queste scelte derivino soltanto dalle stravaganze di un folle e non da un disegno politico più ampio. Gli U.S.A hanno mantenuto negli ultimi anni un buon livello di crescita del Pil, oscillante tra i 2 e i 3 punti percentuali, ma i problemi del paese sono legati principalmente alle sperequazioni della distribuzione della ricchezze. Prima l’America significa, dunque, adottare una politica nazionalista in cui è necessario venire meno ai costosi impegni internazionali per migliorare il tenore di vita medio statunitense. Trump ha già azionato la macchina centrifuga, prima lanciando tweets, poi abbandonando clamorosamente l’UNESCO e uscendo dal TPP, trattato di scambio con 11 paesi del Pacifico, voluto fortemente da Obama. A proposito del suo predecessore, Trump ha disprezzato le sue scelte ovunque, svuotando l’Obamacare, minacciando di rinegoziare l’accordo sul nucleare con l’Iran, facendo morire un altro trattato di libero scambio, il TTIP, in programma con Canada e Unione Europea. Il ritiro dagli impegni internazionali è traducibile in una riorganizzazione interna del capitalismo americano, passata recentemente in un primo stadio per la riforma delle tasse, volta ad un’agevolazione dell’imprese e delle multinazionali nella prospettiva del rientro dei capitali in patria. Trump considera la Nato obsoleta, per il bilancio del 2018 prevede di recuperare 11,5 miliardi di dollari dai fondi per gli aiuti all’estero, di tagliare del 40% i contributi alle Nazioni Unite. “America First” è, piaccia o no, un programma concreto attraverso il quale lo stato americano rafforza le sue basi, liberandosi del pesante ruolo che ha ricoperto per anni.

In questa prospettiva di rinuncia e non di sconfitta, non ci sarà un altro stato ad occupare il trono della guida economica e culturale, ma, indubbiamente, le scelte di Trump consentono ad altre potenze di approfittarne. E’ per questo che in Cina, Xi Jinping e i suoi collaboratori, considerano la presidenza Trump un grande regalo. La Cina, che per anni, basandosi sul protezionismo, ha costruito un’economia competitiva, accoglie con favore l’isolazionismo americano, ritagliandosi una sfera d’influenza maggiore negli affari internazionali. Lo Stato Cinese ha avuto nell’ultimo trentennio una crescita straordinaria e secondo le stime di calcolo fondate su un algoritmo che misura il “Fitness”, ovvero l’indice di potenzialità industriali inespresse di un paese, un sistema adottato anche dalla Word Bank, per anni ancora potrà mantenersi su questi valori, che per un periodo così duraturo nessuna nazione occidentale ha mai conosciuto. Nel frattempo si attuerà un processo di espansione, senz’altro già avviato. Fiumi di miliardi pioveranno in Africa secondo il leader del Partito Comunista Cinese, che ha in programma un “nuovo piano Marshall”: la Cina si proporrà come un partner affidabile a livello commerciale ed un sostenitore dello sviluppo senza interferenze nella politica interna. Questo costosissimo progetto dal prezzo di 1.000 miliardi rientra nella “Belt and road iniziative” con l’obiettivo di intensificare i rapporti con circa 65 stati, tra cui i maggiori europei. Quella che viene chiamata nuova via della seta è il più grande programma d’investimento infrastrutturale conosciuto dalla storia. Dal momento del sorpasso visibile la Cina è ancora un po’ lontana: “gli U.S.A hanno almeno dodici portaerei, la Cina due. Hanno un trattato di difesa collettiva con almeno cinquanta paesi, la Cina soltanto con la Corea del Nord”. Ma la Cina imperterrita continua nella sua rincorsa per preparare il sorpasso. Nonostante la rinuncia evidente gli Stati Uniti conservano un lungo vantaggio e per la capacità d’attrazione economico-culturale e per l’interdipendenza con le nazioni occidentali, ma nei prossimi anni l’assetto geopolitico potrebbe cambiare. Si pensi che lo Stato Cinese diventerà presto pioniere del settore legato all’intelligenza artificiale: a novembre scorso Eric Schmidt, ex presidente di Alphabet, azienda madre di Google, ha affermato che nel 2030 la Cina dominerà l’industria”. Già nel 2016 gli 1,2 miliardi di dollari annuali spesi nella ricerca sull’intelligenza artificiale erano sminuiti dall’imponenza di un piano quinquennale da 150 miliardi del governo cinese. E’ chiaro che la Cina sta rispondendo alle mosse del governo statunitense, ma è consapevole di non poter assolvere il ruolo di guida del mondo globalizzato. Almeno per ora non è in grado di essere un modello per gli occidentali, la distanza tra le due culture è ancora evidente. Quando nel dopoguerra partì il piano Marshall il governo statunitense fondò il F.S.I (Foreing Service Institute) per lo studio antropologico delle nazioni coinvolte nel programma d’investimento, in modo tale da poter essere capaci di maggiore influenza in ogni ambito. Questo ha creato un legame culturale che le sole scelte isolazioniste di Trump non potranno rompere e d’altra parte la Cina non gode in Occidente di grandissima popolarità. Ma in un periodo di alleanze non più scontate tutto può cambiare. Negli ultimi anni la Cina si è affacciata sulle vetrine occidentali più popolari, ha acquistato molte società calcistiche, Inter e Milan in Italia. Lo scorso anno ha acquisito il pacchetto di maggioranza della Deutsche Bank e tratta su quello di Allianz. Macron in visita in Cina, si è trovato d’accordo sul clima con Xi Jinping, entrambi propensi a risolvere la questione; ha anche aperto le strade europee alla via delle sete in un rapporto bidirezionale.

Con il passo indietro degli Stati Uniti, che in ogni caso sono un gradino sopra e sorvegliano l’occidente, la Cina si affaccia sulla scena globale. La Russia resta una grande potenza, aperta formalmente ad entrambe. L’Europa svilita cerca di rialzarsi, nella speranza che possa sedersi a questo tavolo, seppur con una voce minore. La Storia sembra consegnare un “multipolarismo” opposto ad un “unipolarismo” dell’ultimo trentennio sorretto dagli Stati Uniti.

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