Linguaggio è potere: dalla dittatura al sessismo

Linguaggio è potere: dalla dittatura al sessismo
Amedeo Modigliani, Ritratto di Dédie (1918) olio su tela

I presupposti: l’ipotesi di Sapir-Whorf

Secondo l’ipotesi di Sapir-Whorf, nota anche come ipotesi della relatività linguistica, la lingua che viene parlata da ogni essere umano influenza in modo diretto la sua formazione, di conseguenza il suo modo di pensare ed interpretare il mondo. Per comprendere l’origine di questo studio dobbiamo fare qualche passo indietro ed accennare almeno a Franz Boas (1858-1942), considerato uno dei padri dell’antropologia moderna che, non a caso, aveva tra i suoi allievi proprio Edward Sapir (1884-1939). Boas, dopo aver condotto uno studio sugli eschimesi e sugli indiani Kwakiutl, della costa nord-occidentale (attuale Columbia Britannica), arrivò alla conclusione che non si può avere accesso totale ad una cultura al fine di studiarla se non se ne conosce almeno quasi perfettamente la lingua: «In all of the subjects mentioned heretofore, a knowledge of Indian languages serves as an important adjunct to a full understanding of the customs and beliefs of the people we are studying». Tramite questi studi Boas apportò innumerevoli novità all’approccio etnologico generale nei confronti dei popoli primitivi, ad esempio eliminò la convinzione per la quale si credeva che queste comunità avessero addirittura difficoltà nel pronunciare le loro stesse parole. Edward Sapir, il quale continuò lo studio del suo insegnante sulla lingua, in particolare sulle relazioni che si instaurano tra questa e le capacità cognitive dell’essere umano, spostando la propria attenzione ad un livello sistematico, arrivando dunque ad affermare che non c’è una parola che crea maggiore influenza rispetto ad un’altra, bensì, ed a questo giunse verso la fine della propria vita e quindi dei propri studi, è l’intero sistema linguistico di una determinata lingua ad essere coerentemente influente sulla mente umana che si esprime tramite quella determinata lingua. Tuttavia, sono stati gli studi “finali” di Benjamin Lee Whorf (1897-1941) a dare la vita alla celebre ipotesi che porta i loro nomi. Egli decise di approfondire ulteriormente quanto già studiato da Boas e Sapir, nello specifico andando ad osservare come della lingua una delle componenti più determinanti siano le strutture grammaticali: «Tutti gli osservatori (della natura, ndr) non sono guidati dalle stesse prove fisiche verso la stessa immagine dell’universo, a meno che i loro bagagli linguistici siano simili, o possano essere in qualche modo calibrati». Fece poi l’ormai celebre esempio di Einstein, per il quale la teoria della relatività sarebbe stato più facile elaborarla in Hopi piuttosto che in tedesco.

Comunità Kwakiutl

La tesi conobbe fortune e sfortune, ricevette molte critiche, fu abbandonata negli anni sessanta e recuperata solo negli anni novanta e duemila grazie ad un rinnovato interesse per l’antropologia linguistica e lo sviluppo della psicologia cognitiva. Tutto ciò non sarà ovviamente analizzato in questa sede, ma serve a dimostrare come in realtà ci sia un’effettiva relazione tra la lingua con cui ci esprimiamo ed il nostro modo di osservare, rielaborare e dunque vedere il mondo. Possiamo ad esempio affermare che quello che viene espresso in una lingua può anche essere espresso in un’altra, tuttavia è indubbio che le lingue ci “obbligano” ad esprimerci in determinati modi e le maggiori differenze si notano, ad esempio, su cosa i parlanti tendono a scegliere nell’esprimersi, che dipende soprattutto da quanto una lingua agevoli tale espressione. In conclusione di questa breve occhiata su quello che è stata l’ipotesi di Sapir-Whorf, possiamo affermare che un parlante, ovviamente, è in grado di esprimere tutto quel che vuole, ciò nonostante, la lingua influenza in modo determinante ciò che il parlante sceglierà per esprimere una data idea e questo, a sua volta, influenzerà anche il suo modo di percepire il mondo circostante.

 

Linguaggio e potere: le dittature

Quanto abbiamo appena osservato ci serve per comprendere che la lingua diviene così un mezzo che, se utilizzato a dovere, diviene strumento di potere e di controllo. Una delle grandi forze ideologiche e di controllo di ogni regime dittatoriale è stato proprio la lingua. Le parole venivano scelte con grande accuratezza, nulla era mai casuale. Il fascismo italiano, ad esempio, si è distinto per l’ostinato recupero della lingua italiana in ogni campo. L’esempio più “a portata di mano” risulta ovviamente lo sport. Il calcio, fino ancora agli anni venti del novecento era un fiorire di parole anglofone, tra l’altro molte erroneamente storpiate dalle classe meno abbienti. Dagli anni trenta, però, il regime di Mussolini si impose nella valorizzazione, o meglio, nell’imposizione della lingua italiana e così ogni singolo termine venne obbligatoriamente tradotto in italiano e così scomparvero match, football club, rugby e molti altri per diventare partita, associazione calcio, giuoco della palla ovale. Allo stesso modo, tramite l’emanazione di leggi ufficiali e direttive inviate ai mezzi di informazione, tutti i settori dello Stato e della vita quotidiana subirono la cosiddetta italianizzazione. Gli interventi furono estremamente diffusi e capillari. Nella toponomastica le più colpite furono le regioni del nord ovviamente, in cui le minoranze linguistiche erano ancora determinanti: Sterzing divenne Vipiteno e Ahrntal passò a Valle Aurina in Alto Adige; in Valle d’Aosta Courmayeur fu trasformata in Cormaiore. Il caso più esplicito, però, fu in Friuli, dove il paese Pasian Schiavonesco fu cambiato in Basiliano per “nascondere” la sua fondazione per mano di popoli slavi durante le scorribande dei barbari tra VII e VIII sec. I cognomi non ebbero vita facile e così anche loro furono italianizzati, specialmente per i dipendenti pubblici ai quali un cognome non italiano avrebbe potuto facilmente bloccare la carriera. La radicalità dell’intervento è dimostrabile poi con l’intervento nella parole più comuni: sandwich divenne tramezzino, whiskey e brandey cambiarono in acquavite, cocktail in bevanda arlecchina (tale stravaganza dimostra pienamente come dall’alto fossero consapevoli dell’importanza di un corretto controllo linguistico, anche a discapito dell’estetica). Inutile a questo punto soffermarsi sulla censura culturale, basti l’esempio di Pavese, che ebbe importanti limitazioni dal mondo accademico a causa della sua tesi su un autore straniero, Walt Whitman.

«Ripetete una cosa qualsiasi cento, mille, un milione di volte e diventerà verità». Queste sono le celebri parole di Joseph Goebbels, gerarca nazista nonché ministro della propaganda del reich, colui che probabilmente più di chiunque altro conosceva e seppe sfruttare le potenzialità del linguaggio delle parole, anche se ciò ne richiedeva una totale distorsione. Viktor Klemperer è stato un filologo ebreo che ha studiato l’uso, o meglio la manipolazione, del linguaggio da parte dei nazisti. I suoi studi sono raccolti in “LTI, la lingua del Terzo Reich”, in cui afferma che il linguaggio nazista «si insinuava nella carne e nel sangue della folla attraverso le singole parole, le locuzioni, la forma delle frasi ripetute milioni di volte, imposte a forza alla massa e da questa accettate meccanicamente e inconsciamente». Nel caso del nazismo il tedesco ha giocato un ruolo fondamentale: la sua possibilità di formare parole unendo vocaboli ha creato possibilità di genesi dal potenziale quasi infinito. Unire le parole alle sfere semantiche che ad esse sono strettamente legate ha dato la possibilità ai gerarchi nazisti di creare una propaganda che aveva una “vita propria”. L’esempio migliore è certamente quello di volk, popolo. La Volkswagen fu fondata proprio per volere di Adolf Hitler e significa “auto del popolo”: l’idea del fuhrer era proprio quella di creare un’auto totalmente tedesca per il popolo tedesco e non avrebbe potuto far scelta migliore per il nome. L’oggetto che sarebbe poi diventato di uso comune con una produzione su scala nazionale veicolava con sé i caratteri del nazionalismo declinato industrialmente. Un prodotto dal popolo tedesco per il popolo tedesco. Per la prima produzione fu allora scelto un sito, la futura Wolfsburg, che nacque nel 1938 con il nome di Stadt des KdF-Wagens: Città delle automobili Kdf. Secondo altre fonti si può ricavare che il nome dato fu subito quello di Wolfsburg, città del lupo, proprio in onore di Hitler. In ogni caso, tuttavia, la tristemente geniale propaganda nazista mostrò come con due semplici parole che sarebbero presto entrate nei vocabolari quotidiani di un intero popolo si potessero legare idee legate al regime, tra l’altro in modo indiretto se non inconsapevole. Con la nascita del Terzo Reich, comunque, la parola volk diviene usata ossessivamente ed anche abusata, subendo tra l’altro una netta traslazione semantica a favore della propaganda di regime e così assume su di sé i concetti di purezza di sangue, ad esempio, ma anche quello di autodeterminazione di un popolo forte. Il volk non è più solamente un popolo, ma il popolo tedesco, il più puro su tutti per il regime. Indirettamente Hitler ed i suoi collaboratori riuscirono in una delle più ardue imprese: manipolare la lingua al fine di manipolare le menti. Altra caratteristica del linguaggio nazista è quella di legarsi sempre più, nei discorsi dei vertici, in particolar modo di Hitler, al linguaggio messianico e mistico al quale viene ovviamente legata una particolarissima cinesica riscontrabile in ogni discorso del fuhrer. Questo è quanto afferma Hitler nel 1942: «Due cose ho pronunciato in occasione della seduta del Reichstag del 1 settembre 1939. […] In passato, in Germania gli Ebrei hanno riso della mia profezia. […] E con questa profezia avrò io l’ultima parola», ovviamente la parola profezia non è scelta a caso.

Non possiamo ovviamente tralasciare quella che è stata la dittatura che maggiormente è durata nel novecento europeo: L’URSS. Il vocabolario sovietico comunista è fitto di parole che risuonano continuamente in qualsiasi discorso fatto, in particolar modo durante il periodo di Stalin. Non esistevano più i connazionali, i cittadini, gli amici o i vicini, tutti erano compagni e compagne, uniti nel mito della rivoluzione proletaria che avrebbe creato il “paese più felice del mondo” a detta di uno dei più sanguinari dittatori mai esistiti. Anche in questo caso la ritualità e lo svuotamento che ne consegue del significato originario sono stati al centro della propaganda comunista che ha saputo anch’essa manipolare le parole legandole alle proprie politiche. I borghesi erano i nemici del popolo, non del proletariato, perché il popolo era tutto proletariato nell’ottica comunista per cui dire borghesi equivaleva a dire nemici e viceversa. I borghesi erano reazionari e dire una o l’altra cosa non faceva alcuna differenza. L’obiettivo era chiaramente quello di creare un odio generale del popolo russo nei confronti della borghesia, anche attraverso le parole. La propaganda giocò su diversi miti, nello specifico nel momento in cui Stalin capì che le cifre date dalle proprie politiche economiche non davano i frutti sperati, pertanto c’era il bisogno di creare attorno a sé il carisma del messia e di conseguenza dei miti da far rincorrere alla massa su cui esercitava il potere. Tuttavia bisognava mandare avanti i lavori nelle fabbriche, anche se questo comportava sfruttare gli operai che sarebbero dovuti essere in realtà al comando della nazione dopo la rivoluzione, almeno stando a quanto dichiarato dai bolscevichi. L’arte fu tutta piegata a questo dettame e la parola produzione fu ripetuta continuamente, fino a creare il mito dello stacanovismo. Il nome deriva da Aleksej Grigor’evič Stachanov, operaio sovietico che fu in grado di architettare un nuovo metodo di estrazione del carbone tramite il quale riuscì in una notte ad estrarre 14 volte la quantità media. Da quel momento in poi il suo nome fu indissolubilmente legato al concetto del lavoro efficiente, a tal punto da dare il nome ad un intero movimento operaista di cui Stalin disse: «Il movimento stacanovista rappresenta l’avvenire della nostra industria, reca in sé il germe del futuro slancio culturale e tecnico della classe operaia e ci apre la sola strada per la quale possiamo raggiungere quegli alti indici produttivi indispensabili per passare dal socialismo al comunismo ed eliminare il contrasto tra lavoro intellettuale e lavoro manuale». Ad oggi, dopo quasi un secolo, stacanovista indica ancora una persona che lavora a ritmi serrati. La parola è sopravvissuta al crollo del regime, del muro di Berlino e all’ondata della storia, portando con sé tutto il suo significato originale. Il mito che Stalin, così come i suoi predecessori e successori, seppero creare intorno al mondo sovietico e alla rivoluzione comunista è stato talmente forte e duraturo da essere totalmente emulato da nuclei terroristici persino molti anni dopo. Le Brigate Rosse in Italia, nel primo comunicato emesso dopo il rapimento dell’onorevole Aldo Moro utilizzano le stesse parole: «Compagni, la crisi irreversibile che l’imperialismo. […] Da tempo le avanguardie comuniste hanno individuato nella DC il nemico più feroce del proletariato, la congrega più bieca di ogni manovra reazionaria. Intendiamo mobilitare la più vasta e unitaria iniziativa armata per l’ulteriore crescita della GUERRA DI CLASSE PER IL COMUNISMO».

Stachanov con la macchina ricevuta in premio nel 1936

La desemantizzazione nella politica degli ultimi 20 anni

Consapevoli della forza delle parole, anche i politici dei giorni nostri le sfruttano nella loro propaganda. Ad oggi diverse parole hanno perso il loro significato originale e sono state svuotate e riempite di nuove valenze semantiche. L’importante, come sappiamo, è creare un nemico e questa è una “mossa” che tutti i leader, in modo trasversale, inseguono nei loro discorsi. Berlusconi nominava moltissimo i comunisti, tanto che con il tempo è bastato non essere di destra per diventarci agli occhi del suo elettorato, inoltre alla parola comunisti non veniva più in mente Lenin o il Che, grazie alla sua propaganda, ma l’immagine di un’aula di tribunale: «Eccessiva presenza dello Stato, un peso improprio dei sindacati, un eccessivo assistenzialismo, infiltrazioni di uomini comunisti in tutti gli organi dello Stato a partire dalla magistratura e infine anche la tentazione dell’Italia di giocare su vari tavoli di politica estera, minacciando così anche l’Alleanza atlantica» queste le sue parole nel 2004. Renzi pure lo sapeva benissimo, non a caso la propaganda per le primarie che poi vinse era condita per lo più da una parola: rottamare e rottamatore (lui). Doveva apparire come colui che avrebbe spazzato via la classe politica della generazione precedente rottamandola e mostrarsi come il giovane carico pieno di novità: «La rottamazione può iniziare» rispondeva così nel 2014 dopo aver vinto le europee. «Non c’è più tempo per rinviare le riforme. Il risultato di questa notte ci dice che il cambiamento che abbiamo promesso deve arrivare in tempi ancora più veloci di quelli che abbiamo immaginato» Altro punto su cui l’allora segretario del PD puntava molto era certamente il cambiamento, la necessità di trasformare l’Italia e l’Europa, specialmente quest’ultima ormai costituita solamente da “tecnocrati”, mentre lui si interessava di più delle singole persone: «Rispettiamo i limiti europei, ma prima di tutto dobbiamo rispettare i padri fondatori e fare dell’Europa il luogo dei cittadini e dei popoli, non dei tecnocrati». Vi sembra qualcosa di risentito poco tempo fa? Di Maio parla di governo del cambiamento, che poi è diventato il soprannome ufficiale di questa legislatura, mentre l’ostilità nei confronti dei vertici europei è rimasta sempre la stessa, ora di certo rincarata. Salvini, Ministro dell’Interno e vicepremier, sulle critiche dell’Europa riguardo la manovra italiana ha dichiarato pochi giorni fa: «Noi applichiamo il buonsenso e la concretezza, che non si attacca allo 0,1% in più o in meno. È una manovra che si fonda sul diritto al lavoro, il diritto alla pensione, il diritto alla salute e la riduzione fiscale. E quindi se a Bruxelles pensano di tenere in ostaggio il governo o sessanta milioni di italiani su uno zero virgola, siamo disponibilissimi a togliergli qualunque alibi». Dopo 4 anni e da uno schieramento politico diametralmente opposto le affermazioni sono più o meno le stesse: l’Europa si interessa solamente dei numeri e dei ragionamenti degli addetti ai lavori, mentre i leader si pongono come paladini dell’umanità in un sistema totalmente controllato da freddi numeri. Idem il suo partner Di Maio che in questo caso aggiunge anche un po’ di salsa al complottismo: «Lo sappiamo che in tanti posti chiave dello stato ci sono ancora uomini di partito, tecnocrati messi lì dai politici di un tempo che anziché eseguire quello che come governo gli chiediamo preferiscono mettere bastoni tra le ruote perché per loro il cambiamento è un pericolo». L’ultimo grande atto di manipolazione del linguaggio è infine ad opera del leader della Lega Matteo Salvini. La sua propaganda, forte della totale adesione del suo elettorato, è riuscita nel dare alle parole un significato tutto nuovo, anche se in un certo senso tutto sbagliato. Grazie ai suoi slogan ed alle sue ripetizioni ossessive, oggi buonista è divenuta un’offesa, come se definirsi una persona con buoni propositi o atteggiamenti tolleranti lo sia veramente. Chi la pensa differentemente da lui è un radical chic, in particolar modo se, almeno agli occhi dei detrattori, è “ricco”, pertanto la legittimazione delle idee di una persona dipende dal proprio ISEE sostanzialmente. Una video intervista di Vice ha in realtà dimostrato come l’opinione pubblica, almeno quella che emerge dagli intervistati, non abbia nemmeno una vera definizione di radical chic, anzi, attorno a tale parole vi è una vera e propria nebulosa di confusione ed indecisione, caratteristica che amplifica la portata di slogan semplicistici ed immediati.

Umberto Mastropietro ha deciso di stampare queste magliette con un po’ di ironia. I ricavati andranno tutti in beneficenza

Lingua e sessismo, il potere discriminatorio delle parole

Una delle più recenti discussioni riguardanti la lingua è stata fatta sul genere delle parole. La diatriba è nata quando nel 2016 sono state elette sindache a Roma e a Torino Virginia Raggi e Chiara Appendino. Nelle loro prime dichiarazioni hanno affermato di volersi far chiamare sindaca e non sindaco al maschile. È nato subito un polverone mediatico, in particolare nella società civile, in cui le persone hanno sentito la necessità di prendere parte, in particolar modo chi si è detto contrario bollando tale pratica come totalmente inutile o addirittura nociva nei confronti della nostra lingua. Fortunatamente un parere ufficiale ci è stato presto dato dall’Accademia della Crusca che ha consigliato di usare il femminile quando ci si rivolge ad un soggetto femminile: «Le resistenze all’uso del genere grammaticale femminile per molti titoli professionali o ruoli istituzionali ricoperti da donne sembrano poggiare su ragioni di tipo linguistico, ma in realtà sono, celatamente, di tipo culturale; mentre le ragioni di chi lo sostiene sono apertamente culturali e, al tempo stesso, fondatamente linguistiche». Allo stesso modo la Treccani: «Chi scrive sindaca adopera con efficacia le risorse flessive messe tranquillamente a disposizione dalla nostra lingua: sindaco/sindaca, avvocato/avvocata, postino/postina, ecc. seguono la normale alternanza nominale di genere maschile/femminile, espressa attraverso le uscite -o e -a», la quale ha dovuto persino spiegare che non si tratta in realtà di un errore grammaticale e quindi di una storpiatura come era stato detto da molti contrari.

In realtà la decisione delle sindachE è da apprezzare e diffondere, poiché è fondamentale coinvolgere, partendo dalla lingua, uno dei mezzi di comunicazione primari con cui un essere umano si rapporta con il mondo, il genere femminile nella società, sotto tutti i punti di vista. In un saggio (Nuovi saggi di linguistica italiana, Bologna, Il Mulino, 1989) il noto linguista italiano Giulio Lepschy, partendo proprio dall’ipotesi Sapir Whorf e quindi dalla potenza della lingua sulla mente umana, afferma che una bambina alla fatidica domanda su quale sia il lavoro dei suoi sogni difficilmente risponderà di voler fare il ministro o l’avvocato. Aggiunge poi che la possibilità effettiva di divenire ministra per una donna è quello che conta veramente, ma allo stesso tempo non ha alcun senso cercare di opporsi strenuamente a tali cambiamenti linguistici quando questi hanno la possibilità di creare una società più equa e meno sessista. Inoltre, dall’altro lato, bisogna domandarsi se gli uomini siano d’accordo nell’essere indicati con nomi femminili quando svolgono attività che sono generalmente legate alle donne e che quindi viene in un certo senso naturale usare il genere femminile come neutro non marcato: infermiera, lavandaia, sarta.

Le parole sono importanti

Il linguaggio è fondamentale in ogni campo della vita, dai più alti vertici della politica alle situazioni quotidiane. Come abbiamo visto in molti l’hanno capito, soprattutto tra quelli che hanno “comandato”, allo stesso modo bisognerebbe esserne tutti consapevoli, al fine di essere totalmente in grado di comprendere determinati discorsi e soprattutto determinati meccanismi che muovo la società in ogni suo minimo aspetto. Nella politica gli elementi sono caratterizzanti e fa quasi paura osservare come in realtà i meccanismi sono rimasti immutati in quasi un secolo di storia, nonostante il passaggio dalle dittature alle più moderne democrazie: ritualità, ripetizione ossessiva delle parole, desemantizzazione per fini propagandistici. Non solo politica, però. La questione sindaca/sindaco ha messo in luce diversi aspetti dell’attuale società italiana: un cambiamento minimo ha in realtà creato un generale senso di terrore ed ansia diffuso che ha trovato in moltissime persone una difesa a tutti i costi del mantenimento della parola marcata al maschile. In realtà utilizzare la parola sindaca non comporta nessun aspetto negativo e ce l’hanno detto anche le maggiori istituzioni linguistiche italiane. Tuttavia un piccolo passo è stato fatto e probabilmente tra quarant’anni o chissà tutti useremo sindaca senza porci alcun problema, che effettivamente non esiste. Il linguaggio è uno strumento micidiale, probabilmente il più potente. Allora bisogna ricordarci, citando Nanni, che le parole sono importanti, stiamoci attenti.

“Chi parla male pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
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