Salvini a piazza del Popolo: la politica del buon senso che marcia compatta

Salvini a piazza del Popolo: la politica del buon senso che marcia compatta
©La Repubblica

Ingresso solenne e trionfale quello di Matteo Salvini a piazza del Popolo a Roma lo scorso sabato. Sulle note di Vincerò di Puccini, il leader leghista saluta la folla dei presenti in piazza (gli organizzatori hanno parlato di 80mila persone) ed è subito chiaro, ormai conclamato, che il vero volto di questo governo è il suo.

Mano sul cuore e sguardo austero, Salvini è totalmente a suo agio nell’abito su misura che è riuscito a cucirsi addosso: un perfetto connubio tra il semplice uomo della porta accanto “con pregi e difetti, potenzialità e limiti” – come si descrive alla piazza – intransigente ministro dell’Interno, segretario di partito sempre più vicino alle folle e vicepremier di un governo che ha modellato in base alla sua persona nel giro di sei mesi. L’emblema dell’uomo comune che si carica di un onere altrettanto vago: quello della svolta e del cambiamento.

Ascoltando per intero l’intervento del capo del Viminale non può non colpire il continuo ripetersi di pochi concetti alternati in una retorica decisamente poco artefatta, chiara da decifrare e dritta allo stomaco: è il linguaggio del potere. Ringrazia il suo popolo, gli chiede di marciare compatto. Ringrazia il “buon Dio” e il “buon senso” del governo di cui fa parte e dei suoi elettori. «Non è facile parlare davanti ad una piazza come questa quindi vi giunga dal profondo del mio cuore il ringraziamento di 60milioni di italiani perché voi siete l’avanguardia dell’orgoglio, del cambiamento e della dignità di questo paese», inizia così il suo intervento a piazza del Popolo.

Il ritorno al buon senso: l’auspicio di Salvini. Poco importa che il buon senso non costituisca un valido e reale criterio politico spendibile nelle manovre di sviluppo economico e sociale e che al contrario presti il fianco alle pericolose derive del governo etico. L’importante è che sia capace di coniugare valori cristiani e ideali sovranisti nel cieco grido del “chi sbaglia paga”. Ma in merito non una parola sui 49milioni di euro di rimborsi illeciti della Lega.

Marciare compatti

Nell’intervento conclusivo di Salvini a piazza del Popolo vengono ripresi gli slogan lanciati dai ministri che lo hanno preceduto nel corso della mattinata: dalla Bongiorno, ministro della Pubblica Amministrazione, che ricalca la necessità della severità della pena, al ministro della Famiglia Fontana che elogia la tradizione cristiana, rivendicando la presenza del presepe nelle scuole e l’esigenza di creare famiglie italiane numerose «minacciate dal globalismo che vuole rendere le persone macchine senza identità»; fino al ministro dell’Istruzione Bussetti che difende il crocifisso nelle aule scolastiche.

«Questa non è una piazza che ha tempo da perdere in odio e polemiche. La vita è troppo breve e troppo bella per perdere ore e giorni in odio e polemiche. Questa è una piazza di unione, di amore e di speranza. La lasciamo a qualcun altro la violenza»: l’introduzione di Salvini in perfetto equilibrio con lo spirito cristiano del Natale. E continua: «Io vi chiedo questo: essere uniti, marciare compatti nei prossimi mesi. Cercheranno di dividere questo paese e questo popolo. Se stiamo insieme nessuno ci potrà fermare: marciando uniti e compatti non dobbiamo avere paura di niente e di nessuno».

Dalla composizione della folla in piazza è evidente che la destra di Salvini sia sempre più vicina ai ceti sociali più disagiati e goda di un sostegno sempre più ampio in tutta Italia: tra le tante bandiere e striscioni si leggono “Calabria”, “Salerno”, “Bari”. È lo specchio di una Lega che come afferma il suo segretario sta sostenendo la prima tra le cinque manovre economiche che metterà “al centro non i poteri forti, la finanza e le multinazionali, ma i cittadini”.

Per lo stesso fronte che marcia compatto, il ministro dell’Interno ci tiene a ringraziare «le forze dell’ordine che quando c’è la Lega in piazza sono tranquille, disarmate e sorridenti, non per controllarci ma per sostenerci».

L’attacco ai nemici in nome del buon senso

Tocca anche a Martin Luter King, citato ancora in apertura dal leghista: «per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa». Il premio Nobel per la Pace e volto della difesa dei diritti umani contro la discriminazione razziale negli Stati Uniti, si ritrova in una piazza in cui si inneggia alla diffidenza verso lo straniero.

Eppure il vicepremier leghista prova veramente a far sue le parole del pastore difensore dei diritti civili della popolazione afroamericana, con lo scopo di attaccare giornali e stampa da cui si sente preso di mira.

La politica del buon senso ha bisogno di schierarsi continuamente contro qualcuno, ha bisogno del nemico da stigmatizzare a da cui prendere le distanze pubblicamente. Ha bisogno delle categorie, dei ‘noi’ e dei ‘loro’. A spiegarcelo bene, già nel 1932, è stato Carl Schmitt, filosofo e grande sostenitore del partito nazionalsocialista tedesco: ne Il concetto di politico difende convinzioni politiche fortemente dipendenti dalla categoria concettuale “amico-nemico”. Proprio in questa, spiega, si realizza un estremo grado di unione e poi di separazione. È una coppia concettuale che acquisisce senso nel confronto e non esclude la possibilità del conflitto. Il nemico, dice Schmitt, non è qualcuno verso cui proviamo odio, ma è qualcuno diverso da noi, che per questo ci confronta, ci sfida e ci combatte. La distinzione amico-nemico è frutto di una decisione, è un atto culturale: rientra nella tradizione di una società, riguarda il modo di vivere in società.

Il ritorno al Vangelo per sostenere il sovranismo

Da Martin Luter King a Giovanni Paolo II, che “36 anni fa aveva capito prima e meglio di altri cosa stava per succedere, quali erano i rischi”, il salto è breve. Leggendo e commentando insieme qualche riga, Salvini cita il pontefice che nel 1982 “invitava a rivelare l’Europa a se stessa, l’Europa nata, fondata e cementata dai valori del cristianesimo”, invocando un’unione che deve tornare a lavorare e produrre. E rispetto alla quale richiede alla piazza «il mandato di andare a trattare con rispetto, dando rispetto e chiedendo rispetto all’Unione europea non a nome di un governo, non come ministro, non come segretario di partito ma a nome di 60milioni di italiani che vogliono tornare a coltivare la speranza».

Numeri sugli sbarchi

Il capo del Viminale ricorda anche che in questi sei mesi il governo ha dimostrato che “volere è potere”: «è bastato usare un po’ di buon senso e un po’ di coraggio, abbiamo risparmiato migliaia di vite e abbiamo evitato 100mila arrivi».

Eppure i numeri dicono altro e possono aiutare a far chiarezza: durante la campagna elettorale Salvini prometteva 100 rimpatri di irregolari al giorno, per cui adesso ci aggireremmo intorno ai 18mila rimpatri. In realtà dal 1 giugno e al 30 novembre 2018 i rimpatri effettivi sono stati 2.774 (numero che lo stesso ministro dell’Interno ha riportato alla Camera), in media 462 al mese: un numero tendenzialmente più basso rispetto al precedente governo, che ne effettuava circa 528.

«Perché anche i simboli sono importanti»

Un’altra grande preoccupazione che raccoglie la piazza intera è il calo demografico che sta registrando l’Italia. Insieme al ripristino dell’ordine pubblico e della sicurezza, il ministro Salvini promette anche che torneranno a nascere più bambini e “tornano ad avere, perché anche i simboli sono importanti, non un genitore 1 e un genitore 2, ma una mamma e un papà”.

Su questo tema il neoministro Salvini era già intervenuto ad agosto relativamente ai moduli della carta d’identità elettronica: «Ho fatto subito modificare il sito ripristinando la definizione madre e padre. È una piccola cosa, un piccolo segnale, però è certo che farò tutto quello che è possibile al ministero dell’Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione» diceva, anche se in realtà i moduli sono rimasti invariati.

Il simbolo della famiglia, che nell’Occidente sta ampliando i suoi valori e le prospettive entro cui poter esistere, lo si vorrebbe rimpicciolire ancora un po’ tornando indietro per abbracciare i soli precetti della tradizione. La natalità di cui si fa promotore il governo guarda a un’idea di famiglia pressoché univoca chiudendo le porte alle diversità di genere e di provenienza geografica. Piazza del Popolo lo scorso 8 dicembre si è fatta portavoce della natalità italiana come antidoto per la fantomatica “sostituzione etnica”.

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