È sangue di noi tutti, il peso di una storia comune

Ci sono libri che raccontano una storia. E poi ci sono libri che raccontano la Storia. È sangue di noi tutti di Valerio Varesi, edito da Neri Pozza, appartiene a questa seconda categoria.
Il libro prende le mosse da due vite, quella di Afro e quella di un poliziotto senza nome. Due vite completamente agli antipodi, che si intrecciano nel peggiore degli scenari.
Da una parte c’è Afro Tondelli, nato in una famiglia contadina e cresciuto in un paese in cui la violenza dello squadrismo fa presto irruzione nella vita quotidiana. È l’esperienza del Fascismo a portarlo, durante la guerra, verso la Resistenza e a costruire in lui una precisa idea di libertà e di democrazia. Dall’altra c’è un uomo senza nome, quello che il 7 luglio 1960 si inginocchia, prende la mira e spara. Anche la sua storia affonda le radici negli anni del regime: è un uomo cresciuto dentro quella stessa Italia, ma dall’altra parte della barricata.
La storia di Afro e del poliziotto è la storia di un’Italia divisa in due, uscita dalla dittatura fascista ma non libera dal Fascismo e dalle diverse forme di estremismo. Un’Italia in cui la guerra è finita, ma la sua violenza continua a sopravvivere nelle persone, nelle ideologie, nelle istituzioni e nelle piazze.
C’è un’immagine, nel romanzo, che più di altre riesce a restituire il senso di questa frattura. È quella di una madre con due figli: uno finito con la testa rotta sotto i bastoni dei fascisti, l’altro sorpreso dalla rete della Resistenza. Due figli finiti ai lati opposti della Storia. E lei, in mezzo, rimasta soltanto con il dolore e con una maledizione alla politica.
È un’immagine che dice molto di ciò che Varesi vuole raccontare. Perché quando la politica diventa scontro, quando l’appartenenza diventa una questione di vita o di morte, non esistono più soltanto militanti, poliziotti, fascisti o partigiani. Ci sono madri, figli, famiglie che finiscono dentro una guerra che non hanno scelto.
Varesi è netto nel rappresentare la logica di quel mondo: o sei Caino o sei Abele, o attacchi o perisci. Le parti non sono immobili. Possono cambiare, mescolarsi, rovesciarsi. Chi oggi è vittima può diventare carnefice, chi impugna la forza può essere stato, a sua volta, vittima di quella stessa violenza. Ma la regola resta: in un Paese lacerato dalla lotta, qualcuno deve cedere. Qualcuno, talvolta, deve morire.
Ed è proprio in questa impossibilità di sottrarsi allo scontro che le vite di Afro e del poliziotto finiscono per incontrarsi. Non perché siano uguali, né perché il romanzo confonda vittime e carnefici, ma perché entrambi sono il prodotto di una stessa Storia. Una Storia che Varesi non osserva da lontano, come qualcosa di già concluso, ma segue nelle vite degli uomini fino a mostrarne le conseguenze più intime.
Il 7 luglio 1960, a Reggio Emilia, quella Storia arriva al suo punto di rottura. La protesta contro il governo Tambroni e contro il congresso del Movimento Sociale Italiano a Genova si trasforma in una strage. La polizia apre il fuoco sui manifestanti e cinque uomini vengono uccisi: Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli.
Il cuore del romanzo è tutto ciò che precede quel giorno. È il lungo filo che unisce il Fascismo alla guerra, la guerra alla Resistenza, la Resistenza alla Repubblica e la Repubblica a una violenza politica che, quindici anni dopo la Liberazione, non sembra ancora appartenere al passato.
Varesi racconta così una pagina della storia italiana, ma soprattutto si interroga su ciò che rimane quando una storia dovrebbe essere finita e invece continua a vivere nelle coscienze. Il Fascismo è caduto, la guerra è terminata, la Repubblica è nata. Eppure le divisioni restano, sedimentate nella memoria degli uomini e nelle istituzioni di un Paese che non ha ancora fatto completamente i conti con il proprio passato.
È sangue di noi tutti è un libro sulla memoria, sulla violenza e sulla difficoltà di uscire davvero dalla Storia. Perché il sangue di Afro, quello degli altri quattro manifestanti e quello degli uomini che hanno combattuto dall’altra parte non è soltanto il sangue di una stagione ormai lontana. È il sangue di una storia comune. Una storia che appartiene a tutti.




