“Le realtà ordinarie” di Davide Ferri o dell’insostenibile, ma affascinante leggerezza del quotidiano

“Le realtà ordinarie” di Davide Ferri o dell’insostenibile, ma affascinante leggerezza del quotidiano
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Davide Ferri storico dell’arte e curatore della sezione Pittura XXI di ArteFiera 2020 si è occupato di costruire la mostra Le realtà ordinarie a Palazzo de’ Toschi, un evento collaterale che già da cinque anni accompagna la manifestazione bolognese. Ferri sceglie quest’anno di presentare all’interno del salone del sontuoso Palazzo di Piazza Minghetti un’esposizione costruita secondo un’articolazione a dir poco raffinata in cui nulla è lasciato al caso.

Si entra in un unico grande spazio buio con le finestre serrate segmentato da pannelli bianchi, il primo dei quali accoglie un’opera di Andrew Grassie, posta lì come un segnale/manifesto di ciò a cui gli avventori vanno incontro continuando il percorso. L’opera rispecchia una tipica modalità compositiva dell’artista che fotografa immagini reali, vissute per poi incamerarle nella propria vista lavorandoci su molto tempo e rifarne le fattezze a tempera su carta. Grassie realizza in questo caso una ricostruzione dello stesso salone di Palazzo de’ Toschi.

Il reale viene prelevato dalla sua situazione quotidiana per mezzo di una visione o di uno sguardo che vuole essere (forse) oggettivo, trasformandosi nel punto di partenza di una riflessione più profonda circa l’essenza stessa della pittura ed il processo per cui il senso dell’ordinarietà delle cose si fa potenziale creativo ed entra a far parte di una categoria nuova, quella dell’“artistico”.

È questo il tema generale sul quale riflette tutta la mostra: secondo modalità differenti Le realtà ordinarie propone di tracciare un percorso tra i pensieri di chi ha in comune un’attenzione artistica per l’insostenibile, ma affascinante leggerezza dell’essere delle cose scoperte, catturate o semplicemente notate nel loro quotidiano più spietato.

Il secondo ambiente si apre con un capofila di queste considerazioni. Il grande artista siciliano Salvo e le sue riproduzioni naif dei frutti e dei paesaggi della sua terra fanno capolino e per l’esposizione viene presentato uno splendido oggetto da arredamento decorato come un quadro, un porta pane di un intenso verde con sopra dipinto un intimo ramo di agrumi.

Segue Clive Hodgson secondo un accostamento azzardato, ma funzionante, con le sue opere quasi-astratte fatte di macchie sfocate e segni rapidi. I frutti di impressioni così vicine da sembrare dei fosfeni della vista sono molto cari all’artista, ai quali egli si è abituato a tal punto da volerne difendere la proprietà per mezzo dell’apposizione sugli stessi di una sua gigante firma.

Opere di Clive Hodgson e Salvo

La riflessione continua con molte altre presenze tra cui la pittrice Rezi Van Lankveld che propone due inquietanti capolavori realizzati secondo un processo di composizione accostabile ad un gioco surrealista: Half-high (2019) e Luifel (2018) sono infatti insiemi di forme e di colori nati da un’impressione della creatrice, che ne modera la morfologia fino a far loro perdere i contorni di partenza. Quelle di Van Lankeveld non sono cose, arrivano ad assomigliare a “qualcosa” di quotidiano al limite del banale, del non definito e quindi del non estraneo al nostro orizzonte visivo; tutto ciò ci permette di non respingerle anzi di subirne il fascino.

Half-high  di Rezi Van Lankveld

 

Luifel di Rezi Van Lankveld

Ancora, si nota la presenza di Maria Morganti con le sue riflessioni sull’apparenza, sul tempo e sul quotidiano realizzate per mezzo del colore. I suoi quadri sono riflessioni personali di situazioni viste o vissute, smaterializzate e ricomposte con un nuovo ordine che trasforma lo spazio della tela in un contenitore di strati di tintura. Questo processo di riassetto generale al limite del concettuale viene ricondotto ad una dimensione figurativa solo grazie ad una traccia di stratificazione visibile, lasciata programmaticamente dall’artista sul margine superiore del supporto.

Riccardo Baruzzi è, invece, presente con una serie di particolari nature morte dipinte secondo un processo che punta a svelare l’immagine nella sua essenza quotidiana. L’autore disegna soggetti vegetali su entrambi i lati di una tela che dispone al contrario sul muro. Ripercorrendo un’analisi distaccata che rivela la dimensione di prosaicità di un cesto di frutta o di un insieme di verdure, Baruzzi utilizza per raggiungere un risultato di rivelazione l’effetto al negativo come anche il tratto estemporaneo. La mano dell’artista si inserisce nella composizione per mezzo di una linea tracciata velocemente che sgonfia la mistica aurea da classica composizione. Questo processo si vede nella serie di “vasi con fiori”, in cui l’artista costruisce le opere per mezzo di segni agglomerati su tele disposte a loro volta su bislacchi supporti fatti ad assemblage sintetici di oggetti come tubi, cartoni, sagome di legno, tutti accomunati da un generale intento di riflessione sul concetto di colonna.

I vasi con fiori di Riccardo Baruzzi

Il percorso continua con una serie di altre personalità quali Michele Tocca, Luca Bertolo, Helene Appel, Carol Rhodes e Phoebe Unwin, che sviluppano pretesti dal e del quotidiano, fino a concludersi con Patricia Treib ed il suo imponente trittico, dove suggestioni matissiane si intersecano a studi sul primo Le Corbusier in una fantasia di colori e forme che appaiono epifaniche nella loro creazione. Per mezzo di una semplicità pungente fatta di ampie chiazze di colore l’artista americana evoca il ritmo confidenziale delle forme di una semplice stanza illuminata in un pomeriggio d’estate; la cadenza di queste morfologie del quotidiano ingloba lo spettatore portandolo a sperimentare la visione di una realtà personale che da dimensione privata si apre all’esterno, al pubblico, all’arte.

La possibilità che una realtà usuale sia artistica è ciò che Le realtà ordinarie di Davide Ferri vuole sollevare e non è un caso che tutto ciò si svolga a Bologna, luogo fondamentale in cui Giorgio Morandi ha saputo trasformare la sua raffinata ed insostenibile ricerca sul quotidiano in una metafisica dello spazio estetico. Nell’epoca della multimedialità l’ordinario estetico che riempie gli ambienti di Palazzo de’ Toschi parla, sussurra nenie piacevoli ed affascinanti alle orecchie degli spettatori rievocando ricordi vaghi ed indefiniti di un mondo reale che riconosciamo e al quale siamo affezionati, ma che a volte nel caos di tutti i giorni facciamo fatica ad ascoltare.

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