La Tangentopoli ucraina: la corruzione alla prova della guerra

La guerra in Ucraina continua a essere combattuta su due fronti. Il primo è quello militare, dove Kyiv resiste all’invasione russa iniziata nel febbraio 2022. Il secondo riguarda la capacità dello Stato di riformarsi mentre combatte per la propria sopravvivenza. È su questo terreno che negli ultimi mesi si è aperta quella che potrebbe essere definita una vera e propria “Tangentopoli ucraina”.
Al centro ci sono le indagini del National Anti-Corruption Bureau of Ukraine, NABU, e della SpecializedAnti-CorruptionProsecutor’s Office, SAPO. Solo nei primi sei mesi del 2026 le due istituzioni hanno aperto 360 nuovi procedimenti, notificato sospetti a 107 persone e portato 106 imputati davanti ai giudici. Tra i casi figurano esponenti del governo, parlamentari e funzionari coinvolti nei settori energetico e della difesa.
Ma è soprattutto un’indagine a rendere politicamente esplosiva la questione: l’operazione Midas.
Midas, dalla guerra energetica al cuore del potere
L’indagine nasce attorno a Energoatom, la società pubblica che gestisce le centrali nucleari ucraine e rappresenta una delle infrastrutture strategiche del Paese. Secondo NABU e SAPO, una rete composta da funzionari, intermediari e uomini d’affari avrebbe imposto ai fornitori dell’azienda tangenti pari al 10 o 15 per cento del valore dei contratti. Chi non pagava rischiava il blocco dei pagamenti o l’esclusione dagli appalti.
La rilevanza politica del caso non dipende soltanto dalle dimensioni dello schema, ma dalla sua prossimità al vertice dello Stato.
Tra i principali personaggi coinvolti nell’inchiesta figura TymurMindich, imprenditore ed ex socio di Volodymyr Zelenskyy nella società di produzione Kvartal 95. Nel febbraio 2026 NABU e SAPO hanno inoltre notificato un avviso di garanzia all’ex ministro dell’Energia Herman Halushchenko, accusato di riciclaggio e partecipazione a un’organizzazione criminale. A maggio l’indagine ha raggiunto anche l’ex capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Yermak, sospettato di riciclaggio di oltre 460 milioni di grivne. Si tratta, è importante precisarlo, di accuse ancora oggetto di procedimento e non di condanne definitive.
Ad agosto l’inchiesta si è ulteriormente allargata. Gli investigatori sostengono di avere individuato un sistema attraverso il quale 150 milioni di grivne, circa 3,4 milioni di dollari, sarebbero stati riciclati per finanziare la cauzione di un imputato collegato all’inchiesta Midas. Il nuovo filone coinvolge parlamentari, dirigenti di una banca statale e funzionari dell’Ufficio presidenziale. Il 19 agosto Zelenskyy ha rimosso IrynaMudra, una delle vice responsabili del suo ufficio, mentre l’indagine entrava direttamente nell’amministrazione presidenziale. Il presidente, al momento, non risulta personalmente coinvolto nelle accuse.
È questa vicinanza al potere a trasformare una serie di procedimenti giudiziari in una crisi politica. In un Paese in guerra, dove il presidente concentra inevitabilmente una parte considerevole delle decisioni, ogni indagine che coinvolge il suo entourage mette in discussione sia la condotta dei singoli, che i confini tra governo, reti personali e istituzioni pubbliche.
Il paradosso della corruzione in tempo di guerra
Gli scandali assumono un significato particolare perché avvengono mentre l’Ucraina combatte una guerra esistenziale. Energia, difesa, infrastrutture e ricostruzione sono settori indispensabili per sostenere lo sforzo bellico, ma anche quelli nei quali circolano le maggiori quantità di denaro pubblico.
La guerra produce una tensione difficile da risolvere. Per funzionare, lo Stato deve decidere rapidamente: gli appalti devono essere conclusi in tempi brevi, le armi acquistate senza lungaggini, le infrastrutture energetiche riparate dopo gli attacchi russi. Questa accelerazione riduce però gli spazi per i controlli ordinari e rende più facile concentrare potere e risorse nelle mani di pochi decisori.
Il caso Energoatom rende evidente la contraddizione. Mentre la Russia colpisce sistematicamente le infrastrutture energetiche ucraine e milioni di cittadini subiscono le conseguenze dei blackout, gli investigatori sostengono che una rete di intermediari abbia sfruttato proprio i contratti di una delle aziende strategiche del Paese per ottenere profitti illeciti.
Lo stesso problema riguarda la difesa. Nei primi sei mesi del 2026 NABU e SAPO hanno indagato, tra gli altri casi, sulla sottrazione di fondi a Ukroboronprom e sulla richiesta di una tangente da un milione di dollari collegata a un contratto per l’acquisto di droni FPV.
In questo contesto la corruzione non è soltanto una violazione della legge. Sottrae risorse alla difesa, altera le priorità dello Stato e indebolisce la fiducia dei cittadini e dei partner internazionali. Per l’Ucraina, che dipende in larga misura dagli aiuti esterni e si prepara a gestire una futura ricostruzione, la trasparenza è quindi parte della sicurezza nazionale tanto quanto la capacità militare.
Combattere la corruzione o combattere chi la indaga?
C’è però un secondo elemento che rende più complessa la vicenda. L’estensione delle indagini segnala la persistenza di reti corruttive, ma indica anche che le istituzioni create per contrastarle sono ormai in grado di raggiungere livelli molto elevati dello Stato.
NABU e SAPO sono il prodotto del percorso di riforme avviato dall’Ucraina dopo il 2014 e hanno assunto un peso ancora maggiore con l’apertura del processo di adesione all’Unione europea. La loro indipendenza è diventata così una questione politica centrale.
Nel luglio 2025 il Parlamento ucraino approvò una legge che avrebbe sottoposto parte dell’attività delle due agenzie all’autorità del procuratore generale, nominato politicamente. La decisione provocò proteste interne e una dura reazione dei partner europei. Il governo fece rapidamente marcia indietro e l’indipendenza delle istituzioni venne ripristinata. La Commissione europea ha però continuato a segnalare pressioni sulle strutture anticorruzione e sulla società civile, chiedendo a Kyiv di preservarne l’autonomia.
Un sistema nel quale la corruzione viene scoperta, ma gli investigatori possono essere sottoposti a pressioni politiche, rimane fragile. Al contrario, la capacità di portare un’inchiesta fino agli ambienti più vicini al potere rappresenta uno degli indicatori più concreti dell’autonomia istituzionale.
I dati restituiscono un quadro contraddittorio. Nel CorruptionPerceptionsIndex 2025 di Transparency International, l’Ucraina ha ottenuto 36 punti su 100, classificandosi 104esima su 182 Paesi. Il risultato resta basso, ma segna un miglioramento di un punto rispetto all’anno precedente.
La guerra dentro la democrazia
Per Zelenskyy la questione è particolarmente delicata. Nel 2019 era arrivato alla presidenza promettendo, tra le altre cose, di rompere con il sistema oligarchico e con le pratiche che avevano caratterizzato la politica ucraina per decenni. Sette anni dopo, alcune delle più importanti indagini anticorruzione stanno raggiungendo uomini che hanno occupato posizioni centrali nel suo sistema di potere.
Ridurre la vicenda alla responsabilità politica del presidente, però, rischia di semplificarla. Il problema riguarda il funzionamento complessivo dello Stato e il modo in cui la guerra ha modificato i rapporti tra esecutivo, apparati amministrativi e organismi di controllo.
Nel giugno 2026 Kyiv ha aperto il primo cluster dei negoziati di adesione all’Unione Europea, quello dedicato ai “fondamentali”, che comprende Stato di diritto e funzionamento delle istituzioni.
Questi processi non procedono sempre nella stessa direzione. La guerra favorisce centralizzazione, segretezza e rapidità decisionale. La democratizzazione e l’integrazione europea richiedono invece trasparenza, controlli e autonomia delle istituzioni. Le stesse misure che consentono allo Stato di reagire più velocemente all’emergenza possono ridurre la capacità della società di controllarlo.
È in questo spazio che si colloca la “Tangentopoli” ucraina. Gli scandali non dimostrano da soli né il fallimento delle riforme né il loro successo. Mostrano piuttosto quanto sia ancora aperto il conflitto tra vecchie reti di potere e istituzioni che cercano di sottrarsi alla loro influenza.
Per l’Ucraina, il nodo politico è mantenere questo conflitto dentro un quadro istituzionale credibile. Le indagini dovranno poter proseguire senza interferenze, i procedimenti arrivare a conclusione e le responsabilità essere accertate dai tribunali. Allo stesso tempo, il governo dovrà dimostrare che la centralizzazione imposta dalla guerra non si traduce in una zona franca per chi occupa posizioni di potere.
La questione non è quindi l’assenza della corruzione, obiettivo irrealistico soprattutto in una fase di emergenza nazionale. È la capacità dello Stato di renderla perseguibile anche quando coinvolge i propri vertici. In questo senso, il destino dell’operazione Midas sarà un importante segnale sul reale grado di trasformazione democratica dell’Ucraina.




