Il vertice SCO di Bishkek tra limiti e progressi dopo 25 anni

Il 1° settembre si è chiuso il venticinquesimo vertice della Shanghai Cooperation Organisation, andato in scena a Bishkek in Kirghizistan.
Il summit euroasiatico si è concluso con la firma della Dichiarazione di Bishkek e di oltre venticinque documenti aggiuntivi, tra cui il protocollo di modifica dello statuto dell’organizzazione, l’istituzione di un nuovo Centro universale per il contrasto alle minacce alla sicurezza, ed il programma per un “corridoio tecnologico verde” da qui al 2030.
Sulla carta un successo istituzionale, celebrato dal presidente cinese Xi Jinping con l’affermazione secondo cui il multipolarismo sarebbe ormai un processo irreversibile. Guardato da vicino, però, il vertice racconta qualcosa di più interessante della semplice messa in scena della fotografia con Putin, Modi, Xi e Pezeshkian attorno allo stesso tavolo.
Un anno fa, a Tianjin, Pechino, Mosca e Nuova Delhi apparivano ben più allineate nel proporre un’alternativa all’ordine a guida americana, in un momento in cui la leadership statunitense sembrava in affanno.
A Bishkek, invece, quel fronte comune sembra essersi incrinato, sia pure senza rompersi. A partire dal conflitto Russo-Ucraino, Narendra Modi, infatti, ha scelto la SCO come palcoscenico per chiedere apertamente a Putin di passare “da una guerra senza fine alla fine della guerra”, rompendo così l’ambiguità diplomatica che l’India aveva coltivato fin qui sull’Ucraina.
Xi, dal canto suo, come da consuetudine diplomatica cinese, ha preferito formule più generiche, parlando di un’aspirazione dei popoli alla pace senza però sbilanciarsi su una posizione esplicita. Il risultato è un’organizzazione che riesce comunque a mostrare compattezza contro l’egemonia occidentale, tuttavia senza trasformarsi nel blocco politico omogeneo che i suoi antagonisti temono e che i suoi sostenitori auspicano.
Questa distanza tra i membri emerge con ancora più nettezza sul dossier iraniano. La Dichiarazione condanna con toni più netti rispetto al passato le sanzioni unilaterali e l’uso della forza contro Teheran, ma non introduce alcun meccanismo comune capace di proteggere banche e aziende dei paesi membri dalle sanzioni secondarie statunitensi.
Così l’Iran è uscito da Bishkek sicuramente meno isolato sul piano politico, ma non più protetto su quello finanziario. Anche l’ingresso della banca iraniana designata nel Consorzio interbancario della SCO, per quanto auspicato dal documento finale, resta lontanissimo dalla creazione di un’infrastruttura finanziaria collettiva in grado di assorbire davvero il peso delle sanzioni.
Gli impegni concreti, quelli che contano, sono arrivati semmai dagli incontri bilaterali: Modi ha promesso a Pezeshkian di ampliare gli scambi commerciali, Putin ha ribadito la solidarietà russa, mentre Xi si è limitato a un breve colloquio privo di annunci pubblici. È la conferma di un pattern ricorrente nella SCO, quello per cui la retorica multilaterale funge da cornice e la sostanza si negozia altrove, uno a uno.
Sul fronte della sicurezza, il vertice ha visto l’India insistere con forza sul tema del terrorismo e sul rifiuto dei “doppi standard” nella lotta ai gruppi armati, un linguaggio che tutti gli osservatori hanno letto come rivolto al Pakistan, seduto allo stesso tavolo e prossimo ad assumere la presidenza di turno dell’organizzazione, con cui Nuova Delhi si è scontrata militarmente nel 2025 in risposta ad attentati nel Kashmir di matrice pakistana.
Islamabad, in antitesi, ha rivendicato il proprio ruolo nella lotta al terrorismo, richiamando le perdite subite negli ultimi anni per preservare il corridoio logistico con la Cina, considerato come infrastruttura chiave per collegare l’Asia centrale all’Oceano Indiano. Due narrazioni sulla sicurezza regionale che convivono nello stesso documento finale senza realmente risolversi.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, Bishkek ha offerto anche un repertorio di piccoli gesti diplomatici significativi. Il presidente azero Ilham Aliyev, ad esempio, ricevendo il presidente iraniano Pezeshkian, ha offerto acqua imbottigliata proveniente dai territori del Nakhchivan e del Kalbajar, un gesto tutt’altro che casuale volto a ribadire pubblicamente la sovranità azera su aree disputate proprio davanti ai rappresentanti di Teheran, che negli scorsi mesi ha assunto posizioni non sempre amichevoli verso Baku.
Il vero duello della due giorni, però, si è consumato in serata tra Putin ed il predidente armeno Pashinyan, nel primo faccia a faccia dopo le elezioni parlamentari armene vinte dal premier e mai salutate dalle congratulazioni del Cremlino. Putin, assai infastidito dalle aspirazioni armene di adesione all’Unione europea, ha minacciato Yerevan di smantellare definitivamente la base militare russa di Gyumri nel paese se Erevan la ritenesse superflua.
Pashinyan, da parte sua, ha parlato di relazioni da “ripensare” e ha rivendicato la libertà armena di scegliere la propria rotta senza per questo violare gli impegni nell’Unione economica eurasiatica, in un botta e risposta che ha mostrato quanto anche i rapporti più consolidati dello spazio post-sovietico siano oggi tutt’altro che scontati.
Dietro l’immagine di un Putin ancora formalmente al centro della geopolitica in Eurasia si intravede dunque un Cremlino sempre più in difficoltà e dipendente dal partner cinese. Il faccia a faccia con Xi Jinping a margine del summit, il secondo dell’anno tra i due leader, era stato costruito attorno al Power of Siberia 2, il gasdotto da cinquanta miliardi di metri cubi che dovrebbe collegare i giacimenti siberiani alla Cina passando per la Mongolia e che Mosca insegue da oltre un decennio come sbocco per il gas rimasto orfano del mercato europeo dopo le sanzioni.
L’incontro si è chiuso senza alcuna svolta, esattamente come i precedenti. Pechino continua a chiedere condizioni di prezzo vicine a quelle del mercato interno russo, e può permettersi di aspettare perché l’asimmetria tra le due economie è ormai schiacciante. La Cina infatti pesa circa il 30% delle esportazioni russe e il 40% delle importazioni, mentre per Pechino la Russia resta una quota marginale del proprio immenso commercio complessivo. Inoltre, ad aggravare la condizione di Mosca, a fine 2027 l’UE confermerà il divieto totale di import di gas russo. Pechino, quindi, può aspettare.
È la stessa asimmetria che si riflette, su scala più ampia, nell’Asia centrale ex sovietica, dove Mosca rivendica ancora il ruolo di garante della sicurezza attraverso il Trattato di Sicurezza Collettiva CSTO, ma dove il peso economico cinese, fatto di corridoi commerciali ed energetici, ha ormai surclassato la storica influenza russa in quasi tutti i paesi dell’area.
Il passaggio della presidenza al Pakistan, che ospiterà il vertice del 2027, e l’appuntamento ormai imminente del summit BRICS a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre, indicano che la stagione dei grandi consessi eurasiatici è tutt’altro che chiusa.
Ad ogni modo, il vertice di Bishkek ha dimostrato che la forza del formato SCO non sta nell’unanimità delle posizioni, quanto nella capacità di tenere insieme interessi divergenti dentro una cornice comune.
È un multipolarismo meno spettacolare di quanto la retorica di Mosca e Pechino lascino intendere, ma probabilmente duraturo, in cui i quattro grandi imperi euroasiatici, Cina, Russia, India e Iran, insieme con gli altri membri, possono discutere sicurezza, energia, tecnologia e infrastrutture senza passare per le architetture diplomatiche costruite attorno a Washington e Bruxelles, fortemente indebolite dalle bizzarrie del presidente americano.




