La petizione sull’aborto: piena applicazione contro gli obiettori di coscienza

La petizione sull’aborto: piena applicazione contro gli obiettori di coscienza
©Wired

La petizione lanciata il 6 novembre scorso su change.org per la piena applicazione della legge 194 del 1978 sull’aborto ha raggiunto oltre 105mila firme. Le quattro ginecologhe non obiettrici di coscienza promotrici della petizione sono Silvana Agatone, presidente di Laiga – Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194/78 – e socia fondatrice della rete nazionale di politica femminista Rebel Network, Elisabetta Canitano, fondatrice di Vita di Donna, Concetta Grande, membro di Laiga, e Giovanna Scassellati, Responsabile del reparto di salute riproduttiva dell’ospedale San Camillo di Roma.

La petizione è indirizzata alla ministra della Salute Giulia Grillo affinché il ministero decida di sanzionare gli Enti ospedalieri che si rifiutano di fornire il servizio di interruzione di gravidanza e istituisca una helpline per le donne che richiedono supporto.

Una parte della petizione si fa portavoce di problemi ingombranti nell’applicazione della legge 194, che finisce per essere applicata sempre meno all’interno delle strutture sanitarie pubbliche e sempre di più nei centri privati a pagamento.

«A meno che una donna non sia ricca il diritto di abortire diviene una ricerca affannosa da provincia a provincia e talvolta da regione a regione, con il rischio di arrivare fuori tempo nei pochissimi ospedali dove vi sia un ginecologo disponibile. In questo penoso scenario, lo Stato accetta l’obiezione anche di medici e infermieri che dovrebbero assistere le pazienti prima, durante e dopo l’intervento. L’obiezione di coscienza di anestesisti e personale di sala operatoria che dovrebbero garantire la sicurezza delle donne, provoca di fatto umiliazione e abbandono della paziente che richiede l’IVG. Tutto ciò disattende in maniera clamorosa l’articolo 9 della legge 194/78 che obbliga tutti gli Enti ospedalieri a garantire l’effettuazione delle interruzioni volontarie di gravidanza».

L’articolo 9 della legge 194 infatti stabilisce che tutti «gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5,7 e 8». Va da sé che all’interno della medesima struttura sanitaria e ospedaliera non è pensabile che operino esclusivamente personale sanitario e medici che si rifiutano di eseguire l’interruzione di gravidanza.

Tra le firmatarie della petizione: Susanna Camusso, Segretario della Cgil, Laura Boldrini, ex presidente della Camera, Valeria Fedeli e Josefa Idem, ex ministre.

Tra limitazioni e obiezioni

Intanto in Italia è molto contenuto, particolarmente ridotto, il ricorso all’aborto farmacologico, utilizzato solo nel 15,7% dei casi, pur essendo molto più economico e meno rischioso rispetto all’interruzione chirurgica.

«L’Agenzia Europea del Farmaco prevede la possibilità di utilizzare la pillola RU486 per l’aborto farmacologico entro il 63° giorno di amenorrea, cioè entro le prime nove settimane di gravidanza. In Italia, invece, l’uso del farmaco è limitato ai primi 49 giorni di amenorrea, cioè alle prime sette settimane di gravidanza. Spesso le donne che chiedono l’interruzione non fanno in tempo a ottenerla entro le prime sette settimane e quindi devono ricorrere all’aborto chirurgico, senza avere la possibilità di scegliere la tecnica che preferiscono».

In secondo luogo se il numero degli aborti segna un calo incessante dal 1982 – per esempio nel 2016 si è registrato un calo del 3,1% rispetto all’anno precedente, che ha segnato invece un calo ancora più consistente del 9,3% – dall’altra parte gli obiettori di coscienza aumentano in maniera significativa, mostrando l’effettiva inapplicabilità dell’interruzione di gravidanza in numerose strutture ospedaliere. Nel 2016 in Italia il 70% dei ginecologi era obiettore, a fronte del 69,3% del 2010 e del 2011. La distribuzione regionale degli obiettori non è omogenea: al centro-sud il fenomeno infatti è più diffuso, arrivando addirittura al 97% nel Molise e 88% in Basilicata.

Obiezione di coscienza o obiezione contro la libertà?

Di fronte a dati come questi non resta che chiedersi come mai dopo 40 anni dell’entrata in vigore della legge 194 questa non riesca ancora a godere di un’applicazione totale in conformità con quanto previsto dal testo stesso. E di conseguenza chiedersi se medici e infermieri ricorrendo all’obiezione in massa rispondano in pieno ai loro obblighi nei confronti delle pazienti.

È giusto chiedersi se debba esistere un margine invalicabile tra l’obiezione di coscienza del medico e l’obiezione alla libertà della paziente. Perché la donna che decide di affrontare un’interruzione di gravidanza, costretta a spostarsi di struttura in struttura per finire nella maggior parte dei casi in ciniche private, non sta esercitando il diritto che le spetta. Sta semplicemente usufruendo delle rimanenze di una legge nella pratica inespressa o quantomeno inascoltata.

Nuovo scontro sull’aborto a Verona

Dopo la mozione pro vita dello scorso ottobre, Verona torna ad essere teatro di un nuovo scontro sul tema aborto. Le volontarie dell’associazione Non una di meno nella giornata di mercoledì hanno distribuito all’uscita del liceo Messedaglia e alla stazione ferroviaria bustine contenenti tre caramelle di zucchero e foglietti informativi sui metodi contraccettivi e sulla legge 194.

Le attiviste hanno precisato che si è trattato di “un’iniziativa a favore dell’educazione sessuale e della corretta informazione alla contraccezione”, accusando l’amministrazione di non voler “lavorare a favore di una maternità consapevole, ma per la disinformazione e per la cancellazione dei diritti delle donne”.

Non ha però tardato ad arrivare la reazione dei consiglieri comunali leghisti Anna Grassi e Alberto Zelger, sostenuti dal deputato del Carroccio Vito Comencini, che rivendicano: «È inaccettabile che venga veicolato un messaggio che associa un farmaco a una caramella. La pillola del giorno dopo è un farmaco a tutti gli effetti che ha controindicazioni e effetti sul fisico di una ragazza. Crediamo piuttosto che si debbano informare i giovani sui valori positivi della vita e della famiglia».

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook