L’Italia in nero: un mercato del lavoro che fingiamo di non vedere

L’Italia in nero: un mercato del lavoro che fingiamo di non vedere
Van Gogh - Rest from Work

In Italia quando si parla di lavoro le parole che emergono difficilmente sono positive. Le tematiche che solitamente sono infatti disoccupazione, in particolar modo giovanile, precariato imperante e lavoro nero.

Nel nostro paese il lavoro nero costituisce una piaga economica a livello nazionale che risulta determinante ormai da anni e che, inoltre, non si riesce a sconfiggere. Nel decennio che va dal 2007 al 2017 è stato calcolato che l’economia sommersa ha generato addirittura 549 miliardi di euro, di cui più del 50% relativo al lavoro in nero. In numeri assoluti, secondo la CGIA di Mestre, in Italia i lavoratori non regolari sarebbero almeno 3,3 milioni, i quali generano circa 77 miliardi di euro l’anno. Praticamente il 40% dell’evasione di imposta stimata dal Ministero dell’Economia. Il dato ovviamente non è omogeneamente distribuito sull’intero territorio nazionale. Ovviamente le regioni più colpite sono quelle del meridione, capeggiate dalla Campania con 382.900 lavoratori non regolari, mentre la regione più “a regola” risulterebbe il Veneto con i suoi 199.400 lavoratori e lavoratrici irregolari.

I casi ipotizzabili di lavoro in nero sono numerosi e di diverso tipo. Se si pensa infatti solamente al datore che offre pagamenti esclusivamente in nero al lavoratore, al fine di non assumerlo e dunque evitare un’ingente spesa, ci si sbaglia. Spesso sono i lavoratori stessi che, aumentando così la probabilità di essere assunti, richiedono di lavorare senza contratti ufficiali. Inoltre vi sono anche situazioni grigie, a metà strada tra il lecito e l’illecito, come ad esempio il pagamento delle trasferte, per il quale datore e lavoratore si accordano e fanno passare per trasferta il pagamento di almeno una parte dello stipendio, essendo detassata e senza l’obbligo di registrazione analitica. Dunque conviene una volta da una parte, una volta dall’altra, tuttavia chi ci rimette maggiormente risulta ovviamente il lavoratore, il quale rimane senza garanzia alcuna sul posto di lavoro: niente contributi per il futuro, nessuna copertura sanitaria in caso di infortunio e, come se non bastasse, la possibilità di essere licenziati da un giorno all’altro senza alcuna protezione giuridica.

I problemi e le conseguenze generati dal lavoro in nero sono innumerevoli, tra questi rientra sicuramente la concorrenza sleale nei confronti dell’economia “ufficiale”. Se un’azienda fra produrre i propri beni, di qualunque tipo essi siano, a dei lavoratori irregolari e quindi evitando così ogni tipo di tassazione, in particolare quella previdenziale, assicurativa e fiscale, il costo finale del bene prodotto sarà di molto inferiore rispetto a quello messo sul mercato da un’azienda regolare, costretta così a chiudere i battenti se non vuole anch’essa piegarsi alle regole dell’illegalità. A questo punto, però, sorge spontaneo il dubbio se la colpa sia solamente delle persone o delle regole sbagliate. Quanto “costa” il lavoro in Italia?

Per rispondere a questa domanda ci viene incontro il rapporto OCSE 2018 Taxing Wages dal quale emergono dati tutt’altro che rassicuranti. L’Italia è, all’interno dei paesi OCSE, il terzo paese per cuneo fiscale con il 47,7%, dopo Belgio e Germania, contro una media degli altri paesi europei del 35,9%. Per esemplificare: per ogni 100 che il datore di lavoro paga per le prestazioni erogate, al lavoratore va solamente il 68, mentre negli altri paesi di media rimane il 75, ma non solo. Se negli altri paesi negli ultimi 17 anni il cuneo fiscale è sceso di un punto percentuale, in Italia è salito di alcuni decimali, quando già eravamo comunque tra i più alti. Le conseguenze di una tale situazione sono evidenti: un livello di tassazione così elevato blocca l’economia e la crescita demografica. Dei 35 paesi OCSE solo altri 8 tolgono più soldi di noi ai lavoratori con figli a carico. Non basta, perché siamo il paese europeo che spende maggiormente per le pensioni, gravando ovviamente su chi invece ancora sta lavorando. Siamo il paese in cui il numero dei giovani, la spina dorsale del mercato del lavoro di domani, che scappa all’estero in cerca di prospettive migliori continua ad aumentare vertiginosamente, mentre la politica resta a guardare continuando ad ostruire le assunzioni sostanzialmente. Come se non bastasse, siamo anche il paese con un elevatissimo tasso di evasione fiscale. Ma quanto costerebbe diminuire le tasse sul lavoro? Precisamente 1,7 miliardi di euro per ogni punto percentuale in meno.

In conclusione, in Italia il lavoro costa moltissimo, sia al lavoratore che al datore di lavoro. Al contempo però non ne vale la pena, poiché servizi di ritorno che sosteniamo tramite le tasse non sono, spesso, al livello dei soldi che ci vengono trattenuti (si veda alla voce sanità, ad esempio). Si innesca un circolo vizioso che ha conseguenze in ogni settore del paese: le aziende non riescono ad assumere i giovani, quegli stessi per i quali stato e famiglie spendono, al fine di formarli, moltissimi soldi (90.000 e 160.000 euro rispettivamente per ogni diplomato e laureato). Nel caso in cui decidano di assumerli in nero le casse nazionali non hanno comunque un ritorno economico, risultando i lavoratori come disoccupati. Alla fine, dunque, come spessissimo accade in questo bellissimo paese, ci diamo la zappa sui piedi da soli, da sempre e per sempre.

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