Critiche al ddl Pillon: gli psicologi denunciano l’invisibilità del minore

Critiche al ddl Pillon: gli psicologi denunciano l’invisibilità del minore
© The College View

Continuano le critiche al ddl Pillon, il disegno di legge rispondente al solo e unico imperativo: “prima i padri”.

La bigenitorialità perfetta proposta dal ddl Pillon equipara meccanicamente la figura genitoriale paterna a quella materna senza attingere a basi psico-pedagogiche ben strutturate e idonee ad affrontare i casi di affido in seguito a divorzi o separazioni. Il testo di legge infatti si limita ad imporre al minore la figura del padre per via giuridica.

Questa appunto è la problematica principale individuata da tutti quegli schieramenti che più si oppongono al ddl Pillon, dalle manifestazioni femministe all’Ordine degli psicologi.

In una nota, firmata dal presidente dell’Ordine degli psicologi, Fulvo Giardina, vengono analizzate le falle presenti nel disegno di legge motivandone così le critiche.

Le critiche degli psicologi al ddl Pillon: un affido matematicamente alternato non tutela il minore

Non si tratta di contestazioni alle note a piè di pagina nel testo di legge: ad essere contestato è il principio ispiratore, ovvero la bigenitorialità perfetta. «Il rischio è che si obblighino i minori alla permanenza con un genitore non gradito per motivi che la norma non prende in considerazione ma che inevitabilmente avrà una influenza sullo sviluppo del minore stesso», si legge nella nota presentata dall’Ordine.

L’obiettivo è quello di dimostrare che questo tipo di bigenitorialità non è perfetta, al contrario, semplicemente forzata. E forzare su tempi, matematicamente scanditi, porta ad incrinare pericolosamente lo sviluppo emotivo e psicologico del minore, che non può emotivamente riconoscersi nell’alternanza matematica dell’affido a cui è soggetto.

La richiesta degli psicologi: sia data voce e volontà ai minori

Altra grave mancanza del ddl Pillon sarebbe quella di aver delineato una formula di affido del minore senza prenderlo in considerazione.

Lo si vuole scisso tra i due genitori in due metà perfette e completamente privo di capacità decisionale. Inerme e inghiottito dalla pianificazione predisposta per lui da un estraneo, il giudice, che predisporrà i suoi tempi, i suoi impegni e i luoghi in cui trascorrerli e svolgerli. Un minore senza voce ma con due case.

Non viene mai fatta menzione, nel testo di legge, alla volontà del minore. Si dà per scontato che la bipartizione perfetta sia per lui la soluzione più giusta e congeniale.

Inoltre, sottolineano gli psicologi, non viene preso in considerazione un altro elemento fondamentale: l’età del minore. Non vengono presentati eventuali distingui circa il grado di maturità e di consapevolezza del figlio che subisce lo scioglimento del nucleo familiare.

Le critiche al ddl Pillon assumono una connotazione maggiormente esaustiva, quando nella nota dell’Ordine degli psicologi, viene riportato che «si trascura il fatto che la collocazione perfettamente simmetrica nei tempi e nei luoghi del minore può determinare alterazione nel regolare processo di sviluppo emotivo, sociale e soprattutto cognitivo, con oggettivo rischio di danno a carico del minore».

Il figlio, dunque, non può divenire un essere destrutturato e svincolato dal contesto in cui è sempre stato abituato a vivere. Il ddl non comprende che dimenticando la voce del minore lo disorienta e lo ostacola nel processo di crescita e sviluppo.

Le critiche degli psicologi al ddl Pillon riguardano l’incapacità dello stesso di ammettere e considerare le particolarità dei casi: determinati e circoscritti contesti di vita lasciano campo libero alla norma generalizzata ma non generalizzabile.

«Le numerose rigidità presenti nel testo impediscono o limitano fortemente quella valutazione soggettiva che compie il Giudice caso per caso e che, almeno in teoria, deve portare a prendere i provvedimenti giurisdizionali nel solo interesse del minore».

L’onnipresenza dell’alienazione genitoriale mette in secondo piano le violenze domestiche

«Il bambino viene automaticamente considerato alienato e il rimedio è quello di essere collocato in una struttura specializzata per essere riprogrammato» nel caso in cui si rifiutasse di trascorrere il suo tempo con uno dei due genitori.

A spiegare, al Sole 24 Ore, l’alienazione genitoriale – avvalorando le critiche al dll Pillon mosse dagli psicologi – in questi termini è Andrea Coffari, avvocato e esperto del tema sul quale ha scritto un libro, Rompere il silenzio.

Il disegno di legge in questione dà per scontato che qualora il minore dovesse mostrare segni o comportamenti respingenti nei confronti di un genitore, prevalentemente il padre, questo sia il risultato di una manipolazione realizzata dall’altro genitore.

In altre parole, si sceglie di privilegiare la presenza del padre a discapito della sicurezza del figlio, lasciando sottintendere che sia la madre a programmare certi comportamenti nel figlio, anziché considerare l’ipotesi che il minore stia effettivamente cercando di prendere le distanze da una situazione di pericolo. In questo modo vengono sottovalutati i reali e drammatici casi in cui il minore ha concretamente assistito o addirittura subito atti di violenza da parte del genitore rifiutato. Come una sorta di intimidazione nei confronti del genitore alienante il ddl Pillon propone, come soluzione per il minore, percorsi che, se realizzati, inficerebbero gravemente sulla stabilità del bambino, poiché ne predispone l’allontanamento da casa per essere indirizzato verso strutture specializzate.

Aggiunge Coffari che nel caso in cui le violenze venissero accertate e riscontrate, «se il padre verrà poi condannato per le violenze, per le mostruosità che ha compiuto ai danni di suo figlio, di questo non importa niente a nessuno, perché fino a quel momento, fino alla sentenza irrevocabile quel bambino dovrà per forza vedere, frequentare, avere a che fare con quel genitore. E quand’anche quel padre, chiamiamolo così, venisse condannato potrà, secondo il ddl Pillon, comunque frequentare suo figlio. Questo dice il ddl negli articoli 11, 12, 17 e 18».

L’imperativo categorico “prima i padri” si traduce nei fatti in una retrocessione della donna anche all’interno del nucleo familiare, lasciando il fianco scoperto ai gravi problemi di violenza domestica, come vedremo nel prossimo articolo.

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