Spazio Faro: “Behind the scenes”, non è tutto oro ciò che luccica

Spazio Faro: “Behind the scenes”, non è tutto oro ciò che luccica
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Lo Spazio Faro è un piccolo ambiente di una delle associazione culturali del Pigneto. Entrare dentro uno spazio ridotto con pareti bianche e pieno di persone nel caldo pomeridiano dilagante tra le strade del Pigneto nel pieno della stagione estiva romana può significare rischiare di provare una brutta sensazione di soffocamento che porta spesso ad ansia e a claustrofobia. Non è questo il caso, perché nonostante il caldo soffocante e lo spazio decisamente minimo, l’unico ventilatore posto a dare sollievo agli spettatori basta ed avanza a soffiare quel poco di aria di cui si ha bisogno per vivere l’esperienza rapida ma intensa proposta dalle opere di Luigi Chiaravallotti.

La personale, curata da Giulia Mattioni e Chiara Tondolo, comprende una serie di tele attraverso le quali l’artista propone una riflessione generale sui processi di cognizione dei fatti storici. Ogni tela è composta con la stessa modalità: uno sfondo di lettere stampigliate colorate composte a formare estratti di testi, presi da articoli di giornale dall’accento politicizzato o da libri di storia; un immagine simbolo sovrapposta al testo e disposta sempre al centro della composizione, spesso attinta dalla storia dell’arte come ad esempio le celeberrime figure di Atalanta e Ippomene del Guido Reni riproposte in I padroni del mondo (2019) o la Primavera di Botticelli ritrovata in Progetto razziale (2019) ; ed infine un’unica colata o dripping di vernice che omogeneizza i piani in un generale senso di compressione.

Ad una prima impressione può apparire complesso il processo secondo il quale vengono accostate scritte di carattere critico e perentorio a forme entrate ormai nell’immaginario collettivo storico-artistico come la figura di Maria, Gesù Bambino e Sant’Anna con il Battista, schizzata da Leonardo per un cartone preparatorio di una sua opera e citata da Chiaravallotti  in Italia deindustrializzata (2019).  Infatti l’accostamento libero dell’artista non possiede spiegazione diretta nella scelta di ciascun pezzo, bensì ritrova il motivo del proprio essere nel metodo di lavoro.

Chiaravallotti utilizza, invece, scritte per raccontare una storia politica che tratta di avvenimenti passati e poi le copre con l’immagine, un’immagine qualsiasi, rendendone impossibile la lettura. Oltre la percezione fenomenologica della realtà, incarnata dall’automatismo delle figure, si celano quindi codici scritti, intesi dall’artista come la verità dei fatti i quali rimangono velati e indecifrabili.

Gli strati condensati di significato sono per noi la normalità che accettiamo passivamente. La lettura scolastica della storia che non lascia spazio a riflessioni, focalizza volontariamente l’attenzione di chi la studia solo su determinati temi invece che su altri, impone una gerarchia di senso e spesso costringe il pensiero a non ascoltare il suono delle proprie impressioni  personali nel nome di interpretazioni prefabbricate e costrette dal senso comune.

Quello che fa Chiaravallotti è provocare in maniera criptica lo spettatore e condurlo a risvegliare il proprio senso critico nei confronti del processo di cognizione che mettiamo in scena tutti i giorni. Un monito utile che utilizza l’arte visiva come mezzo per ricordare allo spettatore che non è tutto oro ciò che luccica.

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