I politici pubblicano tweets brevi e ricchi di ripetizioni

I politici pubblicano tweets brevi e ricchi di ripetizioni

Nel mio ultimo articolo “I politici non pubblicano post come i nostri” s’introduceva una serie di pubblicazioni in un cui si sarebbe affrontata un analisi del tweet nella comunicazione politica. Partendo dalle considerazioni di Lakoff su come dovrebbe comportarsi la stampa, venivano descritti gli aspetti salienti della comunicazione social del presidente americano Trump. L’articolo nasceva in simultanea con una mia ricerca universitaria rivolta all’analisi delle caratteristiche delle strategie comunicative dei tre leader dei maggiori partiti politici italiani.

 

Prima di passare all’analisi è doveroso andare a definire più generalmente cos’è un tweet. Lakoff mostrava dettagliatamente i meccanismi messi in atto da Trump con i suoi multifunzionali tweets. Ma Trump è sicuramente un esempio di uomo politico insolito e gli U.S.A sono un paese politicamente e antropologicamente diverso da noi. Per questa ragione, quindi, non è possibile trasferire le coordinate di Lakoff ai nostri tre esponenti politici.

 

Trump può considerarsi un pioniere della campagna politica social svolta negli esatti termini descritti dal linguista statunitense in “Trump has turned words into weapons. He’s winning the linguistic war”. Ma ogni politico sfrutta i social come una piattaforma dove ricevere popolarità, su cui “affiggere” sinteticamente le loro promesse. Più in generale ogni utente ambisce alla più alta trasmissione del messaggio, curando la chiarezza e la brevità del contenuto. Per brevità, però, non s’intenda quella condizionata dalla rapidità di esecuzione e dai limiti spaziali. Il concetto di brevitas, ricercato dagli utenti Twitter, dunque, non riguarda l’abbreviazione ex. cmq al posto di comunque, ma altri aspetti. L’idea di concisione di un tweet si costruisce orientativamente su queste caratteristiche, estrapolate da uno studio accademico “Abbreviare nel mondo digitale: il caso di @pontifex” scritto da P. Bertini e U. Vignuzzi:

 

  • Economicità nella scelta delle parole:
  • Scarsa articolazione sintattica;
  • Forte presenza di elementi deittici (ex. così, qui, pronomi);
  • Frammentazione;
  • Dimensione fatica;
  • Mescolanza di scritto e parlato.

 

Ognuno dei seguente punti contribuisce a rendere il tweet un messaggio compatto, estremamente chiaro e conciso. Lo studio condotto dai due docenti, sebbene approfondisca singolarmente i tweets di @pontifex, offre queste peculiarità come appartenenti ad ogni pubblicazione. Una parte di studio espressa nelle pagine scritte da P.Bertini e U. Vignuzzi è decisamente valida anche per il nostro caso.

 

Come i politici, infatti, cercano di ottenere con un tweet comprensione e visibilità, così il Pontefice, in risposta al compito di diffondere la parola evangelica, persegue gli stessi obiettivi. Lo fa intingendo al vocabolario di base per costruire il lessico dei suoi post e insistendo su certe strutture portanti della sua evangelizzazione. E’ chiaro, però,  che @pontifex non percorrerà una comunicazione social come un politico.

 

Le caratteristiche delineate da Lakoff per i tweets di Trump, anche tra le quali rientra la brevità e la ripetitività, e quelle elaborate dai due docenti per la comunicazione generale su Twitter offrono direttive indispensabile su come guardare un post; se è impossibile costituire un parallelo tra la strategia comunicativa di Trump e quella dei tre politici scelti, è, però, possibile utilizzare gli strumenti realizzati da Bertini, Vignuzzi e, più specificatamente, Lakoff per analizzare gli aspetti di una comunicazione politica.

 

Posta, dunque, la capacità “demiurgica” del tweet di un leader sul pensiero comune, le varie funzioni che un post può assolvere (come visto nell’articolo precedente), le direttive attraverso cui si costruisce: è bene fare un altro passo indietro, analizzando il luogo in cui nasce, le regole che richiede e i meccanismi che attiva, prima di dedicare le conoscenze accumulate alla disamina degli aspetti legati ai post dei tre maggiori esponenti politici italiani.

 

In “L’Italiano in rete”, altro testo alla base delle mia ricerca, Massimo Prada definisce in generale i social network come “un’implementazione innovativa e particolarmente fortunata dei CMS. […] la loro funzione però è relativamente complessa, in quanto sono talora utilizzati insieme e a supporto di media più tradizionali, come la stampa e la televisione ed esplicano quindi spesso la funzione di cerniera mediale in quel sistema convergente del quale si è già avuto modo di scrivere”.

 

Twitter è, in un certo senso, l’ambiente social istituzionale della politica. Per questo motivo la dimensione informativa, anche se in maniera non diretta, coinvolge un gran numero di persone e  non solo di utenti. Come già detto il tweet circola, spesse volte è l’origine di un’informazione discussa nei tg o “ripostata” su Facebook, dove, in genere, il politico pubblica contenuti più lunghi.

 

In Italia, antesignano ed esponente estremo del linguaggio di Twitter è stato Beppe Grillo nel suo blog. Durante lo sviluppo dei social media, il blog è stato molto flessibile all’interconnessione con i network, riversando la sua retorica anche su Facebook e Twitter. Furono famosi i cinguettii di Renzi, oggi circolano più gli imperativi di Salvini.

 

Come un politico realizza un tweet vincente? Un tweet che, a prescindere dalla sua funzionalità, riesce a rendersi più visibile? Il linguaggio di Twitter è quello tumultuoso dei blog che passa dalla fidelizzazione alla polarizzazione, dalla detabuizzazione a toni aggressivi ad personam. Non deve, ovviamente, identificarsi il registro impiegato per un post con la reale padronanza linguistica del suo autore. Scrive Prada “rompere le convenzioni implica la conoscenza delle regole e il gioco linguistico, l’uso metaforico e traslato del lignuaggio, l’impiego di neoformazioni e la creazione di parole sono un segno di dominio del codice”: in sostanza si può affermare che esiste un registro a cui i comunicatori fanno riferimento.

 

Un tweet è, quindi, una scrittura breve, non necessariamente brevissima, espressamente vivida, a carattere iperbolico. Il lessico di un tweet è quello del giornalismo mainstream, anche se ricerca insistentemente la ricchezza figurale. Abbondano metafore, similitudini, analogie, climax. In linea con l’importanza della ripetitività dei motivi di un tweet, in esso, frequentemente, si riscontrano figure di ripetizione come anafore, epanalessi, poliptoti. Il tutto tenta di evocare un ambiente inclusivo e persuasivo, secondo la logica, definita sempre da Prada, del animos impellere e del sic nobis non nos.

 

Tornando all’esempio del blog di Grillo, come detto transmediale, ovvero presente anche sui social, una serie di scelte lessicali sono state fondamentali per creare l’immaginario collettivo degli cittadini legati al Movimento (già il nome stesso di Movimento che rimpiazza quello di partito). Tutti termini alternativi del linguaggio politico che hanno saputo rinverdire la politica italiana e attirare verso i 5Stelle buona parte dell’elettorato scontento.

 

Il tweet si costruisce su una sintassi molto asciutta, predilige le strutture orizzontali, molto rare sono le proposizioni subordinate. Il periodare è spesso franto ed è abbondante la presenza di frasi nominali volte a creare un discorso perentorio.

 

Appurate alcune delle cifre sintattiche e stilistiche alla base di un posto Twitter, lo stesso microblogging ha inaugurato l’utilizzo di alcuni segni meta testuali. @, # da Twitter si sono estesi al linguaggio comune e non solo a quello mediale in senso stretto. @ è un elemento di addressività, il # diventa “hastag” e si adopera come un elemento tropicalizzante.

 

Dopo aver approfondito il concetto di brevità e ripetitività del tweet, l’articolo ha mostrato un analisi generale di quelle che sono le caratteristiche retoriche e funzionali di una pubblicazione sul social media. Un altro progresso verso l’analisi dei tweets dei tre leader politici italiani sarà compiuto nel prossimo articolo.

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